Pensieri, appunti e proposte di politica e altro

Riforma sì, sgravi a pioggia no (laRegione, 1.10.2018)

­ 1 ottobre 2018

Anche il Cantone Ticino dovrà adeguare prima o poi la sua legislazione fiscale alla prossima scomparsa dei regimi tributari agevolati per le holding, le società di amministrazione e le società ausiliarie. Dovremo prima attendere che le decisioni sul piano federale divengano definitive, con ogni probabilità mediante un voto popolare previsto nella prima parte del prossimo anno, ma poi si dovrà procedere. La scomparsa di queste agevolazioni fiscali è un bene, perché riporta un po’ di giustizia in questo ambito, cancellando privilegi ingiustificabili e inopportuni elementi di opacità del sistema tributario. Si tratta ora di affrontare questa riforma con pragmatismo, facendo l’interesse generale dei ticinesi, che necessitano di uno Stato con risorse adeguate, ed evitando le insidie dell’insensata concorrenza fiscale tra i Cantoni che purtroppo la maggioranza delle forze politiche e del popolo non ha mai voluto arginare.
La riforma dovrà proporre una nuova aliquota unica cantonale sugli utili delle società a fronte degli attuali due regimi esistenti, quello ordinario e quello agevolato. La nuova aliquota unica chiederà meno alle società attualmente in regime ordinario, che pagano oggi al Cantone il 9% sugli utili, e chiederà di più alle società in regime agevolato, che oggi pagano al Cantone al massimo il 4,5%. Nella misura in cui il saldo finale per il Cantone sarà neutro o positivo, comprese le maggiori entrate che verranno da Berna, quest’operazione si potrà chiamare riforma, nel senso di un intervento che modifica la struttura del prelievo fiscale adeguandosi al diritto superiore e basta. Ma se a questa riforma si vorranno aggiungere dei regali, che non sono né necessari né connessi con il cambiamento di sistema, allora la riforma si trasforma in qualcosa di diverso, qualcosa di molto simile a quel che il Ticino ha già vissuto nella seconda parte degli anni 90 e dei primi anni 2000, anni durante i quali a raffica il Governo chiedeva di approvare pacchetti di sgravi fiscali per persone fisiche e persone giuridiche e poi, al contempo, proponeva misure di risanamento dei conti.
Il Preventivo dello Stato per il 2019 contiene l’indicazione secondo cui, tra le possibili nuove misure ancora non decise, vi sarebbe un’operazione fiscale da 60 milioni. Questa indicazione numerica ci dice due cose. La prima è che di per sé l’adattamento della legislazione tributaria ticinese alla soppressione dei regimi agevolati si può fare a costo zero, proponendo un’aliquota unica per le società interessante anche dal punto di vista della concorrenza fiscale. La seconda è che il ventilato abbassamento del moltiplicatore cantonale del 5% per persone giuridiche e fisiche (frontalieri compresi), che guarda caso costa oggi più di 60 milioni, è un’operazione posticcia rispetto alla riforma strutturale necessaria. Un’operazione che ci riporterebbe indietro di 20 anni anche nella modalità di costruzione del consenso, perché dopo l’esperienza della simmetria dei vantaggi del recente pacchetto fiscale e sociale, a mio modo di vedere positiva, che a fronte di sgravi cantonali per 22 milioni ha previsto un contributo dell’economia per 21 milioni a favore della socialità (i primi effetti sociali li abbiamo visti di recente con le misure sui nidi d’infanzia e le strutture extrascolastiche), ci fa tornare al meccanismo masoniano di “acquisto” del consenso attraverso gli sgravi a innaffiatoio, che costa moltissimo e sperpera il denaro, perché favorisce quasi solo chi non ne ha bisogno. A beneficiare maggiormente di uno sconto lineare sull’aliquota sarebbero infatti soprattutto i ceti alti, mentre alla grande maggioranza dei contribuenti toccherebbero le briciole.
La riforma fiscale, nel senso di adattamento al nuovo quadro federale che vieterà i regimi tributari agevolati, si dovrà fare, ma è importante farla senza costo per la collettività. Non avessimo un sistema nazionale che mette i Cantoni in esagerata concorrenza fiscale tra loro, almeno per quanto riguarda le società potenzialmente più mobili, come quelle che fino a oggi possono fruire del regime agevolato, avremmo anche potuto ricavare qualcosa da questa operazione da investire in altre politiche. Ma gli sgravi posticci non sono né necessari né opportuni.
 

I comandamenti di Lorenzo

­ 16 settembre 2018

Dopo aver dato degli stupidi o servili a tutti sul Mattino di oggi, al PLRT, al PPD, a Gabriele Gendotti, a Luigi Pedrazzini, al Corriere del Ticino, alla Regione, ai leghisti che in Consiglio di Stato e in Gran Consiglio hanno detto SÌ, Lorenzo Quadri, che naturalmente di scuola se ne intende più di una Montessori, sfida addirittura Mosè e ci propone i suoi 10 comandamenti. Siccome sono in viaggio e ho un poco di tempo (sto tornando dalla visita a SwissSkills a Berna), mi permetto di riportarveli e di commentarli. Dunque, La scuola che verrà non andrebbe sperimentata perché:

1) Produce un livellamento verso il basso delle competenze degli scolari ticinesi.

Lorenzo ha certezze granitiche e ha paura di fare l’esperienza e vedere se le cose stanno davvero così o se le sue teorie saranno clamorosamente smentite. La storia ci dice che quando si sosteneva lo stesso concetto ai tempi dell’unificazione di scuole maggiori e ginnasio nella scuola media, il mitico abbassamento del livello generale non si è prodotto. Anzi. Il Ticino, unico Cantone che ha la scuola secondaria unificata, ha ottimi risultati per gli allievi migliori ed è tra i primissimi in tutte le classifiche sui titoli di maturità o accademici.

2) Sostituisce la parità di partenza con la parità d’arrivo.

Quella della parità di arrivo è una simpatica scempiaggine che Lorenzo si dev’essere sognato. La parità di partenza è la base della riforma, ma ne è un obiettivo anche l’accompagnamento degli allievi verso il miglior risultato possibile per ciascuno.

3) Propone una scuola non svizzera.

Qui Quadri ha ragione. Non vogliamo una controriforma, non vogliamo tornare ad una scuola che separa gli allievi a 10 anni sulla base di grossolanità, come accade purtroppo negli altri Cantoni. Questo sistema in Ticino l’abbiamo abbandonato 40 anni fa e non lo vogliamo di certo reintrodurre.

4) Propone la creazione della scuola pubblica socialista.

Questa è folcloristica, anche perché diversi Paesi comunisti proponevano anch’essi una scuola basata sulla selezione, che per fortuna non è la nostra tradizione. La scuola pubblica ticinese è da molti anni inclusiva, è di tutti ed è giusto che sia così. Non è il colore politico del capo del Dipartimento che connota questa ed altre istituzioni, il nostro sistema politico per fortuna non lo permette.

5) Trasforma la scuola da istituzione a servizio sociale.

Questa è surreale. Il progetto La scuola che verrà investe nei docenti, dando loro le condizioni per essere vicini agli allievi. I bravi docenti potranno così operare meglio. Non c’è nulla che si riferisce alla socialità in questo progetto, che è eminentemente educativo.

6) Propone di rendere ancora più egualitarista la scuola ticinese, che è già la più egualitarista della Svizzera.

Lorenzo, fammi capire: vogliamo rendere la scuola meno equa e più discriminatoria? Abbiamo un sistema equo che funziona e vogliamo renderlo iniquo? Sulla base di quali criteri oscurantisti?

7) Propone l’utilizzo di allievi come cavie umane (e se la sperimentazione fallisce, chi si assume la responsabilità)?

Gli allievi delle sedi sperimentali, che faranno lo stesso programma degli altri allievi ma avranno più vicinanza con i loro docenti, non rischiano certo di essere seguiti peggio di oggi. Se l’esperienza non dovesse dare risultati migliori di quelli attuali sarò io a prendermene la responsabilità, significherà che le misure proposte non si saranno dimostrate efficaci per fare dei passi avanti, ma in ogni caso gli allievi non subiranno alcuna ripercussione negativa.

8) La sperimentazione non è affatto tale, ma è la partenza della riforma: il rapporto taroccato alla fine dei tre anni sperimentali è già programmato (inoltre, a dimostrazione della totale opacità dell’operazione: nemmeno si sa quale istituto verrà incaricato di stilarlo, e con quali indicatori).

Questo è un insulto al Gran Consiglio, che certamente sarà chiamato e vorrà dire la sua al termine dei tre anni sperimentali, e alla ricerca svizzera, che è di prima qualità a livello mondiale. L’istituto che farà la valutazione lo deciderà il Consiglio di Stato e sarà esso stesso a dirci come intende procedere. Vogliamo insegnare ai ricercatori il loro mestiere?

9) I costi saranno stratosferici e ci sarà un’esplosione della burocrazia: 7 milioni per la sperimentazione e 35 milioni all’anno per l’implementazione in caso di approvazione popolare. Costi che evidentemente pagherà il contribuente. Intanto però, adducendo misure di risparmio, il Dipartimento taglia sulle risorse per casi difficili. Quindi si risparmia sulla pelle degli allievi più fragili, danneggiando loro, le loro classi ed interi istituti scolastici. Poi però al DECS i grandi scienziati in pedagogia, che mai hanno messo piede in un’aula, si sciacquano la bocca con “l’inclusione”.

Le risorse per i casi difficili non sono mai state tagliate, sono state riallocate e concentrate per renderle più efficaci, e la riforma è stata progettata da persone che nella scuola hanno passato molti anni e in parte ancora ci lavorano direttamente. La spesa in caso di generalizzazione sarà di 25 milioni per il Cantone, meno dell 1% di quanto esso spende e circa quanto concesso ai contribuenti più abbienti con l’ultimo pacchetto fiscale e sociale; non ci porterà certo al top della spesa pro capite per l’educazione, ma faremo un bel passo avanti. Lo stesso dicasi per i 9 milioni di spesa per i Comuni.

10) La riforma spinge tutti verso il liceo, svilendo la formazione professionale.

Questa è particolarmente bella. Con la riforma i criteri di accesso alle scuole post-obbligatorie rimangono gli stessi, anzi, togliendo i livelli A e B finalmente si toglie l’impressione, profondamente sbagliata, che le scuole professionali siano scuole di seconda scelta, valorizzandole più di oggi.

Caro Lorenzo, come novello Mosè vali poco. Il tuo decalogo è un’accozzaglia di fandonie che non vale nemmeno la carta su cui è scritto.

Non fermiamo l’innovazione scolastica (il caffè, 2.9.2018)

­ 2 settembre 2018

Oltre 40 anni fa, quando si decise di passare da ginnasio e scuola maggiore alla scuola media unica, uno degli argomenti dei contrari a quella riforma era il presunto abbassamento del livello generale della scuola che avrebbe prodotto l’accantonamento delle due filiere.

Oggi possiamo dire dati alla mano che quella previsione era totalmente errata. In proporzione alla popolazione scolastica il Ticino è infatti il terzo Cantone in Svizzera per maturità (liceo e Scuola cantonale di commercio), il primo per maturità professionali e il secondo per titoli universitari ottenuti dagli studenti. Il tasso di maturità per l’accesso alle università (dati 2015) è del 30.1%. Meglio di noi fanno solo BS (31.4%) e GE (32.6%). Il tasso di maturità professionali è del 22.4%, il più alto del Paese. Il tasso di titoli universitari, molto spesso dopo studi svolti in tedesco o francese, è (dati 2017) del 18.5% e meglio di noi fa solo GE (19%). Nessuno vuole un aumento di liceali e universitari, ma il fatto che da noi questi dati sono molto buoni significa che la nostra scuola, già più equa di quella degli altri Cantoni, non ha prodotto affatto un abbassamento del livello generale, al contrario.

La stessa previsione errata di 40 anni fa viene riproposta e sottolineata dai referendisti contro la sperimentazione del progetto “La scuola che verrà con modalità molto analoghe a quelle del 1974, ma ci sono buoni motivi per credere che anche stavolta essa sarà smentita dai fatti, ammesso che il prossimo 23 settembre dalle urne uscisse un SÌ. La ricerca educativa ha infatti mostrato da anni che la gestione dell’eterogeneità degli allievi in un contesto unico, come già accade in Ticino, accompagnata da forme didattiche che permettono concretamente agli insegnanti di essere più vicini agli allievi – ciò che La scuola che verrà propone di fare – porta a risultati scolastici generali migliori per tutti, allievi più e meno bravi. La fase pilota di tre anni in votazione il 23 settembre permetterà proprio di verificare dati alla mano l’efficacia delle misure proposte per andare in questa direzione. È dunque nell’interesse anche degli scettici che questo svolgimento avvenga, proprio affinché si possano trarre conclusioni basate su dati concreti. Dire di no oggi è prematuro e non farebbe altro che bloccare l’innovazione scolastica.

La scuola dell’obbligo ticinese, tra le migliori in Svizzera, non opera una selezione precoce (in alcuni casi già a 10 anni!) come avviene in molti altri Cantoni svizzeri. E questa politica, come dimostrano i nostri risultati, ci ha dato ragione. Con “La scuola che vorrà” possiamo fare un ulteriore passo avanti, ad esempio abolendo i livelli in tedesco e matematica in III e IV media e sostituendoli con forme organizzative che permettono di seguire gli allievi più da vicino (ad esempio con aumento dal 4 al 34% delle ore-lezione complessive svolte a metà classe e con due docenti alla scuola media) senza separarli grossolanamente e precocemente in rigide categorie.

I referendisti, invocando una scuola “più svizzera” e “un’altra riforma” vogliono in realtà riportarci indietro di oltre 40 anni (una proposta è già stata depositata in Gran Consiglio), quando i bambini venivano selezionati dopo le scuole elementari tra chi andava al ginnasio e chi alle scuole maggiori. Una selezione basata molto più sulle impressioni e sulla provenienza sociale degli allievi che sulle loro effettive risorse potenziali. Una selezione precoce dannosa e inefficace visti i miglioramenti dei risultati della scuola ticinese dal passaggio alla scuola media unica. Per i giovani il tempo della selezione e delle scelte arriva alla fine della scuola obbligatoria, ma fino a quel punto è importante accompagnare ognuno al meglio verso la conoscenza, senza regalare nulla ma rispettando le caratteristiche e il ritmo di crescita di ciascuno, che differiscono da una persona all’altra.

Confido che la popolazione sappia dare fiducia alla scuola e alla sua capacità di innovarsi.  Non si chiede una cambiale in bianco. Votando SÌ alla sperimentazione triennale del progetto otterremo dei dati oggettivi che saranno a disposizione di tutti e ci daranno gli elementi necessari per scegliere con cognizione di causa le modalità più efficaci per migliorare la scuola ticinese.

Scuola che verrà: risposta a Rigozzi (laRegione, 31.08.2018)

­ 1 settembre 2018

Rispondo volentieri alla riflessione di Gerardo Rigozzi a proposito del progetto “La scuola che verrà” pubblicata su questo giornale [laRegione] il 30 agosto. Convengo che, dopo la disinformazione propinata da alcuni referendisti, quelle che pone Rigozzi sono questioni legittime, seppur in parte fuori tema e condite da qualche imprecisione e forzatura.
Le domande fuori tema sono quelle riguardanti i requisiti che devono avere gli allievi per accedere senza troppe difficoltà agli studi liceali e le conoscenze e attitudini che devono avere gli allievi per frequentare le varie scuole professionali. In effetti, queste questioni riguardano il “cosa” si insegna e sono definite dai piani di studio, che non sono né tema né oggetto della riforma organizzativa della scuola la cui sperimentazione è in votazione il 23 settembre.
La questione di “cosa” si insegna oggi e di cosa si insegnerà domani alla scuola dell’obbligo, di quali discipline e al loro interno quali specifiche competenze disciplinari e quali competenze trasversali vanno approfondite e padroneggiate dagli allievi, è una questione importante su cui si sta lavorando da anni, prima con la redazione del piano di studio (2011-2015), ora nel lungo lavoro di implementazione (dal 2015). Lo stesso vale per i piani di studio delle scuole postobbligatorie, che sono già ben definiti, anche se vi sono delle evoluzioni alle quali anche il settore obbligatorio dovrà prestare attenzione affinché l’insieme delle richieste agli allievi siano coerenti. Tutto questo però – ribadisco – non è oggetto di discussione per la votazione del 23 settembre. I temi vanno distinti e affrontati uno alla volta, con ordine.
“La scuola che verrà” si occupa del “come”, dell’organizzazione dell’insegnamento, affinché il percorso alla scuola dell’obbligo sia più vicino al ritmo di apprendimento degli allievi, i quali sono diversi tra loro. L’obiettivo è mettere gli allievi in condizioni migliori per permetter loro di imparare ciò che il piano di studio prevede grazie a una maggiore vicinanza tra docenti e allievi. Questo, proprio affinché questi ultimi possano costruirsi il bagaglio migliore possibile, acquisendo quegli “strumenti prioritari per un inserimento positivo e critico nella società” a cui faceva cenno il mio interlocutore.
Nel suo articolo Rigozzi suggerisce che con la riforma si passerebbe a una scuola che “sballotta” gli allievi “da un gruppo all’altro, da un docente all’altro, da corsi in comune, ai laboratori, agli atelier, alle settimane progetto, ai corsi polisportivi, alle settimane verdi e bianche, e così via”. Questa lettura è una forzatura. La scuola attuale conosce già bene questa articolazione e tutti gli elementi sopra elencati che la compongono sono largamente apprezzati e sussistono da ben prima del mio arrivo alla direzione del Decs (salvo la forma dell’atelier con docente titolare e di sostegno, che è l’unica vera novità). Il riferimento alla sindrome della “demenza digitale”, sindrome che colpisce alcuni giovani dediti all’uso eccessivo dei media digitali a causa della sovrastimolazione dovuta agli elementi presenti sullo schermo, con tutto ciò non c’entra proprio nulla.
Il progetto di riforma non sballotta nessuno, propone semmai una migliore complementarità e un rafforzamento delle buone pratiche già in atto, a tutto vantaggio degli allievi e del loro apprendimento. I laboratori, ore in cui il docente incontra metà classe per volta e può quindi lavorare in maniera più mirata con solo 10-12 allievi, saranno potenziati (da 4 ore a 24). Le giornate progetto aumenteranno, così come l’ampliamento delle opzioni e la co-docenza, oggi molto parziale, che verrà sostenuta. Tutte queste sono cose che la nostra scuola conosce bene e che se articolate correttamente, mettendo gli allievi nelle condizioni di essere seguiti più da vicino dagli insegnanti in base alle proprie caratteristiche e bisogni, potrà elevarne la qualità.
Rigozzi chiede cosa deve fare la scuola per soddisfare gli interessi e le capacità degli allievi dopo 7 anni di scuola indifferenziata, ma anche questa domanda è mal posta. Innanzitutto di anni di scuola dell’obbligo in Ticino ce ne sono 11 e non 7. E poi, come dovrebbe ormai sapere, il progetto che si intende sperimentare supera la separazione degli allievi in livelli A e B in III e IV media, ma non abolisce affatto la differenziazione pedagogica, anzi, permette di differenziare più efficacemente. “La scuola che verrà” propone delle misure concrete in tal senso, quali le ore-lezione a metà classe o con doppio docente (che passeranno dal 4 al 34% delle ore complessive di lezione alle scuole medie, con un picco del 50% in IV media). Questa e altre misure mettono i docenti nella posizione di poter considerare meglio e già dalla I media le differenze tra gli allievi, senza doverli però separare formalmente ed etichettarli come accade oggi con i livelli.
Provo un poco di tristezza per il disprezzo che Rigozzi manifesta nel suo scritto per la formazione continua degli insegnanti, tristezza che viene anche dal fatto che la prima volta che lo incontrai lui era docente alla Scuola magistrale, quindi, secondo il suo dire, uno di quegli “esperti che non hanno mai messo piede in una classe di scuola dell’obbligo e non avrebbero nulla da dire ai docenti”, mentre io ero allievo. Proprio alla Magistrale ho imparato cosa sia la differenziazione pedagogica degli allievi in classe: io non me lo sono dimenticato, Rigozzi purtroppo sembra di sì.
Un ultimo punto è importante. Il coinvolgimento c’è stato, grazie a due consultazioni pubbliche che hanno permesso di migliorare considerevolmente il progetto inizialmente proposto grazie in particolare ai numerosi suggerimenti degli attori scolastici. Il 23 settembre si tratta di votare sulla sperimentazione. Mettere alla prova le misure proposte è l’unico modo per raccogliere dati utili per valutare precisamente la loro efficacia e continuare così nel fondamentale processo di continuo miglioramento della nostra scuola.

Scuola che verrà: Bühler e i suoi mantra

­ 29 agosto 2018

Ringrazio il signor Bühler per la sua presa di posizione [pubblicata su Ticinonews il 29.8.2018] che mi permette di fare chiarezza su un punto che evidentemente non è chiaro e che – sperando di turlupinare il cittadino – viene subdolamente martellato da lui e altri referendisti come un mantra al fine di insinuare il dubbio che la maggior parte dei docenti non abbiano partecipato al processo di costruzione del progetto di riforma La scuola che verrà e che non appoggino la sperimentazione del progetto.

Capisco che Bühler possa non saperlo, ma in fase di consultazione i docenti si sono espressi in molti modi. Lo hanno fatto (1) attraverso delle prese di posizione collettive espresse dal collegio docenti del proprio istituto, che è l’organo ufficiale che rappresenta i docenti di una determinata sede scolastica. Lo hanno fatto (2) individualmente nel corso degli incontri diretti avuti con i responsabili dipartimentali nell’ambito degli incontri con tutti – sottolineo tutti – gli insegnanti della scuola dell’obbligo per presentare il progetto di riforma e raccogliere le opinioni dei docenti (incontri che sono stati verbalizzati e che hanno dunque fatto parte a tutti gli effetti della consultazione). Lo hanno fatto (3) attraverso le numerose associazioni magistrali presenti nel nostro cantone, associazioni che – lo ricordo – hanno portato la propria adesione alla versione definitiva del progetto prima che questo approdasse e venisse approvato con alcune ulteriori modifiche dal Gran Consiglio. Infine, lo hanno fatto (4) esprimendosi a titolo personale utilizzando il formulario online.

Quest’ultimo mezzo, tra l’altro, era a disposizione della popolazione tutta. Anche Bühler avrebbe potuto contribuire con i suoi commenti al miglioramento della versione iniziale del progetto. Constato invece che lui, come pure UDC, Lega, Piero Marchesi, Lorenzo Quadri e la maggior parte delle poche persone che oggi si esprimono pubblicamente contro il progetto – peraltro facendo spesso erroneamente riferimento a questioni vecchie e ormai definitivamente sorpassate – non abbiano partecipato in nessun modo alle consultazioni.

Detto quanto sopra, non è affatto sorprendente che solo parte dei docenti abbiano utilizzato il particolare canale del formulario online per esprimere il proprio parere. Anzi, è semmai positivamente sorprendente che nonostante la partecipazione alla consultazione fosse facoltativa, ben 700 docenti abbiano utilizzato questo specifico canale oltre o al posto degli altri canali disponibili per esprimersi.

In questo senso, il mantra che l’86% del corpo docenti non ha preso parte alle consultazioni utilizzando il particolare canale del formulario online come argomento è poca cosa. L’importante non è il mezzo specifico che i docenti hanno scelto per partecipare alla consultazione, ma il fatto che una gran parte di loro si sia espressa in un modo o nell’altro e abbia così contribuito attivamente a migliorare il progetto.

È stato infatti in buona parte proprio grazie al prezioso e ricco contributo dei docenti alla seconda fase di consultazione che abbiamo proceduto a modificare la versione iniziale del progetto, facendo tesoro dei suggerimenti e delle critiche costruttive ricevute e migliorandolo in maniera considerevole. La versione finale che si propone ora di mettere alla prova è descritta nel Messaggio governativo nr. 7339 del 5 luglio 2017, con l’aggiunta delle modifiche proposte nel Rapporto di maggioranza della Commissione scolastica del 26 febbraio 2018, e tiene conto seriamente di quanto espresso dai docenti.

Non per nulla molti docenti in questi giorni si sono espressi, individualmente o tramite associazioni varie, a sostegno della sperimentazione che, se approvata il 23 settembre, ci permetterà di ottenere dati preziosi volti a verificare se – come abbiamo ragione di credere – grazie a una maggiore vicinanza tra docenti e allievi potremo rafforzare ulteriormente la qualità della scuola dell’obbligo ticinese.

Non credo che Bühler e gli altri siano arrivati alla fine di questo articolo. Dopotutto stanno dimostrando con i loro interventi che a loro i fatti e le misure proposte nel progetto La scuola che verrà interessano ben poco: l’importante è insinuare il dubbio e martellare strane interpretazioni della realtà nella testa della gente pronta a lasciarsi soggiogare senza porsi domande. Io non chiedo credulità. Auspico che la popolazione ticinese sia correttamente informata sui contenuti chiave del progetto di riforma al fine che si possa esprimere con cognizione di causa in merito all’opportunità di sperimentarlo. Trovate tutte le informazioni sul sito www.ti.ch/lascuolacheverra.

GITE A SCUOLA: UNA BELLA NOVITÀ

­ 29 agosto 2018

Le gite scolastiche rappresentano un momento speciale importante per gli allievi e le loro famiglie. Sono giornate arricchenti e di crescita che permettono a bambini e ragazzi di fare gruppo e di apprendere fuori dal normale contesto scolastico. Per le famiglie queste uscite, in particolare le settimane bianche e verdi, comportavano però fino all’anno scorso uno sforzo economico aggiuntivo non indifferente. Una spesa perlopiù imposta in quanto le gite fanno parte a tutti gli effetti della scuola obbligatoria e dunque non sono facoltative.
 
Da quest’anno c’è però una bella novità. Su iniziativa del mio Dipartimento il Cantone stanzierà infatti un milione all’anno per garantire le attività e i servizi agli allievi delle scuole medie, assumendosi così tutti i costi aggiuntivi finora assunti dalle famiglie, che saranno chiamate a contribuire ancora, ma unicamente in proporzione ai costi reali economizzati in virtù dell’assenza dei figli da casa. Per la scuola comunale (scuola dell’infanzia ed elementare) saranno i Comuni, che ringrazio per la comprensione e la partecipazione a questo sforzo, a coprire la differenza.
 
Queste misure, che vanno a beneficio di tutti, ma sono particolarmente importanti per le famiglie più in difficoltà, contribuiscono concretamente a consolidare il principio di gratuità della scuola dell’obbligo, una scuola che ha il compito di essere a tutti gli effetti la scuola di tutti.
 
Potremo fare un ulteriore passo in questa direzione, votando SÌ alla sperimentazione del progetto di riforma “La scuola che verrà” il prossimo 23 settembre e permettendo così di ottenere dati preziosi volti a verificare se – come crediamo – grazie a una maggiore vicinanza tra docenti e allievi potremo rafforzare ulteriormente la qualità della scuola dell’obbligo, a beneficio di noi tutti.
Maggiori informazioni su: www.si-scuoladitutti.ch

GLI ZAPPATORI E IL TORNADO

­ 20 giugno 2018

Qualche politico di casa nostra ritiene inopportuno che mi esprima su questioni di civiltà, come il trattamento riservato ai migranti da alcuni Paesi, o su politiche proposte da nazioni estere, come quelle inerenti all’applicazione del trattato di Dublino. Nell’ambito delle mie funzioni mi dedico tutti i giorni ai ticinesi, sia dirigendo il mio Dipartimento, sia partecipando alle decisioni del Governo, mettendo in campo riforme per il futuro e facendo tutto ciò che è in mio potere per consolidare soluzioni attuabili ed efficaci ai problemi. Ciò non mi impedisce, anzi, mi richiede di interessarmi anche a ciò che ci circonda, a ciò che sta accadendo attorno a noi e che più o meno direttamente ci tocca. Per esempio in ambito di migrazione, perché anche noi siamo coinvolti dal cinismo imperante o, più concretamente, dall’applicazione degli accordi Schengen/Dublino.

Non possiamo proteggere e coltivare efficacemente il nostro orto senza alzare ogni tanto lo sguardo da terra e contestualizzare la situazione generale, per identificare eventuali pericoli in arrivo per tempo, evitarli se possibile o comunque per preparare soluzioni valide prima che sia troppo tardi. Se un tornado si avvicina al nostro orto è meglio  saperlo e reagire per tempo, piuttosto che mettersi un paraocchi e continuare imperterriti a zappare la terra. Galeazzi, Marchesi, Quadri: mettetevi pure il cuore in pace, perché su questi temi non ho alcuna intenzione di star zitto. Viviamo in un Paese libero, nel quale tutti sono liberi di scegliere di cosa parlare e di leggere o ignorare quel che gli altri dicono. Se non vi garba ciò che ho da dire siete liberi di guardare altrove, nessuno vi obbliga ad alzare lo sguardo da terra.

IL PIANETA DEI “DURI”

­ 19 giugno 2018

Saremo anche nel terzo millennio, nell’epoca digitale, nel futuro che non ci si poteva immaginare, ma dal profilo della crescita civile mi pare si stia assistendo a una drastica involuzione. Il presidente americano che separa i bambini dai genitori migranti (succede purtroppo anche da noi con tanto di sentenze e carte da bollo), il ministro dell’interno italiano che vuole censire i rom (che molto probabilmente l’anagrafe e i vari registri conoscono già) per espellerne una parte, le navi con gente in fuga a bordo rifiutate, il muro ungherese con tanto di cani per la caccia all’uomo, il ministro dell’interno tedesco che comincia anch’esso a porre condizioni sui respingimenti ad Angela Merkel e, tragicamente, tanta, troppa gente che applaude.
I “duri” continueranno a ostentare le loro oscenità finché ci saranno applausi e si afflosceranno solo quando il battimano cesserà. L’evoluzione o l’involuzione di questa storia dipende e dipenderà quindi da tutti noi.
 
Gestire le migrazioni con senso civile e umanità è possibile. Gonfiare i bicipiti per i media a fronte di gente in fuga a me pare solo patetico, ma io sono buonista e ben fiero di esserlo. Ai “duri” e ai loro applausi su questo tema preferisco il papa, Sanchez, Angela Merkel e tutti quelli che non stanno a guardare o applaudire, ma si pongono qualche domanda sullo stato della nostra presunta civiltà.

 

NON CONFONDIAMO IL CONTENUTO CON IL CONTENITORE

­ 12 giugno 2018

Dal 25 ottobre scorso è pendente in Gran Consiglio un messaggio per l’acquisto da parte dello Stato di gran parte di un immobile alla stazione di Giubiasco per 12.6 milioni (immobile eVita), acquisto che a oltre sette mesi dalla proposta risulta bloccato per presunti problemi politici. I media continuano a presentare questo progetto di acquisto immobiliare come la Città dei mestieri, quando nella realtà gli inquilini dello stesso sono cinque, di cui la Città dei mestieri è probabilmente quello che richiede meno spazio.

Nella parte che potrebbe essere acquistata dal Cantone dell’immobile eVita è infatti previsto l’insediamento dell’Istituto della formazione continua (inclusivo del servizio Corsi per adulti) e della Città dei mestieri del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport, ma anche i servizi “arredamento” e “traslochi” della Sezione della logistica e l’Ufficio dello sviluppo manageriale del Dipartimento finanze e economia.

Sarebbe gran tempo che non si confondessero i contenuti con il contenitore, tirando in ballo in una polemica politica degli istituti e dei servizi che con le possibili scelte logistiche non c’entrano nulla.

Chiedo per favore quindi prima di tutto ai media, ma non solo, di chiamare l’eventuale problema con il suo nome, quello dell’immobile, e non prendendo a prestito il nome di un servizio che deve ancora essere costruito, la Città dei mestieri, e che nessuno ha finora mai contestato.

L’ATTIMO FUGGENTE

­ 11 maggio 2018

Quello che è successo in queste ore, l’arresto del giovane che pare pianificasse un atto criminale cruento, ha preoccupato tutti, comprensibilmente, me compreso. Sono però al contempo contento della reazione della scuola, che come dimostrato anche in questa circostanza funziona bene ed è attenta ai propri allievi.

Questo grazie alla vicinanza e al clima di fiducia che esiste tra allievi, docenti e direzione, alla comunicazione schietta e aperta che esiste tra loro, alla capacità di ascolto e di lettura della situazione degli studenti e di chi nella scuola lavora tutti i giorni con professionalità e dedizione. La naturale vicinanza e il sincero interesse verso chi ci sta vicino, considerato come persona e non come un semplice numero, hanno in questa circostanza permesso di cogliere in tempo e prendere sul serio dei segnali altrimenti invisibili, permettendo di reagire tempestivamente per evitare qualcosa che fino a ieri alle nostre latitudini era quasi inimmaginabile.

Questa vicinanza tra studenti e docenti e questa apertura comunicativa sono un tesoro inestimabile che dobbiamo tenerci stretto. Indubbiamente il mondo sta cambiando rapidamente, producendo situazioni finora sconosciute alle nostre latitudini. Alla scuola il compito di restare al passo mettendo in campo quanto necessario per poter continuare ad esser vicini ai ragazzi e accompagnarli lungo il loro cammino, per far fronte alle molte sfide di un mondo che va di fretta, colmo di grandi opportunità, ma che purtroppo nasconde anche insidie.

In un meraviglioso film, Robin Williams impersonava il professor Keating, un docente sensibile, attento, che ascoltava i suoi allievi e li motivava. La scuola deve continuare ad essere questo: un’istituzione fatta di persone attente, che si parlano, vivono e crescono insieme.

Oggi non voglio pensare a cosa sarebbe potuto succedere. Oggi voglio fare un plauso a tutte le studentesse, gli studenti, i docenti e alle direzioni del cantone per quello che fanno ogni giorno e per come lo fanno. Perché la scuola ticinese è questa, e sono certo che, passato questo momento di naturale apprensione, tutti saremo cresciuti un po’ e sapremo stare ancora più vicini, per aiutarci e sostenerci a vicenda.

LE PERLE DI VERITÀ DI QUADRI

­ 23 aprile 2018

Perché Lorenzo Quadri debba riempire ogni domenica il suo giornale di frottole è una cosa che mi sfugge, visto che è persona intelligente e quindi certamente capace di trovare argomenti veri per sostenere quel che dice.

I docenti a larga maggioranza non condividono la riforma “La scuola che verrà”, dice Lorenzo Quadri, idem i direttori degli istituti scolastici, idem i genitori. Ma io ho per le mani tre prese di posizione di qualche tempo fa che dicono il contrario, una del collegio dei direttori, una della conferenza dei genitori e una del forum delle associazioni magistrali. Qualcuno deve averlo male informato, perché sono sicuro che non si abbasserebbe a inventare fandonie solo per sostenere la sua tesi.

Per Quadri la partitocrazia (PS, PPD, PLR, I Verdi) è boccalona. Si sarebbero fatti tutti abbindolare da me, che sono magari un bravo lavoratore, me lo concede anche Morisoli, ma non sono certamente così astuto da fregare più di mezzo parlamento.

Il rapporto di valutazione della sperimentazione sarà farlocco, dice Quadri. Ma se non è ancora stato deciso a chi affidarlo (e men che meno sarà un istituto ticinese), come fa a sapere che risultato avrà?

Secondo il Mattino ci saranno costi nascosti per le scuole comunali, anche a livello di edilizia scolastica, a causa dei laboratori e delle lezioni a classi dimezzate. Forme di laboratorio alle scuole comunali già ci sono e ce ne saranno di più in futuro, ma non implicano cambiamenti edilizi o logistici. Saranno possibili grazie all’introduzione del docente risorsa e di materie speciali. Forse le è sfuggito anche questo Quadri?

E poi per finire, piantiamola di prendere per il naso i ticinesi con la paranoia dell’ideologia rossa, che travierebbe i nostri figli nei decenni a venire. Il progetto di piano di studio della scuola dell’obbligo redatto dal DECS, che ben poco ha a che fare con “La scuola che verrà”, è serio e ragionato, è stato costruito da numerosi gruppi di lavoro comprendenti esperti, quadri scolastici e insegnanti ed è simile agli analoghi piani di studio svizzero tedeschi e romandi. Tutti sbagliati e traviati? Ma dai.

Ecco perché penso che Quadri sia stato male informato e me ne dispiace. Però sono a disposizione, quando ha un attimo di tempo (so che è molto occupato), per spiegargli bene sia il progetto che la sperimentazione, magari assieme a qualcuno dei leghisti che in Gran Consiglio il credito l’ha votato.

BORSE DI STUDIO: PASSI AVANTI

­ 13 aprile 2018


 

UNA RISPOSTA DOVEROSA

­ 9 aprile 2018

Ci è stato chiesto di dare una risposta a un’intervista di Franco Zambelloni a proposito del referendum contro La sperimentazione del progetto La scuola che verrà. Lo facciamo volentieri soffermandoci su alcuni punti, non senza rimanere di stucco di fronte ai vistosi errori inerenti ai fatti che ritroviamo nelle premesse dell’intervistato. Non tocca a noi commentare le opinioni, ognuno esprime liberamente le proprie, ma sui fatti veri o falsi non si può transigere.

Contrariamente a quanto sostiene Zambelloni, La scuola che verrà non tratta in alcun modo della questione delle sanzioni legate all’impegno scolastico, non si occupa di note (sufficienze o insufficienze), non si occupa di bocciature e ripetizioni di classe. Manifestamente egli non ha seguito il progetto, perché questo si occupa di forme didattiche, di collaborazione tra docenti, di occasioni di maggior vicinanza tra docenti e allievi lasciando gli aspetti citati dall’intervistato esattamente come sono regolamentati oggi.

Il proscioglimento dalla scuola dell’obbligo è già oggi garantito a tutti, contrariamente a quanto afferma Zambelloni, semmai è l’ottenimento della licenza che non lo è, aspetto che nella sperimentazione non muta.

Informiamo Zambelloni che non sarà il CIRSE a fare la valutazione, è una delle richieste della Commissione scolastica che è stata accolta; la responsabilità della valutazione sarà affidata a un istituto universitario d’oltre Gottardo.

I tempi della trattazione in Parlamento del dossier non sono stati decisi dal DECS, anche noi avremmo gradito un calendario diverso, ma confidiamo sulla capacità dell’istituto universitario che verrà scelto per la valutazione nel compiere un lavoro scientificamente solido nei tempi dati.

Nessuno ha contestato il diritto di lanciare un referendum, semmai sono state le argomentazioni del tutto fuorvianti a suo sostegno a essere criticate, nel pieno diritto di critica che dovrebbe appartenere a tutti, anche a chi cerca di capire le ragioni di un referendum.

Le premesse sulle quali Zambelloni fonda il suo ragionamento contengono numerosi e manifesti errori di fatto. Spiace dirlo, ma in questo caso è mancato largamente il rigore che da uno studioso come lui ci saremmo attesi. Si possono avere idee molto diverse sull’inclusione o sulla selezione scolastica, sono opinioni su cui senz’altro avremo modo di discutere a lungo, ma partire da premesse di fatto semplicemente non vere è purtroppo indice di confusione o di pressapochismo.

La scuola di tutti

­ 22 marzo 2018

Ha fatto bene Diego Erba, ex capo della Divisione della scuola, a ricordare oggi sulla Regione la figura di Franco Lepori, scomparso 20 anni or sono e ricordato come padre della scuola media ticinese. Una scuola delle pari opportunità di partenza, non dell’omologazione, come ha ricordato Erba, una scuola di tutti e per tutti.

A inizio mese ho partecipato a una mattinata di ricordo della figura di Lepori organizzata dalla Società demopedeutica e ho incontrato molte persone che hanno lavorato con lui. Io sono di un’altra generazione, ma ho potuto rileggere diversi documenti utili a capire come il confronto attorno alla scuola dell’obbligo sia sostanzialmente sempre lo stesso e si riduca a due visioni diverse, da un lato la scuola di tutti, dall’altro la scuola d’élite.

Nella scuola di tutti le pari opportunità non sono garanzia di riuscita uguale per tutti, ma un impegno forte e deciso nell’accompagnare gli allievi dove le loro risorse sono in grado di portarli. Una scuola che aiuta a crescere, senza far sconti o regali, ma che è lì per sostenerli.

Nella scuola d’èlite si seleziona presto, molto spesso in base a criteri grossolani o ingiusti, si frustrano molti ragazzi e ragazze che hanno comunque delle potenzialità e non ci si preoccupa del loro futuro. Magari poi ci si lamenta del risultato sociale di una simile scelta, andando a investire in formazioni tardive in età adulta, molto costose, dopo aver lasciato sole queste persone quando erano a scuola e potevano imparare di più.

Lo scontro degli anni ’70 sulla scuola media si sta riproponendo oggi con il referendum sulla sperimentazione della Scuola che verrà, che non è altro che un ammodernamento dell’organizzazione scolastica per permettere ancora meglio alla scuola dell’obbligo e ai suoi docenti di essere vicino agli allievi, in una società più complessa di quella di 40 anni or sono. Alle scuole comunali con mezza giornata alla settimana di co-docenza (due docenti presenti in contemporanea), per favorire insegnamenti più personalizzati, alla scuola media molte ore di laboratorio (con metà classe) o di atelier (con due docenti) per lo stesso obiettivo, invece dei livelli.

La storia si ripete, sta ai ticinesi confermare la fiducia alla loro scuola, la scuola di Franco Lepori, la scuola di tutti.

Le non ragioni di un referendum

­ 18 marzo 2018

Usare lo strumento del referendum popolare è legittimo e democratico, ma bisogna spiegarne il perché.
Per questo, curioso, ho sbirciato tra le carte dei referendisti contro il credito per la sperimentazione del progetto La scuola che verrà per scoprire:
– che il titolo del referendum è “No allo smantellamento della scuola pubblica”;
– che si parla di “sperimentazione senza criteri, obiettivi misurabili e con un risultato già predefinito”;
– che “L’86% dei docenti non si è espresso sulla riforma”;
– che La scuola che verrà sarebbe “una riforma che spinge le competenze degli allievi al ribasso”;
– che invece ci vorrebbe “una riforma urgente della scuola dell’obbligo, ma assolutamente non in questo modo”.

Ci vuole una mente ben contorta per sostenere che investire 34.5 milioni all’anno in più nella scuola pubblica a riforma generalizzata significhi smantellarla. Qualche referendum l’ho lanciato o sostenuto anch’io, ma normalmente quando parlavo di smantellamento è perché combattevo contro dei tagli, non dei maggiori investimenti. Come direbbe Crozza, non è che aumentando il numero di infermieri e medici negli ospedali si peggiorano le cure. La logica di questa assurdità si commenta da sola.
Come deciso dal Gran Consiglio, la valutazione della sperimentazione sarà perfettamente scientifica, come lo sono le valutazioni fatte dai nostri enti universitari. Oltretutto in questo caso sarà un ente non ticinese a svolgerla, con criteri e obiettivi scientifici, com’è normale per le università svizzere, giudicate da tutti tra le migliori al mondo. Vogliamo mettere in dubbio anche la qualità degli atenei rossocrociati?
Tutti i docenti della scuola dell’obbligo hanno potuto discutere della riforma nel corso di decine di incontri, hanno potuto partecipare per iscritto alla consultazione, si sono espressi tramite le loro rappresentanze. Molte delle loro osservazioni sono state ascoltate e inserite nel modello sperimentale. Chi invece non si è espresso in nessuna delle due consultazioni organizzate sono UDC e Lega dei ticinesi, da cui provengono diversi promotori. Un po’ imbarazzante criticare chi non si sarebbe espresso dopo aver fatto scena muta per anni.
Che La scuola che verrà sarebbe “una riforma che spinge le competenze degli allievi al ribasso” è una triste tiritera che gira da 4 anni, sulla quale ho dovuto ripetere più e più volte che si tratta di una menzogna. La riforma non spinge affatto le competenze verso il basso, ma dà ai docenti strumenti per essere vicini all’individualità degli allievi, quelli forti e quelli più deboli. Ore con metà classe o doppio docente (mezza giornata a settimana alle scuole dell’infanzia e alle scuole elementari, 6 lezioni settimanali in I media, 8 in II media, 10 in III media e 12 in IV media) e più spazi di collaborazione tra i docenti mediante un nuovo monte ore speciale permettono di gestire le differenze e l’eterogeneità meglio di quel che accade oggi.
La riforma “urgente” che il comitato referendario propugna come alternativa agli investimenti combattuti con il referendum è contenuta in un’iniziativa parlamentare Morisoli-Pamini che, tra l’altro, con un costo di certo non inferiore a quello preventivato per La scuola che verrà vuole reintrodurre una selezione precoce degli allievi a 10 anni, quando i bambini non hanno ancora potuto esprimere le loro capacità, facendo un salto indietro nella modernizzazione della scuola di oltre 40 anni, vuole trasformare la scuola in azienda, con direttori manager che non vengono dall’insegnamento, e naturalmente vuole denaro pubblico per finanziare le scuole private.
Queste sono le non ragioni di questo referendum. Come diceva una volta una fortunata pubblicità, meditate gente, meditate.

Discutiamo di scuola ma non così

­ 11 marzo 2018

Racconta una bugia e continua a ripeterla, qualcosa rimarrà comunque nella testa della gente”.

E’ un vecchio sistema per contrastare i progetti e le riforme che non si vogliono, al quale non è sfuggito nemmeno Piero Marchesi in un suo recente commento sulla Scuola che verrà, che da lunedì sarà discussa in Gran Consiglio.
Il presidente UDC in poche righe ha messo in riga almeno 6 fakenews (complimenti per la sintesi) che non possono essere lasciate passare senza reagire: mancato coinvolgimento, progetto funzionale alle prossime elezioni cantonali, scelta à la carte delle materie da parte degli allievi, obiettivo della parità di arrivo e non di partenza, più competenze sociali e meno competenze “istruttive”, più potere centralista al Dipartimento.
Caro Marchesi, le cose non stanno così.
1. Il coinvolgimento di insegnanti, specialisti, genitori e politica c’è stato, eccome, alle due consultazioni molto ampie hanno partecipato in molti e molte delle indicazioni presentate sono state integrate nel modello finale, tanto che oggi le associazioni magistrali, i direttori scolastici e la Conferenza dei genitori appoggiano la riforma.
2. Le prossime elezioni non c’entrano, noi volevamo già partire a settembre 2017 e se la discussione avviene oggi è perché il Gran Consiglio ci ha chiesto un anno in più.
3. La scelta à la carte delle materie da parte degli allievi non so dove l’ha letta, forse si riferisce ad un’estensione delle opzioni in III e IV media, elemento che, a proposito di coinvolgimento, è stato plebiscitato da tutti come positivo nel corso della seconda consultazione.
4. La parità di arrivo invece della parità di partenza, mi spiace dirlo, è una menzogna colossale, da sempre il progetto intende semplicemente permettere agli allievi di andare là dove le loro risorse permettono loro di andare, considerando e sostenendo le loro individualità dentro un contesto scolastico unico, dove tutti si incontrano e non c’è separazione fisica.
5. La questione delle competenze sociali o disciplinari non è trattata in questo progetto, è oggetto del piano di studio già in fase di implementazione, ma non sposta affatto il centro dell’insegnamento verso le competenze sociali, semmai integra bene tutte le competenze, come la scuola del resto fa già da molti decenni.
6. Infine il presunto centralismo del Dipartimento, di cui nel progetto non vi è alcuna traccia e che risulta del tutto campato in aria.

La proposta Pamini-Morisoli, alla quale il Consiglio di Stato ha risposto da oltre un anno con un messaggio di quasi 30 pagine, che tra l’altro ripropone un parziale finanziamento delle scuole private parificate e un’estensione del sistema dei livelli a molte discipline e nell’arco di tutta la scuola media invece del superamento di questo modello, dovrà essere anch’essa trattata dal Parlamento, ma va in direzione diametralmente opposta al progetto in discussione da domani in Parlamento, che si inserisce invece nel solco della tradizione inclusiva della nostra scuola dell’obbligo.
Nel nostro Paese, come dappertutto, ci sono certamente più visioni della scuola a confronto; è lodevole discutere pubblicamente di questioni che interessano la collettività, ma bisognerebbe farlo sulla base di dati veri, non di argomentazioni inventate o fallaci.

Le borse di studio e il ceto medio

­ 12 febbraio 2018

Alcuni movimenti giovanili si stanno organizzando per chiedere uno sforzo maggiore nel settore delle borse di studio, a partire dalla constatazione secondo cui la situazione finanziaria del Cantone è migliorata, per cui lo spazio per borse più generose ci sarebbe. Il ragionamento ha una sua fondatezza, considerato che anche in questo ambito in passato sono stati chiesti alcuni sacrifici, segnatamente permettendo al Consiglio di Stato di decidere se trasformare o meno 1/3 della borsa di studio per gli studenti di master in prestito. Dal 2015, su mia insistenza, il Ticino ha un’apposita legge inerente a queste prestazioni, che precedentemente erano decise in maniera quasi unilaterale dal Consiglio di Stato. I margini per migliorarla ci sono ed il mio Dipartimento sta studiando le misure possibili, di cui il governo discuterà tra qualche settimana in vista del prossimo anno scolastico. Va comunque detto che nel confronto intercantonale il sistema ticinese risulta tra quelli virtuosi, erogando prestazioni sopra la media nazionale. Su un punto la contestazione dei giovani risulta invece poco fondata, quando “rimpiange” il metodo di calcolo precedente, basato sul reddito imponibile, invece di quello attuale basato sul reddito disponibile. Il metodo del reddito imponibile è stato abbandonato da tempo quale parametro di riferimento per le prestazioni a carattere sociale, perché le diverse deduzioni fiscali introdotte a partire dai pacchetti di Marina Masoni hanno reso questo dato poco significativo quale misuratore della capacità finanziaria dei contribuenti. L’esempio che illustra bene questo fenomeno è quello della persona che dispone di fr. 150’000.– annui, investe fr. 120’000.– per una ristrutturazione energetica di casa propria deducendoli totalmente dalle imposte e si ritrova con un imponibile di fr. 30’000.–; un importo che non rappresenta la sua vera capacità finanziaria, ma che ai tempi in cui si usava il parametro del reddito imponibile gli permetteva di accedere alla borsa di studio. Furono proprio casi come questi ad indurre il parlamento, tutti d’accordo, a passare dal concetto di reddito imponibile a quello di reddito disponibile per l’erogazione delle prestazioni sociali e poi, più tardi, per quella degli aiuti allo studio. La critica secondo cui il nuovo sistema di calcolo non considera il ceto medio è anch’essa poco fondata, anche se andrebbe prima definito il concetto piuttosto “ballerino” di ceto medio. Facciamo tre esempi di applicazione del sistema oggi vigente per capirci. Con il sistema attuale una famiglia di 4 persone (coppia con due figli di cui uno all’università fuori Cantone) con entrate lorde annue per fr. 130’000.– e una sostanza netta di fr. 50’000.– potrebbe avere un reddito disponibile di ca. fr. 65’000.–; per questa famiglia la quota legale da destinare alla formazione del figlio ammonta a fr. 26’500.-, importo superiori ai costi di formazione di ca. fr. 22’000.-. In questo caso il Cantone non riconosce alcuna borsa di studio. Nel medesimo caso familiare ma con entrate lorde annue per fr. 100’000.–, il reddito disponibile diminuisce a ca. fr. 35’000.–; in questo caso la quota legale da destinare alla formazione del figlio è di fr. 11’500.–, per cui mancano fr. 10’500.– per coprire i costi di formazione di ca. fr. 22’000.–. Questa lacuna di reddito viene colmata dalla borsa di studio, che sarà di fr. 10’500.–. Infine, sempre prendendo la stessa famiglia ma stavolta con entrate lorde annue per fr. 70’000.–, il reddito disponibile diminuisce a ca. fr. 10’000.–; in questo caso la quota legale da destinare alla formazione del figlio è di fr. 3’000.–, per cui mancano ben fr. 19’000.– per coprire i costi di formazione di ca. fr. 22’000.–. In questo caso la borsa riconosciuta dal Cantone sarà quella massima di fr. 16’000.–, alla quale potranno aggiungersi fr. 3’000.– di prestito. Aggiungo che, grazie alle generose deduzioni fiscali ticinesi per figli agli studi, la prima famiglia, quella che non prende alcuna borsa, avrà un beneficio in termini di minori imposte più elevato di quello della seconda e decisamente più elevato di quello della terza. La combinazione di borse di studio e di deduzioni fiscali per figli agli studi allarga quindi gli aiuti statali in questo ambito. Gli aiuti allo studio vanno sempre adattati alla situazione e possono essere potenziati, ma questo processo va fatto sulla base di calcoli ben calibrati, per evitare che il risultato finale sia diverso da quello desiderato. Per lavorare in questa direzione io ci sono.

Chi vuole distruggere la Svizzera?

­ 4 gennaio 2018

È piuttosto sorprendente osservare come alcune cerchie che si definiscono particolarmente vicine ai valori del nostro Paese abbiano deciso di attaccare frontalmente il modello di coesione e di multilinguismo che esso rappresenta. Lo hanno fatto iniziando la cosiddetta “guerra delle lingue” oltralpe, con l’intenzione di cancellare l’insegnamento del francese dalle scuole a favore dell’inglese, una “guerra” che stanno perdendo, e ora lo stanno facendo con l’iniziativa No Billag, che punta né più né meno a far scomparire la Ssr e le sue filiali regionali, Rsi compresa, dal panorama dei media elvetici. Quasi che la Svizzera festeggiata il 1° agosto con falò e bandiere o con il recupero di alcuni sport ancestrali possa poi essere dimenticata gli altri giorni dell’anno, costringendo gli svizzeri a parlarsi tra loro in inglese o a guardare le televisioni estere o quel che resterà di quelle locali per essere informati, malamente, sul loro Paese. Non moltissimi anni fa la Svizzera era orgogliosa di essere Paese multilingue, di avere avuto radio storiche importanti come Radio Monte Ceneri, Radio Beromüster, Radio Sottens, di aver saputo costruire un Paese su alcuni servizi importanti, le Ptt, le Sbb/ Cff/Ffs, simboli di efficienza e puntualità, di raccontare la nostra storia e il nostro presente agli svizzeri e a chi ci vedeva e ci guarda dall’estero in quattro o cinque lingue, schwiitzerdütsch compreso, attraverso le reti televisive e radiofoniche della Ssr. Un fiore all’occhiello la Ssr, un’azienda pubblica che ha saputo costruire e gestire al contempo tre network radiotelevisivi (uno in tedesco, uno in francese e uno in italiano, con una finestra in romancio) in un Paese di 8 milioni di abitanti, quando all’estero (Italia, Francia, Germania, Austria, Inghilterra) si trattava di crearne e gestirne uno solo, in una sola lingua e potendo contare su un numero di utenti molto superiore. Un’impresa che attraverso la radio e la televisione ha accompagnato le nostre comunità per decenni attraverso la storia e i tanti cambiamenti, grandi e piccoli. Un patrimonio prezioso, fatto di cronaca, notizie, intrattenimento, sport, cultura, giochi, personaggi, documentari, film, radiodrammi, una presenza forte e professionale, pur in un contesto così piccolo e plurilingue come il nostro. Malgrado questo pilastro della Svizzera moderna, c’è chi vuole gettare tutto alle ortiche, facendo tabula rasa. La Ssr non sopravvivrà in caso di cancellazione del canone, inutile speculare o far finta di nulla. Nessuna impresa o azienda può sopravvivere se perde di colpo tre quarti dei suoi introiti senza alcuna possibilità legale di compensarli. Una verità drammatica, ancor più vera per il servizio nelle lingue minoritarie (francese, italiano e romancio). Se passasse l’iniziativa, il servizio radiotelevisivo che conosciamo al di qua delle Alpi e che diffonde l’italiano anche oltre Gottardo semplicemente scomparirebbe. Noi svizzero italiani ci ritroveremmo in una condizione che non abbiamo mai conosciuto, paragonabile, per fare un esempio, a quella dei valtellinesi, con al massimo delle reti radiofoniche o televisive locali piuttosto minimali, costretti per il resto a dipendere da quanto arriva da Milano e da Roma, che per loro sono ancora punti di riferimento nazionali, ma non lo sono per noi. E allora diciamo di no. No a questo colpo di spugna su un pezzo importante della Svizzera, no a questa operazione profondamente offensiva del nostro presente e della nostra storia nazionale, no a questo modo di bistrattare quelle istituzioni che hanno fatto del nostro Paese quel luogo particolare che ci piace, no alla consegna del nostro futuro alle radio e televisioni estere, no alla trappola No Billag.

(pubblicato da LaRegione del 3.1.2018)

Un sano confronto democratico

­ 15 dicembre 2017

Domenica la Conferenza cantonale del Partito socialista sarà chiamata a decidere se aderire al comitato promotore del Referendum sulla Riforma fiscale e sociale o se lasciare ai suoi membri libertà di referendum e di voto.
All’interno del Partito vi sono diverse visioni sulla direzione da intraprendere in questa circostanza, che sarà un momento di dibattito e non una singolar tenzone. Questa divergenza di vedute non è affatto sorprendente, considerata la naturale sensibilità di tutta la sinistra alle tematiche poste sui due piatti della bilancia della riforma proposta e ritenuto che, comunque la si veda, ci si trova di fronte a un dilemma. Da una parte degli sgravi fiscali, che nessuno a sinistra auspica, me compreso. Dall’altra parte delle misure sociali che tutti vorremmo. Ciò che si dovrà decidere è se la maggioranza del Partito preferisce dire di no a qualsiasi tipo di accordo che coinvolge la fiscalità, anche a costo di rinunciare a considerevoli misure sociali previste in contropartita, oppure se si è legittimati a trovare degli accordi con altri al fine di ottenere un miglioramento concreto sul piano sociale.
Non voglio qui entrare nuovamente nel merito delle varie argomentazioni espresse all’interno del Partito pro e contro il Referendum. Tutto è stato apertamente pubblicato, come trasparenza vuole, sul sito ufficiale (http://www.ps-ticino.ch/conferenza-cantonale-del-ps-riforma-fiscale-sociale/). Nemmeno intendo rispondere a qualche esagerazione di troppo contro chi vede questo accordo di buon occhio. Saranno i partecipanti al dibattito democratico interno al Partito a determinare quale sarà la linea da adottare.
Voglio piuttosto sottolineare come, nonostante le parole anche forti e ingenerose che in questi giorni sono state sollevate da alcuni anche nei miei confronti, io viva quest’attesa con serenità. Perché, vada come vada, sarà la democrazia a parlare. Anche se a volte fuori ci guardano con sospetto, io credo sia una fortuna che all’interno del nostro Partito ci siano ancora – come ci sono sempre stati – dei dibattiti effettivi. Significa che non si guarda in faccia a nessuno e ognuno dà il massimo per difendere ciò che a mente propria crede sinceramente essere la miglior soluzione in difesa di quei valori che tutti condividiamo. La presenza di dibattiti accesi sui temi è segno di un Partito vivo, ribollente, forte e con voglia di combattere. E questa vitalità che contraddistingue tutta la sinistra è una cosa buona, molto meglio che la monotona apatia che regna altrove. La vera democrazia, quella che mi piace, è quella che porta a scaldarsi durante il dibattito, anche tra amici, per poi lasciar spazio alla distensione al termine dei lavori, quando – andata come è andata – si sa che tutti hanno dato tutto e che la decisione – anche se magari non pienamente condivisa – è frutto di una reale e approfondita riflessione.

Salario minimo, ma non così

­ 8 novembre 2017

Il progetto di legge sul salario minimo fissa in una forchetta tra 18.75 franchi e 19.25 franchi all’ora i salari minimi in Ticino. Il calcolo fatto per arrivare a queste cifre considera quanto una persona sola potrebbe aver diritto in base ai vari sistemi di prestazioni sociali in vigore, segnatamente quello retto dalla Legge sull’armonizzazione delle prestazioni sociali e quello retto dalla Legge federale sulle prestazioni complementari AVS/AI.
Dal mio punto di vista questo calcolo è errato, perché si tiene conto del fabbisogno del solo lavoratore e non della sua famiglia.
Se è chiaro che il salario remunera una prestazione lavorativa indipendentemente dal carico familiare del lavoratore, è altrettanto chiaro che il sistema sociale conta le bocche da sfamare ed eroga importi diversi a dipendenza del numero delle persone che compongono l’economia domestica. Una modalità per trovare un punto di convergenza tra questi due sistemi diversi tra loro potrebbe essere un ragionamento sul fabbisogno dell’economia domestica media (oggi ca. 2.2 persone) da soddisfare mediante un salario a tempo pieno.
Con un simile parametro i dati della forchetta si alzano ed arrivano al minimo a poco meno di 21 franchi all’ora.
La distanza tra quanto proposto e quanto da me auspicato era troppa per poter condividere la nuova legge così come presentata. Il salario minimo è una necessità, ma deve essere dignitoso e permettere ad una famiglia di vivere con qualcosa in più di quanto non eroghi il sistema sociale.
La prima ridistribuzione della ricchezza avviene pagando correttamente il lavoro prestato; il sistema sociale interviene dopo in caso di difficoltà, disoccupazione, anzianità, invalidità ecc., non a sostegno di un’economia che non riesce a pagare salari adeguati per poter vivere.
Se 21 franchi all’ora sono troppi, alternativamente si abbassino i costi, per esempio quelli degli affitti, scandalosamente alti in periodi di tassi bassissimi, o quelli della cassa malati, divenuti insostenibili perché ostaggio di un “mercato” al rialzo dove nessuno pilota il sistema: due battaglie sacrosante da continuare a condurre accanto a quella del salario dignitoso.

Iniziativa 99%

­ 13 ottobre 2017

In Svizzera l’1% più ricco della popolazione possiede oltre il 40% del capitale complessivo. Ogni anno, grazie ai loro ingenti patrimoni, queste persone beneficiano di importanti redditi da capitale nella forma di dividendi, affitti e interessi, che possono poi reinvestire e far fruttare ulteriormente, accumulando così via via sempre maggiore ricchezza, senza necessariamente dover lavorare come tutti noi.
Per rispondere a questa distorsione del sistema i Giovani socialisti hanno lanciato l’iniziativa detta “99%”, dallo spirito chiaro e condivisibile, che vuole giustamente attirare l’attenzione della popolazione sulla grande iniquità vigente in tema di distribuzione della ricchezza.
L’iniziativa 99% chiede di ridistribuire in maniera più equa il benessere costruito da tutta la società, prelevando di più da chi guadagna centinaia di migliaia di franchi all’anno senza muovere un dito e dando di più a coloro che, lavorando duramente, contribuiscono attivamente a generare ricchezza, ma ne beneficiano solo in minima parte. L’iniziativa chiede di aumentare l’imposizione fiscale dei redditi da capitale delle persone particolarmente facoltose, applicando un coefficiente del 150% al di sopra di una certa cifra, per poi reinvestire e ridistribuire queste maggiori entrate fiscali a beneficio di chi ha redditi normali.
Quando su due piatti della bilancia da un lato ci sono 99 cubetti di polistirolo e dall’altro un cubetto di piombo, ben si capisce quale sia la differenza tra i due tipi di cubetti. Fuor di metafora, è evidente che esiste un abisso tra il 99% dei cittadini che lavorano e guadagnano normalmente e il restante 1% di cittadini esageratamente ricchi. Non si tratta di per sé di mettere in discussione le differenze, ma almeno di pretendere che chi ha moltissimo partecipi convenientemente al finanziamento delle necessità della collettività.
La proposta dunque solleva un tema importante e ci sta, a patto che l’ammontare del reddito da capitale a partire dal quale dovrebbe essere applicato il coefficiente del 150% sia adeguato (la GISO propone 100’000 franchi ma a decidere sarà il Parlamento) e facendo attenzione ad applicare questo coefficiente alle sole imposte federali.
Perché questa limitazione? Perché le imposte federali sono uguali per tutti, mentre le imposte cantonali e comunali sono purtroppo sottoposte a una concorrenza interna per accaparrarsi i cosiddetti “buoni contribuenti”. L’applicazione del coefficiente arrischierebbe di far aumentare questa concorrenza, siccome questi contribuenti sarebbero ancor più “appetitosi”. Una concorrenza a suon di riduzioni di aliquote e moltiplicatori tra enti pubblici che purtroppo è una realtà, alla quale le maggioranze politiche per ora non vogliono mettere dei limiti (qualche anno fa venne respinta un’iniziativa popolare socialista che andava in questa direzione) e che non va favorita.
Questi sono dei “particolari” importanti che la legge dovrà assolutamente disciplinare in caso di successo di questa interessante e coraggiosa iniziativa.
Maggiori informazioni qui: https://99percento.ch/

 

Ma allora proprio non si vuol capire

­ 3 ottobre 2017

Il deputato Pamini ha sfornato una proposta quantomeno bizzarra sul salario minimo: un salario minimo solo per i residenti. Questo dimostra come alcuni non capiscano (o facciano finta non capire) alcuni elementi fondamentali del problema riguardante la situazione del mercato del lavoro.
Il popolo ha accettato l’idea del salario minimo per un motivo semplice. Senza questa misura possono venir proposti posti di lavoro a condizioni salariali troppo basse e dunque di fatto inaccettabili per un lavoratore residente in Ticino, ma al contempo sufficienti e dunque accettabili (o persino vantaggiose) per un lavoratore frontaliere che può beneficiare di un costo della vita marcatamente più basso rispetto al nostro. Con l’introduzione di un salario minimo tarato sul Ticino e uguale per tutti, invece, un datore di lavoro non potrebbe più ingaggiare un lavoratore frontaliere offrendogli un salario inferiore al minimo necessario per vivere in Ticino. Sparirebbero dunque quei posti di lavoro che di fatto possono ora essere accettati solo dai frontalieri, che in Italia possono vivere dignitosamente anche con un salario inferiore al minimo necessario per vivere dignitosamente in Ticino. Inoltre, con l’introduzione di un salario minimo generalizzato, il datore di lavoro non avrebbe più alcun incentivo di tipo economico per preferire un lavoratore frontaliere a un lavoratore residente per lo stesso posto: entrambi gli costerebbero lo stesso.
Se come dice Pamini si decidesse di applicare il salario minimo solo per chi vive in Ticino, è evidente che il fenomeno sopra evidenziato non sparirebbe e che la misura del salario minimo per residenti non servirebbe a nulla. Anzi, probabilmente risulterebbe addirittura controproducente. Perché controproducente? Perché i lavoratori residenti non potrebbero più nemmeno volendo accedere a tutta una serie di posti di lavoro offerti a condizioni salariali inferiori a quelle sancite dal salario minimo per i residenti, posti che quindi finirebbero inesorabilmente in mano ai lavoratori frontalieri. Paradossalmente, se proprio si volessero fare distinzioni che è meglio evitare, affinché il sistema sia efficace, si dovrebbe allora piuttosto applicare un salario minimo tarato sul Ticino ai soli lavoratori frontalieri.
E’ probabile che con un salario minimo generalizzato i frontalieri avrebbero paghe più alte rispetto ad ora. Forse, ma se l’obiettivo è di permettere ai residenti di accettare lavori che, se pagati troppo poco, sono di fatto inaccettabili, questo effetto è inevitabile.
Nessun datore di lavoro, dice Pamini, assumerebbe chi non è capace di produrre almeno l’equivalente del costo lordo del suo salario; quindi con un salario minimo troppo alto ci sarebbero dei problemi all’assunzione. Può darsi. Ma perché allora deve essere lo stato sociale, quindi la collettività, i contribuenti, a mettere la differenza tra quanto prodotto dal lavoratore e il suo salario?
La battaglia per un salario minimo giusto è prima di tutto una battaglia di civiltà, sulla quale non va fatta confusione.

Il dibattito non è un fastidio, ma un esercizio di democrazia

­ 15 settembre 2017

«Questa pesante opposizione di una sorta di establishment scolastico mi lascia perplesso e mi infastidisce. Sembra quasi proibito proporre un metodo d’insegnamento diverso. E forse una parte dell’opposizione va ricondotta proprio alla difficoltà nell’insegnare la civica. Anche per questa ragione ritengo necessari degli specifici corsi per i docenti». Queste le parole di Fulvio Pelli a proposito del clima che si sta creando attorno alla votazione popolare del 24 settembre su civica e educazione alla cittadinanza.

Siccome ancora una volta si parla degli insegnanti e di tutte le figure professionali che ruotano attorno alla scuola, mi corre l’obbligo di precisare che la modifica di legge su cui voteranno i cittadini non propone, per fortuna, alcuna modifica metodologica inerente all’insegnamento della civica, metodologia dell’insegnamento comunemente chiamata didattica, oggetto di numerosi corsi nel quadro delle abilitazioni e della formazione continua degli insegnanti di cui purtroppo Pelli non sembra essere al corrente. La modifica è di carattere organizzativo, che è ben altra cosa, elemento che può facilitare o complicare la vita ai professionisti dell’educazione esattamente come una certa organizzazione di un ospedale può rendere la vita più facile o difficile a medici e infermieri.

Quello che Pelli ha chiamato in tono negativo “establishment scolastico” sta dicendo chiaramente che questa modifica organizzativa non aiuta, anzi rende le cose più difficili. Curioso che ciò venga vissuto come un fastidio.

Infastidirebbe davvero sentire i medici e gli infermieri dire la loro sull’organizzazione dei reparti di cura? Infastidirebbe sentire gli avvocati sull’organizzazione dei tribunali? Infastidirebbe sentire i contadini su una diversa organizzazione della politica agricola? Infastidirebbe sentire i dirigenti di banca pronunciarsi su delle modifiche di legge inerenti l’operato degli istituti di credito? Infastidirebbe sentire i municipali dire la loro su modifiche di legge inerenti ai Comuni? A me non pare. Per questo il fastidio di Fulvio Pelli mi pare poco appropriato, a meno di voler considerare gli insegnanti e i direttori scolastici dei semplici esecutori, magari poi raccontando al contempo che una volta sì che i maestri erano dei punti di riferimento, quindi l’esatto contrario di chi esegue e sta zitto.

Il mondo della scuola ha il diritto di dire sulla scuola stessa quel che pensa, democraticamente e naturalmente in maniera adeguata; a decidere saranno comunque poi i cittadini. Se democrazia e dibattito infastidiscono, beh il problema allora mi pare sia altrove.

Basta con gli attacchi gratuiti ai docenti!

­ 31 agosto 2017

Giorgio Giudici, in seguito a un’opinione pubblicata sul Corriere del Ticino sul tema della civica, il 31.8.2017 al portale Ticinonews.ch ha detto dei docenti: “sono un corpo privilegiato, una casta che si sta opponendo su un tema fondamentale per la maturazione e la formazione dei giovani studenti. Quando io ero ragazzo che andava a scuola non avevamo tutori o assistenti, ma dei docenti che si preoccupavano davvero della nostra crescita. […] Oggi si sta perdendo tutto…”
Quale responsabile del Dipartimento dell’educazione mi sento in dovere di intervenire su due punti.
Innanzitutto ritengo non solo lecito, ma anche positivo che dei docenti si esprimano pubblicamente – con senso civico – su una questione che li tocca da vicino e su un contesto che conoscono bene, portando elementi di riflessione e difendendo una posizione che, condivisibile o meno, va comunque rispettata. Accade anche su altri temi scolastici, non di rado in dibattito con le scelte del mio Dipartimento. Mi pare poi ovvio che, a differenza di quanto ha capito Giudici, questi docenti non combattono contro una sufficiente conoscenza civica per i futuri cittadini, ma unicamente perché – per tutta una serie di motivi – ritengono il sistema proposto meno efficiente e appropriato rispetto a quello attuale, che pur è naturalmente sempre perfettibile.
C’è poi un secondo punto, più importante, su cui non posso soprassedere. I giudizi squalificanti e generalizzati dell’ex sindaco, che parla delle docenti e dei docenti come “casta” o “corpo privilegiato” che non si preoccupa davvero della crescita dei nostri ragazzi e che li categorizza come “tutori o assistenti” sono del tutto fuori luogo. Che i docenti siano indifferenti alla crescita dei nostri ragazzi è una grossolaneria gratuita che semplicemente non trova fondamento nei fatti e che va rigettata con forza, figlia di una superficialità disarmante. Che gli insegnanti abbiano delle buone condizioni di lavoro, segnatamente per quanto riguarda le vacanze, è un dato di fatto, ma è pure indubbio che durante tutto l’anno scolastico i docenti portano sulle loro spalle una grande responsabilità e un carico di lavoro tutt’altro che indifferente, trovandosi quotidianamente di fronte a classi intere di ragazzi a cui insegnare e dovendo svolgere buona parte del loro lavoro di preparazione e correzione nel tempo che altri dedicano a sé stessi. È ora di finirla con questa favola secondo cui i docenti appartengono a una casta privilegiata: se lo status del docente ha perso viepiù lustro negli ultimi anni è a seguito di queste facilonerie espresse senza rendersi veramente conto di cosa significhi e cosa implichi veramente svolgere questa professione fondamentale per la nostra società. Dobbiamo essere grati agli insegnanti, come a tanti altri professionisti, per quel che fanno, e smetterla di straparlare con leggerezza di chi fa il proprio lavoro. Contrariamente a quanto dice Giudici nella scuola non si sta perdendo un bel niente, solo la scuola è cambiata perché la società è cambiata e non è più quella di quando Giudici era ragazzo.

Laser puntato sui cacciatori di migranti

­ 3 maggio 2017

Il documentario radiofonico che potete ascoltare a questo link (Laser 1 maggio, Caccia ai migranti) parla di frontiere, di violenza, di inumanità e di fascismo. Soprattutto ci racconta una storia già sentita più e più volte in modi diversi ma sempre uguali, la storia della sopraffazione bestiale dell’uomo sull’uomo senza motivo. Migranti bastonati, cacciati dai cani, lasciati a congelare nell’inverno rigido, senza possibilità di andare né avanti né indietro, una vergogna indicibile.
Questa tragedia, non nascosta, conosciuta ormai da tutti, incredibilmente non smuove a sufficienza le coscienze del nostro mondo. Per questo va tematizzata e ritematizzata, affinché l’indignazione cresca, perché è solo attraverso la continua denuncia di quello che è inaccettabile che qualcosa potrà muoversi.
L’Europa, grande colpevole assente da questa scena aperta dell’inumanità, rimane comunque l’unica speranza. La frontiera ungherese e croata sarebbe cosa solo degli ungheresi e dei croati se questi due Paesi non fossero in Europa, dalla quale ricevono tra l’altro molti soldi. Ma siccome quel confine è anche europeo, Bruxelles può intervenire. Affinché lo faccia, soccorrendo i migranti, organizzando corridoi umanitari, la pressione dell’indignazione deve salire. Per questo documentari come questi sono importanti, per questo l’azione concreta di chi sta sul posto e racconta questa terribile storia è importante.
Nel documentario si sente un annuncio fatto in inglese dai doganieri ungheresi ai migranti, che spiega loro dov’è il limite tra il lecito e il crimine. Un annuncio che ricorda cose terribili accadute in Europa non moltissimi anni fa. Quello che fa restare di gelo è che si tratta di qualcosa che sta accadendo oggi, adesso e a qualche centinaio di chilometri da noi. In un mondo che dalla storia sembra non aver imparato nulla, o comunque troppo poco.

Riflessioni costruttive

­ 2 maggio 2017

La presa di posizione del Collegio dei direttori della scuola media sul progetto “La scuola che verrà”, al centro di un’edizione recente del Caffè (23.4.2017), è uno dei documenti che il mio Dipartimento sta attualmente valutando. Un contributo che sarà senz’altro utile per lo sviluppo della riforma.
È un testo che certamente non fa sconti, anche se si focalizza più sugli elementi da approfondire che su quelli innovativi, ma d’altra parte è questo l’atteggiamento che mi aspetto dai quadri scolastici quando sono chiamati a valutare ipotesi di cambiamento importanti. Sarei francamente rimasto deluso di fronte a giudizi acritici o inutilmente distruttivi, mentre credo che interrogarsi sulla sostenibilità e la ragionevolezza delle proposte con spirito costruttivo, formulando ipotesi per superare quelli che, a torto o a ragione, vengono individuati come ostacoli, sia parte del necessario dibattito. Un atteggiamento che sono del resto gli stessi direttori, nella premessa al loro documento, a indicare come la modalità di lavoro che ha inteso guidare la loro analisi.
Il risultato è interessante e ben più sfumato di quanto presentato su quel giornale. Se è vero, ad esempio, che essi si interrogano sulla coesistenza di laboratori e atelier, due forme didattiche proposte dalla riforma, è altrettanto vero che non hanno dubbi sulla necessità di promuovere nuove forme di insegnamento che permettano ai docenti di lavorare con effettivi ridotti, uno dei pilastri del progetto, o che danno sostanzialmente per acquisito il superamento del sistema dei livelli, altro elemento centrale della riforma.
Questa posizione, che dal Dipartimento è conosciuta da un paio di mesi, viene ampiamente considerata nella definizione del modello concreto su cui stiamo lavorando in queste settimane. Le preoccupazioni sulla salvaguardia del rapporto docente-allievo e della continuità didattica, ad esempio, questione al centro anche di altre prese di posizione, nel modello vengono tenute in considerazione mantenendo per i laboratori la forma che caratterizza i pochi laboratori presenti attualmente alle medie e rivedendo la formula dell’atelier. In sostanza, per l’allievo il docente di lezione, di laboratorio e di atelier sarà sempre lo stesso.
Oltre alle preoccupazioni inerenti al rapporto docente-allievo, le tematiche da approfondire, che ritroviamo anche nelle conclusioni dei direttori, ovvero una più esplicita sinergia con la messa in atto del Piano di studio, una struttura/griglia oraria non troppo complessa e sostenibile, la collaborazione tra docenti favorita ma non imposta, un’adeguata allocazione di risorse per i nuovi compiti di istituti e docenti, costituiscono certamente indicazioni utili, da considerare. Questo è il lavoro che sta facendo attualmente il mio Dipartimento e il risultato lo si vedrà tra qualche settimana. Tener conto delle critiche pertinenti (quelle che si basano sulla corretta comprensione del progetto) è interesse di tutti. Le premesse per una buona sintesi ci sono, sempre che la riforma non cada ostaggio di posizioni preconcette, che non servono a nessuno, soprattutto agli allievi.

Resistenza

­ 27 febbraio 2017

È di ieri la notizia secondo cui l’ordine per la fornitura alla California di elettrotreni della ditta del signor Spühler, industriale e politico UDC, potrebbe essere bloccata dal neoprotezionismo di Trump. Se la comanda (si parla di centinaia di milioni) andasse in fumo, certo il primo a perderci sarà Spühler, ma anche i lavoratori della sua fabbrica non ne saranno sicuramente contenti. Non so quale sia la qualità dei contratti di lavoro vigenti nel settore, ma senza ordini diventa grama per tutti.

Questo è il prodotto del protezionismo sui Paesi che vivono di esportazione, o che in gran parte basano l’economia sull’esportazione. E la Svizzera è uno di essi. Lo stesso effetto lo avremmo se uscissimo dal mercato europeo, come sembra volerci portare una prossima iniziativa popolare dell’UDC.

I mercati aperti non hanno certamente solo effetti benefici, vi sono un sacco di storture che la politica può e deve correggere, ma la chiusura economica non è una soluzione.

Abbiamo bisogno di maggiori tutele sul mercato del lavoro, a livello svizzero e internazionale, di maggior ridistribuzione della ricchezza, di fiscalità più giusta, non di barriere di varia natura. Il muro che oggi sembra proteggerci domani ci chiuderà fuori, accentuando i conflitti e lasciando più vinti che vincitori sul campo. Per questo dobbiamo resistere alla tendenza al ripiegamento che sembra volersi imporre di questi tempi.

E questo naturalmente non vale solo per l’economia.

Ciao Giovanni

­ 4 dicembre 2016

Quando la morte verrà

con il suo odore di strame

e io mi volgerò a lei come alla luce (…)

seppellitemi sotto il ceppo

a metà strada fra orto e pollaio

dove da undicimila anni le galline

frugano nel letame“.

(Giovanni Orelli, Concertino per rane)

Con la morte di Giovanni Orelli il Canton Ticino perde una figura importante di intellettuale di primo rango, dal forte impegno civile. Un docente che ha saputo dare così tanto alla nostra scuola e a legioni di studenti. Ma soprattutto ha perso un uomo di coraggio, di passione, di dedizione. Una luce forte in un cielo in cui sempre più si addensano nubi oscure e tristi.

Parc Adula, un’occasione da non perdere

­ 19 novembre 2016

Non sono bleniese, benché abbia un legame particolare con la Valle di Blenio iniziato molti anni fa, ma se lo fossi sosterrei il progetto di Parc Adula con convinzione. Perché gli argomenti finora sentiti e letti contro di esso sono poco consistenti e sembrano dettati più dallo scetticismo a priori che da altre ragioni.
Il parco nazionale è un marchio importante, che permette di far conoscere un territorio ad una larga fascia di turisti connotandolo al contempo come di gran pregio per la natura e il paesaggio. Porterà qualche risorsa in valle, permetterà di riorientare l’offerta turistica e, comunque la si veda, aggiungerà un riconoscimento positivo a questa magnifica regione. Certo, si può affrontare questa scelta anche con qualche reticenza, perché qualche piccola rinuncia il progetto la prevede, ma un’analisi anche sommaria dei pro e dei contro non giustifica un mancato sostegno allo stesso.
La montagna evoca grande libertà e grande bellezza, ma chi l’ama e chi la vive sa bene che merita soprattutto grande rispetto. Ed è proprio nel segno di questo concetto che si inseriscono le piccole limitazioni previste dal progetto se confrontate con la situazione attuale. Il progetto di parco nazionale infatti combina bene il consolidamento del rispetto per il territorio con la sua valorizzazione anche in chiave turistica, un’operazione intelligente sulla quale bisognerà ancora lavorare molto ma vantaggiosa per tutti. Per i vallerani, che avranno a disposizione un marchio sul quale costruire nei prossimi anni una parte della loro economia, per chi andrà a visitare il parco, che potrà continuare ad ammirarne la bellezza, e per il territorio, che tramite questo riconoscimento sarà adeguatamente preservato.
La scelta è di quelle che vanno valutate sul medio e lungo termine, non sui dettagli del presente. I bleniesi, che per decenni hanno sofferto della mancanza di grandi infrastrutture che altrove portavano un po’ di benessere, ora si ritrovano un patrimonio paesaggistico da poter valorizzare proprio per l’assenza di grandi strade e ferrovie. Spero tanto che alla fine a prevalere sia lo spirito positivo di chi intende orgogliosamente mettere in valore quello che ha piuttosto che il facile disfattismo.

Preoccupazione e comunicazione

­ 15 ottobre 2016

Oggi dalle colonne della Regione il deputato Matteo Pronzini lamenta il mio ritardo nel rendere pubblica una posizione sui salari minimi, una posizione che per la verità non credo abbia stupito alcuno. Se ho scelto questo momento per presentare alcuni dati pubblicamente è perché sono stato tirato in ballo su questa questione da Alberto Siccardi, nel contesto di un dibattito tra lui e il presidente socialista Righini.
Questo ovviamente non significa che del tema non mi sia preoccupato in precedenza. Per quanto mi riguarda occuparsi delle cose non significa per forza comunicarlo ai quattro venti a getto continuo come fanno in molti, spesso non dicendo nemmeno gran che.
Se i minimi salariali attuali non sono soddisfacenti lo si deve certamente a una volontà politica maggioritaria reticente, ma anche al fatto che per legge le proposte di minimo salariale al Consiglio di Stato vengono dalla Commissione tripartita e non sono “costruite” direttamente dal Governo. Considerato che la proroga dei contratti normale sarà più semplice in futuro, che c’è in discussione il salario minimo generale (attuazione della norma costituzionale proposta dall’iniziativa “salviamo il lavoro in Ticino”) è probabilmente questo il momento per cercare di allargare il consenso attorno all’innalzamento dei minimi salariali, un consenso che finora non c’è.
Ciò vale anche per questioni salariali interne alla stessa amministrazione cantonale, poiché ancora oggi vi sono funzioni (non molte per fortuna) con salari inferiori a quelli da me presentati settimana scorsa (fr. 3’749 al mese per 12 mesi, pari alle prestazioni assistenziali per un’economia domestica ticinese media).
Uno strumento che, come sai bene, prima non esisteva e che, come accade ancora nei settori dove questi minimi non sono in vigore e non sono in vigore convenzioni collettive con norme salariali, è comunque meglio dell’assenza di qualsiasi minimo, rendendo perfettamente legali anche salari di 2’000.- franchi al mese.

Alziamo il livello dei salari minimi

­ 13 ottobre 2016

Alberto Siccardi resiste raramente all’impulso di tirarmi in ballo anche quando c’entro poco e stavolta lo ha fatto citando i salari minimi previsti dai contratti normali di lavoro decisi dal Governo (cfr. Ticinonews dell’altro ieri ).
Concordo con lui, se ho compreso bene il suo dire, nel ritenere tali minimi troppo bassi e lo faccio con qualche cifra di confronto.
L’economia media ticinese è composta da 2,26 persone (dati Ufficio di statistica) e se una simile famiglia fosse a carico dell’assistenza pubblica avrebbe diritto a prestazioni finanziarie per fr. 3’749.- al mese, con oltre il 55% di quanto guadagnato destinati a pagare affitto e cassa malati. I parametri sono quelli della Conferenza svizzera delle istituzioni dell’azione sociale, non quelli della Laps, per la quale il limite sarebbe di fr. 4’482.- mensili, e nemmeno quelli delle prestazioni complementari AVS/AI, per le quali il limite sarebbe di fr. 4’733.- mensili. Al di sotto di questa soglia siamo di fronte ad un caso di working poor secondo le definizioni ufficiali.
Ora, calcolando prudenzialmente una settimana di 42 ore (quella degli impiegati cantonali), il salario minimo per giungere a uno stipendio mensile (su 12 mesi, quindi senza tredicesima) pari alle prestazioni assistenziali è di fr. 20.60 all’ora.
Questa è invece la situazione dei salari minimi attualmente previsti dai contratti normali di lavoro vigenti in Ticino:

SETTORE – FR. ORA
Fabbricazione di computer e prodotti di elettronica e ottica (orologi esclusi) – 17.30
Settore orologiero (aziende non firmatarie della Convenzione) – 18.75
Gommisti non qualificati – 16.30
Gommisti qualificati – 19.45
Vendita al dettaglio (negozi con meno di 10 dipendenti)  – 17.30
Vendita al dettaglio (negozi con meno di 10 dipendenti) ass. di vendita – 18.55
Vendita al dettaglio (negozi con meno di 10 dipendenti) imp. di vendita – 19.70
Informatici dipl cant. O CFP – 18.00
Informatici AFC – 20.00
Informatici terziario B – 22.50
Informatici terziario A – 23.00
Impiegati di commercio – settore Consulenza aziendale – 19.65
Impiegati di commercio – società fiduciarie – 19.65
Impiegati di commercio – studi legali – 19.65
Commercio all’ingrosso add. Non qualificati – 17.30
Commercio all’ingrosso add. Qualificati e imp. di commercio – 19.65
Agenzie di viaggio – 19.65
Agenzie di prestito di personale (per settori esclusi da CCL) add. Non qualificati – 17.83
Agenzie di prestito di personale (per settori esclusi da CCL) add. Qualificati – 23.78
Call center – 19.50
Centri fitness ass. sala attrezzi – 17.30
Centri fitness istruttore fitness – 18.45
Centri fitness personal trainer – 22.45
Centri fitness club manager – 25.95
Centri fitness insegnante corsi – 31.25
Istituti di bellezza – 17.23

Come si può ben vedere, in diversi casi siamo sotto i fr. 20.60 orari, già calcolati secondo parametri molto prudenziali.
Ricordo che le proposte di salari minimi da definire nei contratti normali di lavoro devono essere avanzate dalla Commissione tripartita (cfr. art. 360a Codice delle obbligazioni), la quale è composta da membri in rappresentanza di Stato, aziende e sindacati, e che il Consiglio di Stato, a sua volta composto da persone con diversi orientamenti politici, è chiamato a decidere sulla base di queste proposte.
Personalmente sono ben d’accordo di sostenere una revisione dei minimi attuali, considerando che secondo i parametri prudenziali presentati sopra l’economia domestica media ticinese non riesce a vivere con un salario al di sotto di fr. 20.60 all’ora, ma per arrivarci bisogna trovare una maggioranza nella Commissione tripartita prima e in Consiglio di Stato poi.
Non sarò certo io a essere contrario a un simile adattamento di questi minimi e se Siccardi si facesse parte attiva verso le organizzazioni imprenditoriali per allargare il consenso in questa direzione, una volta tanto potremmo trovarci alleati.
Gli strumenti per ridurre il dumping in parte ci sono, anche se sono stati combattuti a Berna in primis proprio dall’area politica di Siccardi e se meriterebbero di essere ancora significativamente rafforzati. Funzionano e non necessitano di scardinare i nostri rapporti con l’Europa.
Ma bisogna che ci sia la volontà politica maggioritaria di farli funzionare.

La tempesta nel bicchiere

­ 30 settembre 2016

Nel quadro di una riunione di partito (Comitato cantonale) tenutasi settimana scorsa, peraltro aperta alla stampa, mi sono permesso di proporre di valutare una controproposta politica all’annunciato rilancio del freno alla spesa che la destra si appresta a mettere sul tavolo politico.
Una risposta del tutto legittima a chi intende modificare le regole già restrittive inerenti alla disciplina finanziaria votate solo nel maggio 2014, restringendole ancor di più con un sistema di voto popolare automatico sulle spese.
Il partito farà tranquillamente le sue valutazioni e se deciderà di andare nel senso indicato si tratterà di proporre ai cittadini una riforma della Costituzione cantonale, come del resto farà la stessa destra, ma ovviamente in senso e con obiettivi opposti.
Siccome l’informazione su questa proposta è stata liberamente interpretata dal Corriere del Ticino, che a torto si è messo a parlare di moltiplicatore d’imposta nelle mani del Governo, mi corre l’obbligo di spiegare che l’idea in realtà conferisce alla politica nel suo assieme (Governo, Gran Consiglio, popolo) il compito di cercare soluzioni che permettano di restare nel quadro definito dal freno ai disavanzi, riducendo delle spese, aumentando le entrate o agendo sui due versanti del bilancio. Solo qualora non si riuscisse a restare nel quadro che Costituzione e legge hanno democraticamente stabilito scatterebbe automaticamente il moltiplicatore cantonale riportando i parametri nel quadro finanziario definito. Che a muovere la leva dell’automatismo sia il Consiglio di Stato è irrilevante, poiché si tratterebbe di un atto dovuto, conseguente al fatto che il confronto politico non ha saputo trovare una soluzione nel quadro dell’ordinario confronto democratico.
Detto a scanso di equivoci che sono convinto che la politica debba assumersi appieno le sue responsabilità, cercando le soluzioni con il consenso più largo possibile prima che scattino meccanismi come quello indicato, non vi è nulla di scandaloso nel prevedere una conseguenza precisa in caso di inadempienza. Semmai è strana la regola attuale, poiché oggi, qualora si sforassero i parametri definiti, non succede nulla. L’attivazione del moltiplicatore cantonale dipende infatti da una decisione libera del Parlamento, per la quale è addirittura necessaria una maggioranza più restrittiva di quella che ci vuole per cambiare o abrogare le leggi. Certamente non vi è nulla di illegale, come ha sostenuto qualcuno, citando a vanvera articoli della Costituzione federale che si limitano a ricordare, e ci mancherebbe altro, che le regole fiscali devono avere una base legale.
Non credo si debba aver paura del confronto politico su temi come questo, che sembrano tecnici ma hanno effetti rilevanti sulle scelte che alla fine ci coinvolgono tutti. Lo dico soprattutto a chi vede la prospettiva del ritocco delle imposte come un tabù intoccabile. Un automatismo come quello sopra indicato ha per effetto di costringere la politica a trovare soluzioni praticabili e consensuali, utilizzando il metodo che per molti anni ha permesso alla Svizzera di creare consenso attorno alle scelte collettive, siano esse di risparmio o di nuova spesa pubblica.

SI all’economia verde

­ 12 settembre 2016

L’iniziativa popolare sull’economia verde in votazione il prossimo 25 settembre chiede che la Confederazione, i Cantoni e i Comuni adottino misure affinché l’economia impieghi le risorse in modo efficiente e preservi il più possibile l’ambiente. Entro il 2050 secondo l’iniziativa la Svizzera dovrà ridurre il suo consumo di risorse in modo tale che, rapportato alla popolazione mondiale, non superi le capacità della Terra.

Alla radio il presidente della Confederazione Schneider Amman ammetteva che se tutti i Paesi consumassero come la Svizzera avremmo bisogno oggi di 3 pianeti, non di uno, ma invitava a votare NO perché l’iniziativa chiederebbe troppo in troppo poco tempo.

Ma pretendere che non si consumi più di quel che il pianeta può dare è davvero chiedere troppo? Abbiamo forse risorse extraterrestri cui far capo?

Ancora: pretendere che non si consumi in eccesso rispetto alla capacità terrestre entro il 2050, cioè tra 33 anni, è davvero esagerato? Stiamo inanellando temperature record anno dopo anno, la popolazione sta crescendo, ci sono problemi immensi come la deforestazione, la riduzione delle risorse marine, lo scioglimento dei ghiacciai e noi pensiamo ancora di attendere?

Nel 2050 avrò 87 anni e se ci arriverò lo stato del pianeta non sarà certo più un problema mio, ma non cogliere l’occasione di fissare oggi qualche obiettivo più che necessario nella nostra Costituzione mi pare un inutile gesto di disprezzo verso le nuove generazioni che i giovani e i bambini non si meritano. Per questo voterò SI.

9 febbraio: un opaco pantano

­ 6 settembre 2016

Venerdì scorso la commissione competente del Consiglio nazionale ha proposto una modalità per dare seguito alla modifica della Costituzione federale votata il 9 febbraio 2014 (iniziativa sulla cosiddetta immigrazione di massa) che mi ha lasciato l’amaro in bocca per due motivi.

Da un lato la proposta di fatto non rispetta il testo votato da popolo e cantoni. Chi da destra si lamenta dell’aggiramento del mandato costituzionale ha certamente delle ragioni da far valere, perché effettivamente l’art. 121a dice altro rispetto alla “soluzione” commissionale. Va detto che il problema del mancato rispetto della Costituzione non è purtroppo nuovo. Citerò solo due esempi, ma se ne potrebbero fare molti altri: l’art. 116 sull’assicurazione maternità ci ha messo 65 anni, non 3, dal momento dell’iscrizione del principio nella Costituzione al momento della sua effettiva realizzazione. Anche il principio dell’art. 112, che garantisce rendite AVS/AI che coprano adeguatamente il fabbisogno vitale, è iscritto nella nostra carta fondamentale da molti anni, ma di fatto ancora oggi non è rispettato, tanto da dover far intervenire le prestazioni complementari, che sono altra cosa rispetto alle assicurazioni sociali. Su queste questioni nessuno di quelli che si scandalizzano oggi per una potenziale mancata applicazione dell’art. 121a si è però mai inalberato, né tanto meno sostiene l’iniziativa AVS plus che aiuterebbe ad applicare l’art. 112. Resta comunque il fatto che la proposta di venerdì della commissione del Nazionale non rispetta il mandato costituzionale votato nel febbraio 2014. Più corretto e trasparente, e lo sostengo da sempre, sarebbe rivedere quel mandato costituzionale (che nel concreto, come si vede, appare inapplicabile), proponendo una nuova regola da sottoporre a popolo e cantoni.

D’altro canto mi ha deluso pure il sostegno della sinistra alla soluzione commissionale, concesso senza pretendere in cambio un corretto rafforzamento delle misure di accompagnamento alla libera circolazione delle persone di cui avremmo bisogno. Misure che, guarda caso, la destra economica e quella nazionalista osteggiano da sempre. L’occasione invece è di quelle importanti, che devono essere colte per dotarci di strumenti validi contro il dumping salariale: salari minimi, contratti collettivi di obbligatorietà generale ecc. Le uniche armi che davvero potrebbero regolare l’eccedenza di afflussi di manodopera straniera.

Il dibattito entrerà presto nella fase più calda. Spero che non se ne esca con un brutto compromesso al ribasso, non risolutivo e poco trasparente. Il peggio che la politica potrebbe esprimere.

No insulti, no querele

­ 29 agosto 2016

Da qualche mese querelo sistematicamente gli insulti (non le critiche ovviamente) che mi vengono dispensati via social media. Querelati sono gli autori degli insulti e i responsabili dei siti in questione. È diritto di chiunque farlo, quindi anche mio.

Il Mattino di ieri sembra se ne sia stupito, ma è strano, visto che diversi insulti sono apparsi proprio sul sito mattinonline. Le querele mi portano via pochissimo tempo, ma farei volentieri a meno di inoltrarle al Ministero pubblico qualora gli insulti cessassero. Riprendendo un noto slogan pubblicitario “No insulti, no querele”. È tanto semplice.

Per quanto concerne le critiche rimango ovviamente sempre aperto al confronto.

Risposta pubblica al deputato Schnellmann

­ 8 agosto 2016

Il deputato Schnellmann cala lezioni di coerenza al sottoscritto perché nei ragionamenti sulle ristrutturazioni scolastiche nel comparto del liceo di Lugano 1 rientra anche quello sul mantenimento o meno della piscina.

Vorrei semplicemente ricordargli che quando i soldi a disposizione sono pochi le opzioni sono due: o si cercano nuove entrate o si risparmia. Io sono piuttosto per la prima soluzione, rimanendo spesso in minoranza, mentre il deputato si schiera in genere per la seconda, salvo poi reclamare quando i risparmi hanno degli effetti. Aggiungo che risparmiare non significa farlo dappertutto e non avere progetti, come mi insegna il partito al quale appartiene, ma essere costretti a fare delle scelte ben precise. Per esempio a favore di classi più piccole e quindi di una scuola migliore piuttosto che del rinnovamento delle vecchie piscine scolastiche, anche se io, come detto sopra, preferirei poter trovare le risorse per far l’una e l’altra cosa.

Ciao uomo!

­ 20 luglio 2016

Dimitri se ne è andato. In punta di piedi ma deciso. Come era nel suo carattere. È una grave perdita per tutti coloro che credono nelle cose belle della vita: nell’intelligenza, nell’arte, nella bontà, nella gentilezza e nell’attenzione agli altri.
Con lui se ne va un grande protagonista della vita. E il Ticino perde una luce intelligente, sincera e rassicurante.

Brexit: le incognite di una risposta nazionalista

­ 24 giugno 2016

Gli inglesi hanno ridato fiato ai nazionalismi europei. Dubito molto che questo possa tradursi in maggior benessere per chi non è benestante, in Inghilterra e in Europa, ma lo vedremo nei prossimi mesi e anni. Certamente il peso politico dell’Europa nei confronti di USA, Cina, Russia, India s’indebolisce e questa non è una bella prospettiva.
Il voto inglese è comprensibilmente in parte anche un voto contro un mercato unico europeo che ha favorito alcuni e non ha saputo ridistribuire benessere in maniera più larga, ma non credo che la risposta nazionalista porterà a migliorare le cose da questo punto di vista.

Pezzi di muro

­ 27 aprile 2016

In un suo articolo pubblicato il 20 aprile scorso, Giancarlo Dillena ricordava un suo incontro d’altri tempi nel quale un interlocutore sudafricano, raccontandogli del suo Paese che stava per smantellare l’apartheid, pronosticava che l’Europa avrebbe finito per introdurla.

Tristemente mi pare di dover constatare che l’interlocutore di Dillena abbia avuto purtroppo ragione. La negazione della tradizione umanitaria europea non è solo quella che possiamo vedere ogni sera al Telegiornale inerente a quel che succede nel Mediterraneo, quella che fa a pugni con i vari sbarramenti antimigranti e relativo corollario di eserciti schierati contro i disperati. È ormai entrata nella nostra quotidianità, come fino agli anni ’80 nelle città sudafricane lo era la segregazione formale.

Io la vedo dal mio osservatorio, quando passano sul tavolo del Governo cantonale i progetti di sentenza sui ricorsi contro i ricongiungimenti familiari, in specie quando si rimandano al loro Paese i genitori stranieri di figli svizzeri per il solo motivo che non hanno abbastanza soldi per vivere qui autonomamente.

In base all’art. 42 cpv.1 della Legge sugli stranieri, legge votata ed approvata dal popolo qualche anno fa, il coniuge straniero di un/a cittadino/a svizzero/a ha diritto al rilascio o alla proroga del permesso di dimora se coabita con esso/essa, a meno che il coniuge straniero o una persona a suo carico dipendano dall’aiuto sociale in maniera durevole e considerevole (art. 63 combinato con l’art. 51 cpv. 1 lett. b.). Traduzione per i non addetti ai lavori: se una svizzera si sposa con uno straniero e ha un figlio, caso tra l’altro molto frequente, qualora la famiglia non riesca a stare a galla finanziariamente e abbia bisogno dell’aiuto sociale, accade che il padre venga separato da questo figlio e rimandato al suo Paese.

Per chi ha a cuore il concetto di nazionalità, si noti che il figlio, che ha la madre svizzera, è a sua volta svizzero, ha il passaporto con la croce bianca in campo rosso, ma, pur essendo figlio d’Elvezia a pieno titolo, ha un diritto dimezzato ad avere attorno a sé i propri genitori.

Dettaglio raggelante, usualmente queste decisioni sono accompagnate da considerazioni del tipo: “Qualora il coniuge del ricorrente (ndr: nel nostro esempio la moglie svizzera) non volesse seguirlo all’estero, vi sono comunque molteplici possibilità, riconosciute da dottrina e giurisprudenza, per continuare a mantenere regolari contatti con la famiglia (visite regolari, internet, telefono, ecc.)”. Ma certo, la famiglia “Skype”, che “dottrina e giurisprudenza” approvano e che naturalmente tutti gli approfondimenti sociologici consigliano vivamente come modello ideale per accompagnare al meglio i propri figli verso la vita adulta.

Decisioni come queste vengono prese regolarmente qui da noi, adesso, giorno dopo giorno, in applicazione di una legge che discrimina in maniera molto severa chi ha soldi da chi non ne ha, chi ha qualche competenza da far valere sul mercato del lavoro da chi ne ha poche. Sono provvedimenti che colpiscono sia gli stranieri che gli svizzeri e le svizzere che li hanno sposati, ma soprattutto i loro figli, trattati così da cittadini di serie B.

Come diceva il conoscente di Dillena, l’apartheid è già qui. Viene esercitata in modo discreto, ha il vestito della festa dell’imprimatur legale, ma la sua natura è quella. Finché non ci sarà consapevolezza su quel che sta succedendo, finché non ci sarà resistenza, come quella che personalmente faccio contro questo genere di decisioni, diverrà la nostra triste realtà quotidiana.

Nel 1989 in tanti festeggiarono giustamente la caduta del muro di Berlino, l’emblema di una segregazione politica che finalmente veniva superata. Dopo 25 anni purtroppo, anche nella quieta Svizzera, pur sapendo bene quel che stiamo facendo, pezzo per pezzo, ne stiamo costruendo copie non di certo migliori. Non di cemento, ma muri di carta, timbri e protocolli, non per questo meno solidi e più facili da sopportare per chi sente dentro di sé il senso della giustizia come elemento che dovrebbe contraddistinguerci come comunità civile.

Ah, la comunicazione

­ 17 marzo 2016

In un’intervista pubblicata oggi sul Corriere del Ticino dico testualmente in un passaggio: “Quello che un poco mi delude è sentire risuonare il ritornello secondo cui i docenti non sarebbero sufficientemente ascoltati e coinvolti”. Da questa frase il giornale, in modo tendenzioso e poco professionale, lancia l’intervento in prima pagina con il titolo “Bertoli deluso risponde agli insegnanti” e titola l’intervista “Sono deluso dal ritornello dei docenti”.

Detto che il ritornello di cui sono un poco deluso è quello sul presunto mancato coinvolgimento, non su altre questioni, e detto che questo stereotipo viene espresso da alcuni rappresentanti dei docenti e molto poco dai docenti stessi, ancora una volta un media, attraverso una titolazione eccessiva e imprecisa, veicola messaggi sbagliati. Per chiarezza voglio quindi ribadire che non sono deluso dai docenti in termini generali, ho sempre detto e ribadito che sono la colonna portante della scuola e che il loro lavoro è prezioso e va rispettato.

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Per fortuna un NO al testo indegno

­ 28 febbraio 2016

Meno male che gli svizzeri hanno capito il grande pericolo dell’iniziativa UDC cosiddetta di attuazione e non hanno voluto sfregiare la Costituzione federale con un testo indegno. Purtroppo questo è accaduto senza il supporto della maggioranza dei votanti ticinesi, ma rimane un dato positivo.
Sul doppio tunnel del Gottardo e sulla nuova legge sui negozi bisognerà mantenere alta la sorveglianza, affinché il doppio tunnel non si trasformi in un raddoppio vero e proprio e affinché la legge negozi non entri in vigore senza una convenzione collettiva dignitosa.

La retorica stracca di Quadri

­ 27 gennaio 2016

In un contributo apparso oggi sul Corriere del Ticino il deputato Lorenzo Quadri si arrampica sui vetri in due occasioni a proposito di raddoppio del Gottardo.

Si meraviglia, e la cosa è direttamente riferita a me, del fatto che chi non ha una posizione isolazionista nei rapporti con l’Europa manifesti il timore che domani l’Unione europea, in caso di raddoppio, possa far pressione per aprire le 4 corsie. Ma come, dico io, questa Europa tanto negativa e tanto inaffidabile per chi la pensa come Quadri ora diventa improvvisamente degna di fiducia se dice che questo non accadrà?

Io ho grande rispetto per le autorità svizzere e credo che il nostro Paese debba avere rapporti saldi con l’Europa. Su queste due cose ho un atteggiamento profondamente diverso da quello del deputato al Nazionale, ma non sono ingenuo al punto di credere che entro i 10 anni che ci separano dall’apertura di un’eventuale seconda galleria sia a Berna che a Bruxelles le opinioni non cambieranno, andando chiaramente verso l’uso pieno del doppio tunnel. Sorprende semmai qui la grande fiducia leghista, ovviamente selettiva, sulla parola dei “balivi” bernesi e dei tanto vituperati organismi europei.

Sul fatto che l’Europa non insista ora per far saltare il sistema di regolamentazione degli autocarri detto del contagocce, beh la questione è semplice. Il tunnel unico è un impedimento fisico invalicabile e non permette di insistere in questa direzione. Qualora tale impedimento fisico saltasse, rimarrebbe solo quello politico. E in politica le cose possono cambiare velocemente.

Per questo oggi non è il momento per prendere questa decisione. Meglio attendere come andranno le cose con il nuovo tunnel di base ferroviario prima di decidere un eventuale raddoppio autostradale.

Un contributo al dibattito politico

­ 19 gennaio 2016

In occasione del Congresso ordinario del PS di sabato 23 gennaio, ma soprattutto perché una nuova legislatura piuttosto difficile è partita da meno di un anno, ho ritenuto utile raccogliere in un testo alcune riflessioni politiche e proposte riferite al momento che stiamo vivendo.

Spero possano essere utili al dibattito politico generale ticinese, a volte preso da mille dettagli non sempre significativi, almeno dal mio punto di vista.

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Buone feste

­ 24 dicembre 2015

“Il mondo è un gomitolo di strade e seguendole trovi tutto: vita e morte, miseria e felicità, lacrime e consolazione, avventure e amore. Tornò giu in strada; si rimise in cammino” (Sebastiano Vassali, La chimera)

Torniamo giù in strada. E insieme continuiamo il cammino. È il mio augurio sincero e profondo. Buone feste!

Prima i nostri? Risanare le finanze?

­ 19 dicembre 2015

Ieri a Berna la maggioranza PLR, UDC-Lega ha inferto un duro colpo ai costi sanitari ticinesi. In nome del tabù ideologico del non interventismo statale non ci saranno dal 2016 barriere all’apertura di nuovi studi medici specialistici, che naturalmente fattureranno allegramente a carico delle casse malati (qui il denaro anche se pubblico non fa schifo), le quali aumenteranno i premi. Risultato: avremo più medici esteri e dovremo erogare più sussidi alle persone che faticano a pagare tali premi.
Poi naturalmente a Bellinzona, con grande coerenza, gli stessi faranno battaglie fondamentali nel segno del “prima i nostri” e si chiederà di stringere la cinghia sui sussidi ai premi di cassa malati, magari contando sul fatto che i cittadini non si ricordino o non capiscano.
Tristi storie di ordinaria incoerenza
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Conoscere per deliberare

­ 11 dicembre 2015

Ho letto con interesse il documento del PLRT a proposito della situazione finanziaria del Cantone, ma non ho potuto che saltare sulla sedia quando ho trovato la seguente affermazione: “Il Ticino vive una situazione anomala in quanto scolarità obbligatoria, infatti prevede un anno supplementare di scolarizzazione rispetto al resto del paese, si potrebbe valutare se questa differenza è ancora giustificata, rispettivamente a cosa è dovuta e poi decidere se intervenire in qualche modo”.
Nella realtà il Ticino non prevede alcun anno supplementare di scolarità obbligatoria, 11 sono gli anni dell’obbligo secondo il concordato HarmoS, 11 sono gli anni in Ticino. L’unica differenza con gli altri Cantoni, allora strappata alla CDPE dal mio predecessore Gabriele Gendotti, consiste nella modulazione dei vari ordini scolastici, 2 di scuola dell’infanzia 5 di elementari e 4 di medie in Ticino, 2 di scuola dell’infanzia 6 di elementari e 3 di medie altrove.
I suggerimenti sono sempre benvenuti, ma le argomentazioni nel dibattito politico dovrebbero sempre partire da dati di fatto verificati. Conoscere per deliberare diceva il presidente della Repubblica italiana e liberale Luigi Einaudi, come dargli torto?

Contratto collettivo rinnovato

­ 10 dicembre 2015

È un’ottima notizia quella del contratto collettivo dell’edilizia rinnovato per tre anni. Il principale contratto collettivo di lavoro della Svizzera continua quindi a produrre i suoi frutti, grazie alla determinazione dei lavoratori e all’intelligenza della parte padronale che ne ha compreso il valore. Si tratta di un contratto che fissa salari minimi, una certa progressione delle retribuzioni, il pensionamento anticipato, insomma contenuti di peso che altri rami economici farebbero bene a imitare. Ma soprattutto è la Confederazione che farebbe bene ad agevolare e sostenere attivamente questo strumento, invece di stare a guardare con la scusa che sono i partner sociali a doversi mettere d’accordo tra loro.

No, così no!

­ 28 novembre 2015

Leggo oggi sul Corriere del Ticino che il presidente del Consiglio di Stato avrebbe sostenuto che la posizione del Governo sulla revisione dell’ordinanza radiotelevisiva, contenuta in una lettera principale e in un breve complemento, sarebbero partite verso Berna senza l’avallo della maggioranza governativa e che l’incarto non sarebbe passato sui tavoli del Governo.
Mi spiace farlo pubblicamente, non sono io ad aver scelto questa strada, ma si tratta di una menzogna bella e buona.
L’incarto (inc. DECS n. 92-15) ha seguito l’ordinaria procedura, è stato regolarmente messo all’ordine del giorno e discusso il 21 ottobre scorso, mentre il breve complemento è stato discusso in primo giro (la fase in cui settimanalmente i Dipartimenti presentano dei progetti di lettera a nome del Consiglio di Stato) il 18 novembre scorso.
Su questo dossier non c’è stato nessun problema di collegialità, non c’è stato alcun documento partito senza che il Governo si pronunciasse con cognizione di causa. Naturalmente bisogna che i documenti vengano letti prima delle sedute, cosa che fa parte delle incombenze della funzione di membro del Governo, ma questa è un’altra cosa.
Se si vuole discutere, anche a posteriori, nel merito della posizione del Consiglio di Stato su questo dossier va bene, va bene anche farlo con chi se n’è lamentato pubblicamente, ma non si possono raccontare fandonie sulla procedura adottata, che è stata quella usuale per tutti i dossier governativi.

Giornalisti… distratti

­ 25 novembre 2015

È possibile che, siccome in Gran Consiglio non leggo interventi scritti preparati dai miei servizi, possa verificarsi di tanto in tanto qualche fraintendimento da parte della stampa nel capire quel che dico. Ma ieri la RSI (Il quotidiano) e oggi il Corriere del Ticino riportano la notizia, falsa, secondo cui avrei chiesto ai promotori dell’iniziativa popolare sulla scuola media di ritirarla.

Non ho mai chiesto una cosa del genere, né mi permetterei di farlo per qualsiasi atto popolare. Ho detto che avrei preferito trattarla più in là, una volta disponibile il rapporto finale sul progetto “La scuola che verrà”, non di ritirarla.

Mi sembrava un messaggio semplice e chiaro. E infatti alcuni giornalisti di altre testate, forse più attenti, l’hanno riportato correttamente.

Restiamo umani!

­ 14 novembre 2015

La follia omicida, il fanatismo, l’odio sono mostri che aprono ferite giganti, strappando vite con una furia che non ha nulla di umano. Il mio pensiero e il mio dolore per le vittime degli attentati di Parigi e per i loro cari sono profondi, come lo sono quelli di milioni di persone in tutto il mondo. Il mio appello, disperato, è “restiamo umani”. Sempre. Nonostante tutto. La ragione alla fine saprà avere ragione della barbarie

Uno sciopero, i contratti e la giungla

­ 9 novembre 2015

Oggi gli edili sono in sciopero e rivendicano trattative sui contenuti del contratto nazionale mantello di lavoro del settore in scadenza per fine anno. Un contratto importante per la storia dell’arretrato diritto del lavoro svizzero; un contratto che tutte le parti avrebbero grande interesse a mantenere e adeguare, perché strumento e simbolo di una collettività nella quale gli interessi dei lavoratori e dell’economia sanno riconoscersi e rispettarsi.

La Svizzera ha grande bisogno di questo contratto e di molti altri contratti come questo, unico strumento civile per evitare la legge della giungla, una prospettiva nella quale il numero dei perdenti (lavoratori e imprese) è elevato, ripercuotendosi poi sul benessere generale del Paese.

Quelle risposte che infastidiscono

­ 2 novembre 2015

Da quando dirigo il Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport, e rispondo pubblicamente alle critiche più o meno fondate sui temi di mia competenza che leggo dai media, osservo che curiosamente spesso le mie risposte danno fastidio. La cosa è bizzarra, poiché mi pare naturale che rispondere faccia parte del mio mandato. Lo è ancor di più se il fastidio verso la risposta si fonda sulla rapidità di reazione, quasi come se rispondere subito sia sintomo di qualche problematicità.
Porre delle questioni pubblicamente è più che legittimo e rispondere mi pare il minimo, almeno per chi è interessato a un vero dibattito. Se poi le mie risposte infastidiscono, basta non leggerle.

Santa pazienza…

­ 24 settembre 2015

Sono rimasto stupito, anche se non più di quel tanto, dalle accuse che don Rolando Leo ha lanciato contro il mio dipartimento dalle colonne del Giornale del Popolo di mercoledì 23 settembre in merito al libro di educazione sessuale per il secondo ciclo di scuola media, allievi adolescenti di 14/16 anni. In estrema sintesi don Leo, che faceva parte del gruppo di consulenza che ha collaborato all’allestimento del testo in rappresentanza della Chiesa cattolica, accusa il DECS di essere stato sordo ad ogni sua proposta. Va detto che la Chiesa cattolica è l’unica componente del gruppo di consulenza che non ha accettato il nuovo testo (lo ha invece fatto quella evangelica), posizione ribadita pubblicamente tramite il proprio quotidiano. Detto questo, ho raccolto informazioni in proposito presso i miei servizi e chi ha seguito l’allestimento del libro e posso rispondere a don Leo come segue, riprendendo passo passo le sue affermazioni.

 

Don Leo: “Anzitutto preciso che noi eravamo stati chiamati a dire la nostra come consulenti, ma il testo è stato scritto da altri”.

Risposta: vero, ci mancherebbe altro che una quindicina di persone scrivessero assieme un testo. Il ruolo del gruppo di consulenza, come stabilito nella risoluzione governativa di pertinenza, era quello di fungere da supporto: il parere dei consulenti è sempre stato considerato anche se non sempre accolto pedissequamente in fase di redazione.

 

Don Leo: “Ricordo al Consigliere di Stato che, nel corso di questi due anni di lavoro, sono giunte sul tavolo della commissione diverse proposte puntuali, alcune aggiunte e molti arricchimenti al testo. E non solo da parte mia, ma suggerimenti sono arrivati anche da un altro consulente e cioè da uno specialista: un medico. In particolare questi ha proposto degli arricchimenti precisi su diversi punti delicati come la scoperta del corpo, la masturbazione, gli anticoncezionali o l’aborto. E cioè sui temi molto sensibili che toccano i nostri valori. Ma queste osservazioni alternative non sono state integrate nel testo finale da parte della commissione”.

Risposta: la quasi totalità delle proposte di modifica di stampo medico scientifico avanzate dal pediatra sono state accettate e integrate nel testo. Altre, per esempio sul tema della polluzione, sono state riprese ma in forma rielaborata. Altre ancora (mutilazioni genitali femminili, circoncisione) non sono state integrate, poiché non si è inteso allestire un trattato; sono state ritenute non prioritarie, ma potrebbero comunque venir elaborate dai docenti come pista di lavoro. Sul capitolo contenente temi come omosessualità e masturbazione, inviato al gruppo di consulenza il 18 luglio e discusso il 16 settembre 2014, Don Leo il 1. agosto ha scritto “ho apprezzato lo sforzo d’aver adottato un linguaggio neutrale, rispettoso e delicato. Ho notato pure come gli autori non abbiano dimenticato di citare almeno le varie posizioni e le convinzioni religiose da rispettare nel cammino di crescita dei giovani”. Ciononostante ha proposto di aggiungere un elenco di punti tratti dal Catechismo della Chiesa cattolica (CCC), in ciò appoggiato successivamente dal pediatra con un testo ricco anch’esso di riferimenti al CCC. Dopo lunga discussione il 16 settembre 2014 il gruppo di consulenza, tranne don Leo e il pediatra, ha convenuto che non era possibile inserire ogni volta la posizione della Chiesa cattolica (ciò avrebbe implicato l’aggiunta di quella di altre religioni e correnti di pensiero). Si è comunque cercato un compromesso per così dire laico, integrando alcune delle loro proposte, come il tema del pudore/tabù e cercando di formulare le questioni in modo che, pur non rappresentando il pensiero della Chiesa Cattolica, per lo meno non lo sconfessassero. Tutto sembrava risolto quando è spuntata, nel marzo scorso, l’accusa di voler far propria la cosiddetta “teoria del gender”, per cui si è dovuta convocare una nuova riunione per maggio sul tema dell’omosessualità. Quattro giorni prima della riunione, don Leo, richiesto di proporre modifiche al testo, ha invitato a eliminare tout court il paragrafo su questo tema, richiesta ovviamente respinta.

 

Don Leo: “Non siamo andati a picchiare i pugni sul tavolo per far passare le nostre idee. Infatti, per quasi un anno, non ci sono stati elementi sui quali mi sono trovato in disaccordo. L’opuscolo toccava aspetti fisiologici e anatomici e mi sembrava che su questi aspetti ci fosse uno sforzo da parte del DECS di trovare delle formule condivise. Ma in quest’ultimo anno di lavoro su alcuni temi, come la concezione dell’affettività o come la visione di genere noi abbiamo preso delle posizioni precise e le abbiamo esplicitate anche in commissione senza nessun successo”.

Risposta: sulle discussioni interne al gruppo abbiamo già detto nella risposta precedente. Il gruppo redazionale si è incaricato di inserire alcune modifiche concordate nella riunione di maggio, di concludere gli ultimi capitoli e di inviare il la bozza di testo definitivo al gruppo di consulenza per un avallo finale. Il testo definitivo è stato spedito il 20 agosto, dando tempo fino al 22 settembre per inviare proposte di modifica o di aggiunta. I membri del gruppo di consulenza hanno comunque avuto tempo da maggio a settembre per fare eventuali proposte alternative alle modifiche concordate. È in questo periodo che vengono pubblicati gli editoriali e gli articoli critici del Giornale del popolo e che arrivano le interrogazioni sul tema, atti del tutto legittimi, ci mancherebbe, ma volti ad accreditare l’idea che il DECS non voglia dialogare.

Don Leo: “Per chiudere la discussione su temi come il gender si è arrivati a negare che esista una teoria in proposito, quando ne sono pieni i trattati scientifici, che la promuovano o che la critichino”.

Risposta: la cosiddetta “teoria del gender” è assimilabile ormai a una leggenda metropolitana. A nostra conoscenza non esiste infatti un solo trattato scientifico che attesti una simile teoria. E comunque, qualora mai ne esistessero, nessuno di questi è mai stato consultato. Si è voluto artificialmente costruire un mostro per poterlo additare appunto come mostruoso e giustificare una battaglia ideologica. Il medesimo dibattito che stiamo avendo qui è in corso anche in Italia con analoghe modalità.

 

Don Leo: ”In definitiva credo sia mancato il dialogo con chi voleva andare un po’ più a fondo su alcune questioni. Traspare un’idea centrale e cioè che basta che ci sia l’amore e tutto va bene. Ma manca una cura nel proporre un cammino di verifica. È deficitario l’aspetto formativo. Si sarebbe potuto andare nella direzione di una materia facoltativa, oppure proporre visioni e testi alternativi da distribuire nella scuola. In definitiva il consigliere di Stato ha fatto lavorare una decina di persone per due anni senza poi recepire nulla delle proposte elaborate. Pensando soprattutto che tutte le famiglie del Cantone fossero d’accordo con questa impostazione. Mi dispiace, ma non è così”.

Risposta: chi ha lavorato a questo libro assicura che non è vero. Il gruppo ha discusso molto con i consulenti e ha accolto molte delle proposte elaborate. Ha inoltre discusso e anche parecchio con don Leo, per il quale era problematico in particolare il tema dell’omosessualità, e si è cercato di andargli incontro con delle modifiche. Ma a questo punto è lui ad aver chiuso il dialogo con una posizione del tutto nuova uscita all’ultimo minuto (settembre 2015). Citiamo: “Se la scuola eroga corsi di educazione sessuale, questi devono essere facoltativi o, nel caso in cui se ne stabilisse l’obbligatorietà, lo Stato dovrebbe mettere le famiglie e gli allievi nelle condizioni di poter scegliere il tipo di corso: a lato di uno facoltativo proposto dalla scuola, dovrebbero perciò essere parificati corsi offerti da enti pubblici o privati con esperti riconosciuti”.
La questione dell’inclusione o meno dell’educazione sessuale nei piani di studio della scuola media non è mai stata oggetto dei lavori del gruppo di consulenza ed è già stata decisa nel luglio di quest’anno dal Consiglio di Stato, non dal solo DECS, con l’approvazione del piano di studio della scuola dell’obbligo ticinese. Don Leo è quindi qui fuori tema.

In definitiva, come si evince dalle risposte preparate dopo aver consultato chi ha lavorato al testo, molte concessioni sono state fatte al rappresentante della Chiesa cattolica e ad altre posizioni, com’è normale in un dibattito nel quale si cerca il consenso più allargato possibile, ma ovviamente i veti non sono stati accolti. Il libro non può essere un trattato catechistico sulla sessualità. A elaborarlo hanno concorso molte componenti della nostra società: oltre all’esponente della Chiesa cattolica erano presenti nel gruppo di consulenza la Comunità evangelica, la Conferenza cantonale dei genitori, l’Ufficio del Medico cantonale, il Centro di salute sessuale e pianificazione familiare dell’Ente ospedaliero, l’Ufficio insegnamento medio, un pediatra ed una sessuologa. Tutti sono stati ascoltati, ma non è stato accettato da parte di nessuno di opporre degli aut aut.

Concludo dicendo che io ho ricevuto il testo il 10 giugno 2015, prima non avevo dato alcuna indicazione ai suoi autori, e che mi sono permesso solo di fare un’osservazione di dettaglio su un aggettivo a mio parere non opportuno.

Questo è quanto. Poi ognuno si faccia una propria idea delle cose.

Voglio qui cogliere l’occasione per ringraziare chi ha collaborato alla stesura del libro, per averci messo tempo, competenza e tanta… santa pazienza.

Il partito dei gattopardi

­ 17 settembre 2015

Dopo anni di trattativa e fiumi di inchiostro spesi (non sempre a proposito) per commentarne il difficile cammino, la conclusione dell’accordo fiscale tra Svizzera e Italia è a portata di mano. Ed ecco che improvvisamente qualcuno scopre che dal nuovo trattato l’Italia potrebbe guadagnare dei soldi, poiché avrà il diritto di imporre il reddito dei lavoratori frontalieri in base alle aliquote italiane, notoriamente molto più elevate delle nostre, invece di prendersi tramite i ristorni una fetta delle imposte calcolate in base alle aliquote svizzere.

Chiunque abbia seguito questo dossier anche solo distrattamente sa bene che uno degli obiettivi ticinesi nell’ambito di questa trattativa è sempre stato la soppressione dei vantaggi fiscali di cui godono i lavoratori che vivono in Italia e lavorano in Svizzera rispetto a quelli che vivono in Italia e lavorano in Italia. Oggi i primi pagano molte, ma molte minori imposte essendo sostanzialmente tassati in base alle aliquote svizzere, mentre gli altri sono tassati in base a quelle italiane notoriamente pesanti. E’ questo uno dei fattori che rende attrattivo il lavoro transfrontaliero e l’eliminazione di questo vantaggio costituisce una misura concreta contro il dumping salariale, poiché se il vantaggio fiscale sparirà, certi salari troppo bassi proposti in Ticino non potranno più essere accettati dai lavoratori d’oltre confine. E anche quelli medi non saranno più allettanti come adesso.

Ovviamente, qualora l’accordo fiscale andasse in porto, l’Italia incasserà più soldi, potendo imporre questi contribuenti in base alla propria pressione fiscale dopo aver dedotto quanto pagato in Svizzera (come ha visto aumentare l’importo dei ristorni con la decisione di portare il moltiplicatore comunale per i frontalieri al 100%), ma questo effetto era previsto fin dall’inizio, proprio perché si puntava a rendere fiscalmente meno attraente il lavoro frontaliero.

Di fronte alle strane uscite degli ultimi giorni di alcuni politici ticinesi che scoprono ora quello che era stabilito da tempo e si indignano perché l’Italia incasserà di più, quando siamo stati noi a far sì che ciò si producesse, credo vi siano due letture possibili. La prima, poco convincente, porta a dire che alcuni non hanno ancora capito la reale posta in gioco di questo dibattito e si perdono sui dettagli invece di guardare al cuore della questione. È una spiegazione che non voglio nemmeno prendere in considerazione, perché non posso pensare che sia la superficialità a determinare certe uscite pubbliche. La seconda, più logica ma più inquietante, porta invece a dire che sta facendo adepti il partito di chi, dopo aver gridato per anni alla necessità del cambiamento, sta lavorando, come vecchio Gattopardo, affinché le cose non cambino affatto e si rimanga all’accordo del 1974.

E’ chiaro infatti che la misura anti-dumping insita nell’accordo fiscale diventa un problema per una certa parte dell’economia, non certo la migliore, così come per essa è un problema la fissazione di salari minimi e tutti i provvedimenti che non permettono di avere mano libera nel definire le retribuzioni. Per queste imprese rimanere con il tanto criticato accordo del 1974 va bene anche se non hanno il coraggio di dirlo apertamente. Ma se va bene per loro, non va bene per il Cantone e non è nell’interesse di una corretta gestione del nostro mercato del lavoro, che chiede di sopprimere storture quali l’agevolazione fiscale del lavoro transfrontaliero, poiché generano concorrenza sleale e mettono i lavoratori gli uni contro gli altri.

Non facciamoci quindi ingannare dai fumogeni lanciati contro il nuovo trattato fiscale, senz’altro non perfetto ma decisamente migliore dell’attuale. Il tema centrale non è l’incasso per noi di pochi milioni in più o in meno, non è la percentuale di ripartizione delle quote fiscali tra Svizzera e Italia in ragione del 70/30% o dell’80/20%, bensì il principio secondo cui, non subito ma relativamente presto, l’agevolazione fiscale del lavoro frontaliero sarà un ostacolo superato.

Allocuzione del Primo agosto a Chiasso

­ 1 agosto 2015

Egregio signor Sindaco, Egregi municipali
Gentili signore ed egregi signori,

è con grande piacere che ho accolto l’invito dell’autorità comunale, che ringrazio, a tenere un’allocuzione pubblica in occasione della Festa nazionale svizzera in questo luogo, in questo distretto che è anche la regione dove sono nato e ho trascorso gran parte della mia gioventù. E affinché il piacere sia anche vostro, vi prometto di non rubarvi troppo tempo.

La Festa nazionale risponde a una ritualità consolidata, è una bella tradizione del nostro Paese ed è un’occasione privilegiata per riflettere sui valori profondi legati al concetto di Patria e di identità nazionale.
L’esperienza mi porta a dire che usualmente le riflessioni come quella che vi sto proponendo stasera sono di due tipi diversi. Da un lato i discorsi di natura celebrativa, piuttosto autoreferenziali, carichi di riferimenti ai valori fondamentali di appartenenza a questo Paese e al loro rispetto sempiterno. Dall’altro quelli più indagatori sullo stato attuale effettivo dei valori nazionali, nell’intento di capire come essi si coniughino o meno con la realtà odierna, per sua natura sempre mutevole e nuova
. Non sarà certamente per voi una novità scoprire che a me piacciono più i secondi, perché più inclini a riflettere su come stiamo o non stiamo applicando i buoni principi ai quali siamo tutti molto attaccati nel contesto del 2015, quindi nel tempo in cui stiamo vivendo e non in quello nel quale i valori nazionali sono stati posti a fondamento della Svizzera. E’ quindi su questo tema che mi concentrerò nei prossimi minuti, sperando che tra i valori praticati in questo Paese possa continuare a sussistere la libertà di espressione e che, se il mio dire non piacerà a tutti, in nome di questo principio profondamente democratico si possa evitare quel che è accaduto l’anno scorso dopo il mio discorso a Locarno.

Indipendenza e libertà, conquistata dai Cantoni primitivi affrancandosi dall’occupazione asburgica, multiculturalità e multireligiosità, delle quali la storia del nostro Paese narra come nel tempo siano divenute elemento integrante della Svizzera, solidarietà, come quella affermata nel patto del Rütli, democrazia, della quale la Svizzera può ergersi ad esempio. Ecco i valori che questa festa intende onorare anno dopo anno

Indipendenza e libertà sono concetti cari a tutti, e non potrebbe essere altrimenti. Ma in un mondo sempre più interconnesso, sempre più globale, anche per i Paesi indipendenti e liberi si pone la questione strategica a sapere se, per garantirsi sviluppo e benessere per il futuro, non sia necessario avere relazioni stabili con altri Paesi, con i quali si condividono valori e interessi. Anche gli uomini liberi decidono di quando in quando di scendere a patti con altri, per esempio vincolandosi a prestare un certo lavoro in cambio di un certo salario, vincolandosi a prendere alloggio per un certo periodo nella casa di qualcun altro e pagandone il relativo costo. Non vendono la loro anima o la loro indipendenza, ma si accordano con altri allo scopo di migliorare il proprio benessere, sapendo di fare al tempo stesso anche quello della controparte.

Quali sono i nostri interessi nel contesto attuale e come possiamo difenderli al meglio per consolidare la miglior prospettiva di benessere futuro? E’ questo il punto dal quale dobbiamo partire quando per il nostro Paese si pone la questione delle sue relazioni con gli altri. Siamo un Paese che vive di esportazione di prodotti di alta qualità, siamo un Paese che fornisce servizi globali, siamo un Paese dove ricerca e innovazione hanno un ruolo di tutto rilievo. Queste attività hanno però bisogno di forti connessioni con i loro mercati naturali, con le reti internazionali che possono valorizzarle. Senza queste forti connessioni esse arrischiano di non potersi sviluppare o addirittura di non poter sopravvivere.

Esattamente come noi, anche gli altri Paesi, o conglomerati di Paesi, fanno valere i loro interessi e cercano di tutelarli, pur sapendo anch’essi che in questo mondo così interconnesso vivere isolati risulta controproducente. La sfida per la Svizzera libera e indipendente è quindi quella di costruire rapporti forti con gli altri, primariamente con quell’Unione europea che fisicamente ci attornia, facendo valere il nostro interesse nazionale in armonia con le sue legittime aspirazioni, poiché solo il reciproco riconoscimento dei rispettivi interessi porta a una stabilità vera, durevole e fruttuosa per tutti. E’ un lavoro lungo, anche disseminato di ostacoli, ma necessario.

Oggi, soprattutto dopo il voto del 9 febbraio 2014, il valore assoluto della nostra indipendenza si traduce primariamente nella nostra totale libertà di scegliere che tipo di relazioni vogliamo con l’Europa. Se relazioni non ne vogliamo affatto possiamo isolarci, ma in questo caso gli economisti ci avvertono del fatto che le nostre prospettive economiche future arrischiano fortemente di essere difficili. Se immaginiamo di poter convincere l’Europa a stabilire con noi relazioni che siano solo nel nostro interesse possiamo provarci, ma è molto probabile che questo si scontrerà con la libertà dell’Europa di dirci semplicemente di no.
E allora, senza vendere la nostra anima e la nostra indipendenza, ma con il pragmatismo che ci ha sempre contraddistinto, dobbiamo saper trovare il giusto compromesso tra i nostri interessi nazionali e i principi ai quali non possiamo e non vogliamo rinunciare e quelli espressi dall’Europa, che possiamo anche non condividere, ma che nei negoziati in corso essa farà valere esattamente come noi facciamo valere i nostri. Tra questi sappiamo che c’è anche la libera circolazione delle persone, una delle 4 libertà fondamentali dell’Unione europea, che può anche non piacerci, ma sulla quale difficilmente l’Europa negozierà, come noi non intendiamo ad esempio negoziare sul principio della democrazia diretta. Tocca poi a noi semmai evitare con misure interne che la libera circolazione ponga i problemi che pone. E’ una cosa fattibile, se lo si vuole, ma su questo punto purtroppo le forze politiche a Berna sono divise e il significativo rafforzamento delle misure di accompagnamento di cui il Ticino ha grande bisogno non arriva. Non per colpa degli europei, ma perché una maggioranza politica svizzera non è pronta a sostenerlo.

Anche la solidarietà è un valore elvetico fortemente ancorato nella nostra storia. Solidarietà tra Cantoni e tra regioni, solidarietà tra le generazioni, ma anche solidarietà con chi purtroppo scappa dalla violenza e dalla fame in cerca di un futuro. Chiasso sa bene di cosa sto parlando, essendo una delle porte d’entrata in Svizzera per tanta gente disperata. Non possiamo accogliere tutti, è chiaro; a volte la convivenza con questa immigrazione può anche non essere facile, ma non possiamo chiudere gli occhi di fronte alle tragedie immani che si svolgono poco lontano da noi. Anche nel Comune dove abito, Losone, è stato recentemente aperto un centro per persone che chiedono asilo. Ci sono state molte discussioni, in parte generate da timori comprensibili e in parte montate ad arte, ma alla fine le cose funzionano bene, il centro fa la sua parte, problemi particolari non ve ne sono e credo si possa dire che è anche così che si concretizza il valore della solidarietà, che tutti riconosciamo come importante.

Tralascio qui, per brevità, di approfondire gli altri valori nazionali e avviandomi alla conclusione vorrei ribadire come la Svizzera che oggi festeggiamo, oltre a riaffermare questi valori, deve accettare la sfida di saperli coniugare con il contesto attuale, senza rifuggire nella nostalgia di un tempo passato, spesso abbellito dai ricordi e quindi poco realistico.
Nessuna sbandierata indipendenza ci metterà al riparo dal confronto con gli altri Paesi, dalla necessità di coniugare i nostri e i loro interessi, che dobbiamo saper riconoscere affinché essi riconoscano i nostri.
Nessuna sbandierata solidarietà nazionale ci deve impedire di essere solidali con chi scappa dalla guerra e dalla miseria in cerca di una prospettiva dignitosa per sé e per la propria famiglia
.

Oggi abbiamo buone ragioni per festeggiare il 1° agosto con orgoglio, ma con altrettanto realismo dobbiamo continuare ad aggiornare i nostri valori nazionali fondamentali, dobbiamo curarne l’effettiva realizzazione, perché questo piccolo grande Paese, un po’ complicato, rimane un modello unico di convivenza pacifica. A esso vadano i miei auguri di tanta prosperità futura e tanta saggezza nell’affrontare le sfide che ci riserveranno i prossimi anni.

A tutte e tutti voi i ringraziamenti per l’attenzione e gli auguri per una buona gioiosa fraterna Festa nazionale.

Chi fu davvero Guglielmo Canevascini

­ 20 luglio 2015

Oggi ricorrono i cinquant’anni esatti dalla sua morte. Pensare a Guglielmo Canevascini è però più di un atto dettato dalla ricorrenza. È un dovere per chi abbia a cuore il Ticino.

La figura di questo uomo politico, di questo statista, primo socialista a essere entrato nel Governo ticinese, ci racconta cose di una modernità assoluta e, al di là della cortina a tratti mitologica di cui è stata ammantata, di una verità quasi imbarazzante ai nostri giorni.

Autodidatta, sindacalista, grande polemista, certamente. Ma Guglielmo Canevascini è stato sopra tutto uomo e politico tutto d’un pezzo. Dalle idee chiare, dai principi saldi anche in momenti bui. Fu una persona di grande apertura, di solidarietà, di ferma opposizione al fascismo che aveva conquistato l’Italia e che, non dimentichiamolo, aveva non pochi sostenitori e ammiratori anche da noi. Scrisse di lui il sindacalista e politico italiano suo contemporaneo Fernando Santi: “Dire che molte migliaia di rifugiati politici, di profughi razziali, di sbandati militari, di partigiani feriti o ammalati, di prigionieri alleati fuggiaschi devono a Canevascini la vita è ancora dir poco. Perché Canevascini diede a tutta questa sconvolta umanità qualcosa di più. Diede un conforto più alto e persuasivo. Diede a ognuno e a tutti la certezza che la solidarietà e l’amore degli uomini non erano parole vane“.

Canevascini portò questa sua saldezza di principi dentro la propria attività di uomo di Stato. Contro quando era necessario, in totale solitudine quando le contingenze lo imposero, trovando invece alleanze e com­pro­mes­si se possibile e opportuno. Anche quando i venti gli furono contrari, seppe sempre lavorare e costruire nell’interesse del Ticino e dei suoi abitanti. Se il nostro Cantone ha una legge del lavoro, se ha un welfare ben strutturato è perché all’origine di tutto ciò ci fu proprio lui. Ed è sempre grazie al suo impegno e alle sue visioni che nacquero Radio Monte Ceneri (l’attuale RSI) o il Soccorso operaio luganese. Solo per citare alcune delle moltissime cose che Guglielmo Canevascini seppe costruire. Solo per ricordare a tutti chi davvero egli fu. Anche a chi oggi usa rivisitate costruzioni della sua immagine (“quello si che era un socialista”) per giustificare proprie scelte, politiche e umane, di natura addirittura contraria.

Un’intesa positiva anche per noi

­ 11 luglio 2015

Alla fine Grecia e Unione europea sembrano aver trovato l’intesa.
I greci con il loro NO e la volontà di trovare un compromesso hanno indicato all’Europa che se i conti devono tornare, questo non può essere fatto a tutti i costi. Il segnale è di quelli importanti. L’Europa dal canto suo salva la sua unità e le sue prospettive future, se saprà comprendere a fondo il segnale venuto da Atene.
L’accordo è positivo per la Grecia, per l’Unione e anche per noi. Permette di andare avanti nella difficile costruzione di un continente più unito, quel continente che solo 20 anni fa assisteva al dramma di Serebrenica, ultimo episodio della violenza che per secoli lo ha pervaso, di quel passato che non deve tornare.

Il NO greco non può non essere compreso

­ 5 luglio 2015

Il NO uscito dalle urne greche non può non essere compreso, venendo da un popolo alle prese con una difficile situazione economica. Non è un voto contro l’Europa, semmai per un’altra Europa, che sappia far coincidere le necessità finanziarie con quelle sociali e di prospettiva di benessere.
I greci non possono permettersi di uscire dall’euro, già solo perché il loro pesante debito è in euro e quindi con una moneta più debole esploderebbe, ma nemmeno l’Unione europea ha interesse a fare dei passi indietro. Dopo il voto di oggi, che ha spostato la discussione dal campo tecnocratico a quello democratico, è interesse di tutti trovare una soluzione praticabile ed equa. Speriamo che la classe politica sia all’altezza di questa scelta difficile ma necessaria.

In risposta alla presidente Mantegazza

­ 1 luglio 2015

La presidente dell’HCL si è lamentata oggi della mancata accettazione del progetto pilota di classi di scuola media sportiva/artistica a Lugano. Il progetto è stato approfondito dal DECS sulla base di alcune ipotesi, ma alla fine la decisione è stata purtroppo negativa.

Va detto innanzitutto che sul piano dei principi la creazione di classi speciali, composte unicamente da sportivi e in questo caso praticamente solo da maschi, è contraria agli scopi e alle finalità della scuola dell’obbligo. Ma soprattutto un progetto pilota ha senso se potenzialmente generalizzabile ad altre realtà simili, che in Ticino non mancano. In questo caso liberare gli allievi in alcune fasce orarie durante i giorni della settimana recuperando il mercoledì pomeriggio potrebbe funzionare per gli allievi nel primo biennio delle medie, ma diventa di difficile organizzazione nel secondo biennio (livelli, opzioni, laboratori, gruppi a effettivi ridotti ecc.), che necessitano di un rimescolamento delle classi che in questo caso non sarebbero rimescolabili. Diviene molto difficile per i docenti, che usano il mercoledì pomeriggio per la formazione continua, i gruppi di lavoro sui progetti scolastici ecc. Anche il costo del progetto pilota, valutato in 1 milione di franchi all’anno per 4 anni, non è poca cosa in periodi di vacche magre e praticamente impossibile da finanziare nell’ipotesi di una generalizzazione.

Per queste ragioni qui sommariamente riassunte il preavviso della Divisione della scuola e dei direttori di scuola media è stato negativo, quindi alla fine anche quello del DECS.

Naturalmente per chi vuol vedere solo gli interessi sportivi è facile dire che si poteva fare, che volere è potere ecc., ma non è così. Poi se si vuole polemizzare per forza, senza considerare i punti critici delle proprie idee lo si può sempre fare. Il Ticino è sempre terra fertile per le polemiche a buon mercato.

Un bel segnale

­ 14 giugno 2015

Il SI’ al principio del salario minimo è un bel segnale per la lotta al dumping, anche se il lavoro più difficile inizia adesso, con la sua traduzione in pratica, considerati anche i punti deboli del nuovo testo costituzionale. Invece di immaginare salari differenziati, come accaduto in altri Cantoni vale la pena di ragionare attorno ad un limite salariale unico, vicino a quello riconosciuto dalla politica sociale.
Siccome i parametri dell’aiuto sociale dipendono dal concetto di fabbisogno, quindi dal numero dei membri della famiglia, concetto diverso da quello di salario, che retribuisce una prestazione data indipendentemente dal fabbisogno dell’economia domestica, è bene sapere che i parametri dell’assistenza applicati alla famiglia media ticinese, formata da 2,2 persone, danno un limite mensile di fr. 3’740.25. L’assistenza pubblica riconosce infatti ad una simile famiglia fr. 19’920.- per fabbisogno generale annuo, fr. 15’000.- per costi d’alloggio annui e fr. 9’963.- per costi di cassa malati annui. La somma di questi importi divisa per 12 porta a fr. 3’740.25 mensili.
E’ attorno a questo concetto che io credo si debba lavorare per una vera implementazione della volontà popolare espressa oggi, affinché giocare sul differenziale salariale per scegliere lavoratori d’oltre confine non sia più possibile o sia un fenomeno ridotto ai minimi termini.

Meno caro e sempre solidale

­ 8 giugno 2015

Il nuovo canone previsto dalla legge radiotelevisiva sulla quale voteremo il prossimo 14 giugno sarà innanzitutto meno caro e più semplice. Meno caro perché permetterà di far pagare anche i furbi che oggi non lo pagano, meno burocratico perché sparirà la Billag che oggi ci costa una cinquantina di milioni all’anno, più semplice perché non più legato al possesso di un apparecchio radio o TV, considerato come i programmi radiotelevisivi siano oggi facilmente fruibili tramite telefonino, tablet, computer ecc. Restano ed anzi migliorano le esenzioni (persone al beneficio delle prestazioni complementari AVS/AI, case per anziani, case per studenti ecc.) e saranno chiamate a pagarlo anche circa un quarto delle aziende, solo le più grosse, sulla base di un criterio proporzionale alla loro dimensione.

Già solo per questi motivi la riforma va sostenuta.

Non farlo da parte della Svizzera italiana sarebbe poi molto pericoloso, perché un simile risultato porterebbe acqua al mulino di chi, dall’altra parte del Gottardo, vuole rimettere in discussione la ridistribuzione tra le regioni linguistiche del suo provento. Oggi circa un quinto di quanto raccolto in Svizzera annualmente dal canone arriva da noi, alla RSI, in nome di un concetto solidale e rispettoso delle minoranze linguistiche tipicamente svizzero. Sono parecchi soldi, che hanno ricadute importanti anche dal profilo economico, che permettono all’unico media nazionale di lingua italiana di vivere e di mantenere una presenza italofona di tutto rispetto nell’intera Svizzera. La strumentalizzazione di un eventuale voto negativo della Svizzera italiana sarebbe cosa semplice da parte delle maggioranze d’Oltralpe, che se già hanno la quantità dalla loro, non hanno però attualmente argomenti da far valere. Tocca a noi non dargliene di nuovi, arrischiando quindi di farci del male da soli, oltretutto per mantenere un sistema più caro e più burocratico.

Il canone è oggi e sarà anche in futuro una tariffa per un servizio pubblico che va mantenuto di buona qualità, solidale tra le regioni linguistiche, moderno. Approviamo questa revisione anche per ribadire il nostro sostegno alla ripartizione attuale del suo provento e non facciamo passi falsi di cui dovremmo pentirci in futuro.

Nodi al pettine

­ 5 giugno 2015

Dieci mesi fa, in occasione della Festa nazionale, dissi che il voto del 9 febbraio 2014 andava applicato onestamente oppure superato da una nuova chiamata alle urne trasparente e democratica. Ora che l’ipotesi di una nuova votazione, allora secondo alcuni in Ticino impronunciabile, è divenuta la strada ormai accettata da quasi tutti (diversi Consiglieri federali, tutti i partiti svizzeri a eccezione dell’UDC), ora che comincia a far capolino anche la beffa per i ticinesi in caso di applicazione incompleta dei nuovi articoli costituzionali (l’USAM vorrebbe lasciar fuori dai contingenti i frontalieri perché l’economia ne ha bisogno), diventa ancor più d’attualità la necessità di costruire un patto tra centro e sinistra che permetta di affrontare il nuovo voto. Da un lato si manterrebbero le relazioni economiche con l’Unione europea, ma dall’altro dovranno essere concesse garanzie più importanti ai lavoratori residenti affinché gli effetti controproducenti della libera circolazione delle persone possano essere gestiti.
Ha ragione Giovanni Galli quando scrive oggi sul Corriere del Ticino che “se PS, PLR e PPD continueranno ad andare per conto proprio e non si metteranno d’accordo su che cosa votare per salvare i Bilaterali e dimostrare a loro volta di voler intervenire sull’immigrazione non si andrà molto lontano. Per i socialisti si tratta di un’occasione importante per chiedere le giuste concessioni a favore di chi vive e lavora in Svizzera e non può accettare salari troppo bassi per vivere in questo Paese. Un passaggio cruciale anche per l’economia, che senza concessioni arrischia di veder riconfermato il voto del 9 febbraio e assistere alla caduta dei bilaterali. Senza dimenticare che se i bilaterali dovessero cadere sarà per sempre e le uniche due opzioni che rimarranno aperte per un riavvicinamento all’Europa saranno l’adesione allo Spazio economico europeo o quella alla stessa Unione Europea”.

Per gli inquilini, finalmente

­ 27 maggio 2015

Oggi il Consiglio federale ha deciso di proporre al Parlamento l’obbligo del locatore di informare gli inquilini sulla pigione pagata dal vecchio locatario al momento della conclusione di un nuovo contratto. Finalmente! Una richiesta in questo senso è stata proposta più e più volte a livello cantonale ma si era sempre fermata di fronte ad un muro. Con almeno 20 anni di ritardo si farà un poco di trasparenza in questo settore, permettendo a chi affitta di sapere quanto pagava l’inquilino precedente e quindi di discutere e contestare i troppi aumenti che avvengono in questi casi. Ancora una volta, sebbene tardivamente, qualcosa nella buona direzione si muove.

Che delusione…

­ 13 maggio 2015

Che in questo Cantone sia difficile confrontarsi sui temi politici senza cadere nella denigrazione personale è noto, ma che in questo gioco caschi anche Raoul Ghisletta (www.liberatv.ch di oggi) nei miei confronti è per me una grande delusione. Raoul, che qualche anno fa organizzò una manifestazione a Lugano anche contro la denigrazione personale in politica, ora usa toni da Mattino della domenica sul mio conto che nulla hanno a che fare con le differenze politiche, semplicemente perché abbiamo opinioni diverse sui rapporti tra Svizzera ed Europa.
Per 15 anni ho lavorato per l’Associazione Inquilini riempiendo armadi di incarti che raccontavano storie di ordinaria difficoltà delle persone che ho cercato di aiutare. Per 10 anni ho lavorato nel settore sociale, toccando con mano altre realtà non particolarmente semplici. Pure in Consiglio di Stato, dal 2011, le politiche che concernono chi vive nel precariato sono sempre per me una priorità, anche se ho una responsabilità diretta su educazione, cultura e sport. Per questo non posso accettare l’accusa di non conoscere la realtà di chi fatica in questo Cantone. Per questo le cadute di stile di questo genere mi deludono profondamente.

Non dimenticare. Mai

­ 8 maggio 2015

Settant’anni fa la Germania nazista si arrendeva e la guerra in Europa finiva. Da allora il nostro continente non ha più conosciuto confronti armati generalizzati, anche se purtroppo in Jugoslavia, oggi in Ucraina, oltre che in parte dell’ex blocco sovuietico, in Irlanda del Nord e nei Paesi baschi, la violenza è stata purtroppo ancora dolorosamente presente.
Non dimentichiamo quel che è successo, mai, perché la mancata consapevolezza di quel che è stato è una delle cose che permette che quel che non deve tornare ritorni.

Attribuiti i Dipartimenti si riparte. Ma prima il tempo per nuove letture

­ 23 aprile 2015

Il nuovo Governo si è insediato, i Dipartimenti sono stati attribuiti nel segno della continuità, cosa che è positiva per l’efficacia del lavoro, e ora non resta che ripartire. Con le tante cose da fare, con i progetti già messi in cantiere, per il bene di questo nostro Cantone. Dopo questa lunga maratona mi prenderò un paio di giorni di vacanza e approfitterò dell’occasione per leggere (o meglio ascoltare) dei libri. Oggi è la giornata che festeggia proprio questo straordinario mezzo di conoscenza, niente di meglio che onorarla proprio attingendo alla sapienza infinita e alle tantissime emozioni che da secoli proprio i libri sanno trasmetterci. Il libro rimane per l’uomo un vero spazio di libertà, necessario e insostituibile: e allora buona lettura a chi, come me, ne apprezza la straordinaria compagnia.

Una proposta concreta a vantaggio del Ticino e dei ticinesi: un unico polo cantonale dell’energia elettrica

­ 22 aprile 2015

Tra le cose che il Ticino uscito dalle urne potrebbe fare per mettere in valore una delle sue risorse più preziose c’è la costituzione di un polo cantonale dell’energia elettrica, visto che oggi Cantone e Comuni sono proprietari delle 11 aziende che si occupano di questo bene, escluse le PartnerWerke. Senza aver la pretesa di avere per forza ragione (di questi tempi è meglio sottolinearlo anche se dovrebbe essere scontato), a me la soluzione più pulita appare quella della costituzione di un ente cantonale della distribuzione di elettricità (ente pubblico ex art. 763 del Codice delle obbligazioni), ente partecipato dai Comuni, i quali farebbero confluire in questa nuova organizzazione le 10 aziende distributrici attuali, avendone in cambio una quota di partecipazione alla nuova azienda pari al valore apportato. Il nuovo ente si occuperebbe solo di distribuzione e dovrebbe essere collegato con l’AET, che potrebbe detenerne una quota minoritaria (20-30%). All’AET andrebbero trasferite tutte le concessioni inerenti alla produzione di elettricità e queste due aziende, due elementi di uno stesso polo, potrebbero meglio rappresentare il Ticino dell’elettricità e i suoi interessi.
Dopo le elezioni, che sono un momento durante il quale è naturale mettere in evidenza le differenze, tutti hanno espresso la volontà di trovare soluzioni condivise. E allora, in questo nuovo clima auspico che un ragionamento attorno a questa ipotesi come mezzo per valorizzare un bene prezioso dei ticinesi si possa fare seriamente. Nel futuro di medio e lungo termine avere a disposizione in casa energia rinnovabile in grande quantità sarà un fattore importante, anche se nella contingenza attuale l’idroelettrico soffre un poco. Ma per valorizzare questa risorsa è necessario sedersi ad un tavolo e superare le attuali divisioni, che sono quasi solo politiche o legate al piccolo potere.
Lo sapremo fare?

L’orrore senza fine

­ 21 aprile 2015

Mentre la politica ticinese era presa dalle elezioni cantonali, in pochi minuti sono morti annegati 800 disperati nel Mediterraneo. Sono poco meno di un terzo delle vittime dell’11 settembre 2001. Un orrore senza fine che non può non toccare le nostre coscienze, al quale deve essere trovata una soluzione politica, che non può che essere internazionale, europea prima di tutto.

L’alternativa a una Svizzera di destra

­ 12 aprile 2015

C’è un’alternativa a una Svizzera che tende a spostarsi verso destra, come abbiamo visto oggi con le elezioni di Zurigo? Sì che c’è! E in Ticino si chiama Partito Socialista. Nessuna conquista sociale arriva da sola, nessun miglioramento viene ottenuto senza una lotta insistente.
L’alternativa c’è, ma va sostenuta nelle votazioni popolari e alle elezioni.

Un forte NO al sogno inaccettabile della destra

­ 10 aprile 2015

Ripubblico e rilancio con piacere e gratitudine la lucida e appassionata presa di posizione di Pietro Martinelli sulle recenti dichiarazioni di Sergio Morisoli – M.B.


Fuori i socialisti dai governi?

di Pietro Martinelli, già consigliere di Stato

Dopo l’esempio di Basilea Campagna e il caso pendente di Lucerna questo invito è risuonato anche in Ticino, in modo esplicito da parte della Destra. Potrebbe apparire un invito folle tenuto conto dei successi fin qui ottenuti dall’ideologia della concertazione nel nostro Paese, ma bisogna pur ammettere che, come per Amleto, «c’è una logica in questa follia». Come per Amleto la follia potrebbe nascondere un progetto con una strategia e degli obiettivi. Questo progetto va combattuto in Ticino come altrove anche con il voto che, in democrazia, cristallizza i rapporti di forza. Di seguito cercherò di spiegare il perché.

Sarà che i vecchi, per evidenti motivi, sono portati a considerare migliori gli anni della propria gioventù, ma non è per nostalgia senile se i primi decenni del dopoguerra fino allo choc petrolifero del 1973 sono stati definiti dall’economista Jean Fourastié «les trente glorieuses» e se questa definizione è diventata di uso comune. Nei Paesi occidentali furono anni di grande crescita del Prodotto interno lordo (in media +4% all’anno per venti e più anni in Svizzera!), di disoccupazione inesistente, di sviluppo dello stato sociale, di modernizzazione dei costumi, di sviluppo dei diritti sociali e dei diritti della persona, della conquista dell’indipendenza da parte dei Paesi coloniali. Tutto sembrava possibile ed era lecito sognare nel contempo più giustizia e più libertà. Poi l’inflazione, la stagflazione, la crisi petrolifera, il neocolonialismo, l’ingerenza dell’Occidente soprattutto nei Paesi produttori di petrolio del Medio Oriente con colpi di Stato a ripetizione, cambiarono il clima.

In Svizzera già negli anni Sessanta si era assistito a fenomeni di surriscaldamento e di crescita dell’inflazione oltre il 4%, ma la vera crisi esplose nel 1973 con l’inflazione che salì all’8,7% (9,8% l’anno successivo), con un calo della produzione del 7,5% e con più di 300.000 lavoratori immigrati che persero il posto di lavoro e furono costretti a lasciare il Paese. Da quell’anno la Svizzera, e il mondo in generale, non saranno più quelli di prima anche se, per inerzia, lo spirito dei «trente glorieuses», pur affievolendosi progressivamente, continuò ad aleggiare per tutto il secolo scorso.

Il mondo si guastò per un motivo semplice: la politica non era stata capace di governare il progresso tecnico e la conseguente globalizzazione. Al mondo dell’economia e della finanza fu permesso di eliminare tutte le regole che intralciavano qualsiasi tipo di affare, incominciando nel 1971 con la denuncia da parte degli USA, inguaiati dai debiti generati dalla guerra in Vietnam, degli accordi di Bretton Woods che garantivano il controllo del tasso di cambio e della circolazione dei capitali. La libera fluttuazione delle monete favorì la speculazione e la libera circolazione dei capitali favorì le delocalizzazioni della produzione da una parte e determinò la fortuna dei paradisi fiscali dall’altra. La diffusione di nuovi strumenti di tecnica finanziaria estremamente strutturati e complessi mise infine nelle mani di una ristrettissima élite di manager e di finanzieri il controllo dell’economia. Non importava più cosa e dove producevi, ma dove spostavi il denaro in modo da massimizzare il profitto. Nel 1999 gli USA (con Clinton presidente) completarono la deregolamentazione eliminando la distinzione tra banca d’affari (che colloca le azioni e investe in proprio) e banca commerciale (istituto che offre depositi e prestiti), permettendo così tra l’altro ad alcune banche commerciali di ingannare i propri clienti consigliando loro azioni spazzatura conseguenza delle proprie speculazioni sbagliate.

La deregolamentazione e la finanziarizzazione dell’economia ottennero in un primo tempo qualche successo, ma pian piano ci si rese conto che la crescita economica si traduceva in un incontrollato arricchimento di pochi finanzieri e di pochi manager (tra l’altro vale la pena considerare al riguardo che fine ha fatto la volontà espressa dal popolo con l’approvazione dell’iniziativa Minder!), mentre la precarietà e l’impoverimento travolgevano il cosiddetto ceto medio, nel passato mito proprio della destra. L’avidità di accumulare ricchezza monetaria sembrava non avere limiti e molte delle violenze che oggi preoccupano l’Occidente nascono anche dalla sovrapposizione di questa nuova religione venale a vecchie religioni spirituali utilizzate strumentalmente.

Arriviamo così al 2008 quando le difficoltà di alcune grosse banche (il 15 settembre 2008 chiudeva la Lehman Brothers dopo di che per le grandi banche si inventava il too big to fail), l’indebitamento degli Stati e la crisi economica creano le premesse per convincere anche gli Stati Uniti a dar via libera ad alcune nuove regole globali che permettano di controllare la globalizzazione dell’economia.

Il primo bersaglio di questa nuova strategia globale ci interessa direttamente perché è stato il segreto bancario. Dopo un decennio (dal 2001 al 2009 quando era presidente G. W. Bush) durante il quale le fu impedito di agire, finalmente l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo (OCSE), della quale la Svizzera fa parte fin dalla fondazione nel 1948, nel corso del vertice del G20 a Cannes nel novembre 2011 riceve il mandato per condurre una battaglia a tutto campo contro il segreto bancario incominciando proprio dai Paesi più significativi: Svizzera, Lussemburgo, Hong Kong, Singapore, poi Austria, Belgio. A proposito della Svizzera il direttore del Centro di politica fiscale dell’OCSE Pascal Saint-Amans in una intervista a un settimanale francese dichiarò che «per la Svizzera il segreto bancario era un totem, ma oggi i banchieri svizzeri hanno cambiato radicalmente opinione e sono loro stessi i primi a chiedere lo scambio automatico di informazioni». Evidentemente i banchieri svizzeri sono persone pragmatiche che non se la prendono con il Consiglio federale e con Widmer-Schlumpf (anzi la ringraziano) perché capiscono che sei padrone a casa tua solo fin quando sei il più forte. Dopo il segreto bancario, se la lasceranno fare, l’OCSE, sempre secondo Saint-Amans, vorrebbe occuparsi della tassazione delle multinazionali. Staremo a vedere.

Alcuni ritengono che la finanziarizzazione dell’economia sia morta nel 2009. Non so fino a che punto ciò sia vero, ma è certo che si è aperta una fase nuova dove i colpi di coda del sistema economico-finanziario nato negli anni Settanta-Novanta del secolo scorso possono ancora fare molto male. I prossimi anni saranno anni di grandi sollecitazioni per le finanze degli enti pubblici. La povertà, la disoccupazione, la precarietà indotte dai guai del sistema economico che risalgono al fatidico 2008, unite all’invecchiamento della popolazione, provocheranno uscite crescenti per le assicurazioni sociali e per l’assistenza. La spesa sociale nei prossimi anni crescerà fatalmente più del PIL. Altri soldi pubblici saranno poi necessari se si vorrà contribuire al rilancio dell’economia, alla creazione di posti di lavoro. Il direttore dell’Amministrazione federale delle finanze Serge Gaillard ha ammonito la politica sulle difficoltà, già per il prossimo anno, a rispettare i criteri del freno all’indebitamento.

Il nostro debito pubblico è tra i più bassi al mondo, ma favorire un deficit annuo strutturale della spesa corrente è pericoloso. Restano allora due possibilità: ridurre la spesa, modificando soprattutto (da lì non si scappa) le leggi dello stato sociale, o aumentare le entrate. Come molti altri penso che il secondo obiettivo non debba necessariamente passare per un aumento generale della pressione fiscale, ma che possa essere raggiunto aumentando il substrato fiscale, per esempio facendo emergere capitali di residenti nascosti e/o trasferiti all’estero in (ex) paradisi fiscali. Un obiettivo che potrebbe essere raggiunto con un’amnistia fiscale federale equilibrata preceduta dall’abolizione del segreto bancario anche per i residenti.

Ma chi è stato privilegiato dal sistema economico oggi in crisi cercherà di opporsi con tutti i mezzi a una nuova equità fiscale e a una più equa ripartizione della ricchezza. Cercherà, ad esempio, di aumentare l’età di pensionamento per rispondere all’invecchiamento della popolazione come lascia intendere un recente studio di «Avenir Suisse». Cercherà di scaricare sui più deboli e indifesi le proprie contraddizioni e i propri problemi. Cercherà di impedire un mondo più trasparente e più solidale. Per tutti costoro la presenza dei socialisti nei Governi cantonali e nel Governo federale è un intralcio per cui, malgrado gli incontestabili meriti dei socialisti, malgrado il pragmatismo con il quale da quasi un secolo sappiamo lottare per realizzare i nostri ideali, cercano di escluderci, di marginalizzarci. Questo è il progetto, questi sono gli obiettivi da combattere in questi giorni anche con la scheda.

 (sottolineature nostre)

Guarda l’Incontro al Tra con Pietro Martinelli

Per un sistema ospedaliero non periferico

­ 10 aprile 2015

C’è un’alternativa al considerare il nostro sistema ospedaliero periferico rispetto a quelli di Zurigo, Berna, Losanna ecc.? Sì che c’è!

È il progetto di nuova Facoltà di scienze biomediche dell’Università della Svizzera italiana, del quale sono convinto sostenitore e che ho portato con successo in Gran Consiglio l’anno scorso. La nuova facoltà saprà collegare il nostro sistema ospedaliero alla formazione universitaria, uno degli elementi fondamentali per una piazza sanitaria di qualità e con un bel futuro davanti.

L’alternativa c’è, ma va sostenuta nelle votazioni popolari e alle elezioni.

Contro lo spreco di terreno industriale

­ 9 aprile 2015

C’è un’alternativa allo spreco di terreno industriale a favore di aziende non sempre interessanti per il nostro Cantone? Sì che c’è! Se lo Stato si proponesse attivamente per l’acquisto di queste superfici, da solo o in collaborazione con i privati, l’investimento potrebbe anche non costare (i canoni di occupazione pagati dalle aziende interessanti potrebbero almeno equivalere al costo del debito per l’acquisto) ma soprattutto potrebbe essere fatta una vera scelta a favore dell’installazione nel nostro Cantone di aziende che al Ticino apportano effettivo valore aggiunto (posti di lavoro con buoni salari, solida prospettiva di sviluppo ecc.). L’idea di attendere che sia il mercato ad autoregolarsi ha già mostrato i suoi grandi limiti ed è tempo di agire attivamente.

L’alternativa c’è, ma va sostenuta nelle votazioni popolari e alle elezioni.

Ciao Angelo

­ 8 aprile 2015

Uomo di terra. Uomo della terra. Uomo semplice ma che sapeva volare alto. Questo e tanto di più è stato Angelo Frigerio, a tutti noi noto come ul sciur maestru, spentosi ieri a pochi giorni dal suo 95esimo compleanno. La sua bontà, la sua umanità, la sua intelligenza però resteranno a lungo tra di noi. Non solo nelle sue parole, ma anche nel ricordo forte di un uomo che ha saputo stare tra le gente senza mai perdersi né perdere il bene che sapeva dispensare. Amava tanto, e sapeva a memoria, le poesie di Trilussa. In un bell’incontro con Giuseppe Zois su “il Caffè” l’anno scorso si congedò con questi versi, che oggi suonano come saluto giusto per un uomo giusto, per una vera colomba: “Incuriosita de sapé che c’era/ una Colomba scese in un pantano/ s’inzaccherò le penne e bonasera/. Un Rospo disse: – Commarella mia,/ vedo che, pure te, caschi ner fango…/ – Però nun ce rimango… -/ rispose la Colomba. E volò via”.sciur maestro

Ma quale opportunità persa?

­ 7 aprile 2015

La sentenza del Tribunale federale che seppellisce l’amnistia cantonale, oltre che impeccabile dal profilo del rispetto dei principi fondamentali sanciti dalla Costituzione, darà presto degli importanti frutti per le casse pubbliche. Lo scrive il Consiglio di Stato nel messaggio sul Consuntivo dell’anno scorso, ammettendo che le entrate inerenti all’autodenuncia del 2014 sono state calcolate in 81 milioni senza amnistia e 33 milioni con l’amnistia. I giudici di Losanna hanno quindi aggiunto 48 milioni di introiti nelle casse pubbliche con la loro decisione e non fatto il contrario, come qualche incauto si è affrettato a dire a caldo. Ampiamente superati i 20 milioni del fondo per il lavoro, messi lì a mo’ di contentino.

Ma vi è di più. Chiarito finalmente il fatto che non ci sono sconti, se non la rinuncia alle multe in caso di autodenuncia, diversi evasori rimasti ad attendere l’esito della vicenda si faranno avanti per regolarizzare la loro posizione, che diventa sempre più pericolosa. Dal 2010 sono già oltre 1’000 i contribuenti che l’hanno fatto, facendo riemergere 1,7 miliardi di franchi (cfr. sempre messaggio sul Consuntivo 2014).

L’amnistia era ingiusta, calpestava la Costituzione e quindi la volontà popolare, e nemmeno era interessante dal profilo finanziario per le casse della collettività. Chi l’ha proposta, invece di prendersela con i ricorrenti, dovrebbe solo scusarsi di aver fatto perdere tempo, soldi ed energie preziose a molti per questo progetto, figlio di una visione ideologica e piuttosto servile della politica.

Nessuna violenza mai in nome di una fede

­ 7 aprile 2015

C’è un’alternativa al cosiddetto “confronto tra culture” di cui si parla oggi, mentre in molti assistiamo sgomenti alle diverse barbarie perpetrate per sedicenti obiettivi religiosi in Medio Oriente e in Africa? Sì che c’è! Abbiamo urgente necessità di unire le forze di tutti, indipendentemente dal credo religioso o dalla lontananza da qualsiasi fede, attorno ai concetti di libertà, pace e reciproco rispetto. Cristiani, islamici, buddisti, induisti, atei, agnostici devono rimanere assieme per dire forte e chiaro che nessuna religione e nessun credo possono ammettere la violenza nel nome di una fede. E la politica deve lavorare attivamente per questa unione di intenti e per l’integrazione delle persone straniere nella nostra società.

L’alternativa c’è, ma va sostenuta nelle votazioni popolari e alle elezioni.

C’è un’alternativa al raddoppio catastrofico

­ 6 aprile 2015

C’è un’alternativa al raddoppio del tunnel autostradale del Gottardo? Sì che c’è! Si chiama Alptransit, è la ferrovia di pianura che attraverserà le Alpi dal 2016 e il perno di un vero trasferimento delle merci dalla strada alla rotaia. Quello su cui andremo a votare l’anno prossimo è un vero e proprio tunnel stradale a 4 corsie, altrimenti le due canne non sarebbero attivabili in breve tempo alternativamente come sostengono i favorevoli. Con un simile tunnel nei periodi caldi le colonne si trasferirebbero tra Chiasso e Lugano o tra Chiasso e Bellinzona, con i problemi che possiamo solo immaginare. Ci sarà un periodo non facile da gestire per il risanamento della galleria stradale attuale, ma il raddoppio per il traffico sarebbe catastrofico.

L’alternativa c’è, ma va sostenuta nelle votazioni popolari e alle elezioni.

Amnistia serva dei poteri forti. Giustizia è fatta!

­ 2 aprile 2015

C’è un’alternativa a immaginare una politica serva di interessi forti e pronta a concedere a essi privilegi insostenibili? Sì che c’è!

Ho sempre sostenuto che l’amnistia fiscale era ingiusta e improponibile, da presidente del PS, da deputato in Gran Consiglio e da consigliere di Stato. Con il Partito Socialista, contro tutti e contro tutto. Oggi, finalmente, il Tribunale federale chiarisce con una sentenza limpida, senza se e senza ma, che quel progetto non avrebbe mai dovuto nemmeno essere immaginato. Mi spiace che sia dovuta intervenire la giustizia laddove avrebbe dovuto essere la politica a capire che oltre certi limiti non si può e non si deve andare.
Questa decisione farà guadagnare molti soldi al Cantone e ai Comuni, perché tutte le autodenunce degli evasori pentiti in attesa di sapere se pagare il 30% o il 100% saranno risolte con il pagamento del 100% di quanto evaso.
L’alternativa c’è, ma va sostenuta nelle votazioni e alle elezioni.