Pensieri, appunti e proposte di politica e altro

La tempesta nel bicchiere

­ 30 settembre 2016

Nel quadro di una riunione di partito (Comitato cantonale) tenutasi settimana scorsa, peraltro aperta alla stampa, mi sono permesso di proporre di valutare una controproposta politica all’annunciato rilancio del freno alla spesa che la destra si appresta a mettere sul tavolo politico.
Una risposta del tutto legittima a chi intende modificare le regole già restrittive inerenti alla disciplina finanziaria votate solo nel maggio 2014, restringendole ancor di più con un sistema di voto popolare automatico sulle spese.
Il partito farà tranquillamente le sue valutazioni e se deciderà di andare nel senso indicato si tratterà di proporre ai cittadini una riforma della Costituzione cantonale, come del resto farà la stessa destra, ma ovviamente in senso e con obiettivi opposti.
Siccome l’informazione su questa proposta è stata liberamente interpretata dal Corriere del Ticino, che a torto si è messo a parlare di moltiplicatore d’imposta nelle mani del Governo, mi corre l’obbligo di spiegare che l’idea in realtà conferisce alla politica nel suo assieme (Governo, Gran Consiglio, popolo) il compito di cercare soluzioni che permettano di restare nel quadro definito dal freno ai disavanzi, riducendo delle spese, aumentando le entrate o agendo sui due versanti del bilancio. Solo qualora non si riuscisse a restare nel quadro che Costituzione e legge hanno democraticamente stabilito scatterebbe automaticamente il moltiplicatore cantonale riportando i parametri nel quadro finanziario definito. Che a muovere la leva dell’automatismo sia il Consiglio di Stato è irrilevante, poiché si tratterebbe di un atto dovuto, conseguente al fatto che il confronto politico non ha saputo trovare una soluzione nel quadro dell’ordinario confronto democratico.
Detto a scanso di equivoci che sono convinto che la politica debba assumersi appieno le sue responsabilità, cercando le soluzioni con il consenso più largo possibile prima che scattino meccanismi come quello indicato, non vi è nulla di scandaloso nel prevedere una conseguenza precisa in caso di inadempienza. Semmai è strana la regola attuale, poiché oggi, qualora si sforassero i parametri definiti, non succede nulla. L’attivazione del moltiplicatore cantonale dipende infatti da una decisione libera del Parlamento, per la quale è addirittura necessaria una maggioranza più restrittiva di quella che ci vuole per cambiare o abrogare le leggi. Certamente non vi è nulla di illegale, come ha sostenuto qualcuno, citando a vanvera articoli della Costituzione federale che si limitano a ricordare, e ci mancherebbe altro, che le regole fiscali devono avere una base legale.
Non credo si debba aver paura del confronto politico su temi come questo, che sembrano tecnici ma hanno effetti rilevanti sulle scelte che alla fine ci coinvolgono tutti. Lo dico soprattutto a chi vede la prospettiva del ritocco delle imposte come un tabù intoccabile. Un automatismo come quello sopra indicato ha per effetto di costringere la politica a trovare soluzioni praticabili e consensuali, utilizzando il metodo che per molti anni ha permesso alla Svizzera di creare consenso attorno alle scelte collettive, siano esse di risparmio o di nuova spesa pubblica.

SI all’economia verde

­ 12 settembre 2016

L’iniziativa popolare sull’economia verde in votazione il prossimo 25 settembre chiede che la Confederazione, i Cantoni e i Comuni adottino misure affinché l’economia impieghi le risorse in modo efficiente e preservi il più possibile l’ambiente. Entro il 2050 secondo l’iniziativa la Svizzera dovrà ridurre il suo consumo di risorse in modo tale che, rapportato alla popolazione mondiale, non superi le capacità della Terra.

Alla radio il presidente della Confederazione Schneider Amman ammetteva che se tutti i Paesi consumassero come la Svizzera avremmo bisogno oggi di 3 pianeti, non di uno, ma invitava a votare NO perché l’iniziativa chiederebbe troppo in troppo poco tempo.

Ma pretendere che non si consumi più di quel che il pianeta può dare è davvero chiedere troppo? Abbiamo forse risorse extraterrestri cui far capo?

Ancora: pretendere che non si consumi in eccesso rispetto alla capacità terrestre entro il 2050, cioè tra 33 anni, è davvero esagerato? Stiamo inanellando temperature record anno dopo anno, la popolazione sta crescendo, ci sono problemi immensi come la deforestazione, la riduzione delle risorse marine, lo scioglimento dei ghiacciai e noi pensiamo ancora di attendere?

Nel 2050 avrò 87 anni e se ci arriverò lo stato del pianeta non sarà certo più un problema mio, ma non cogliere l’occasione di fissare oggi qualche obiettivo più che necessario nella nostra Costituzione mi pare un inutile gesto di disprezzo verso le nuove generazioni che i giovani e i bambini non si meritano. Per questo voterò SI.

9 febbraio: un opaco pantano

­ 6 settembre 2016

Venerdì scorso la commissione competente del Consiglio nazionale ha proposto una modalità per dare seguito alla modifica della Costituzione federale votata il 9 febbraio 2014 (iniziativa sulla cosiddetta immigrazione di massa) che mi ha lasciato l’amaro in bocca per due motivi.

Da un lato la proposta di fatto non rispetta il testo votato da popolo e cantoni. Chi da destra si lamenta dell’aggiramento del mandato costituzionale ha certamente delle ragioni da far valere, perché effettivamente l’art. 121a dice altro rispetto alla “soluzione” commissionale. Va detto che il problema del mancato rispetto della Costituzione non è purtroppo nuovo. Citerò solo due esempi, ma se ne potrebbero fare molti altri: l’art. 116 sull’assicurazione maternità ci ha messo 65 anni, non 3, dal momento dell’iscrizione del principio nella Costituzione al momento della sua effettiva realizzazione. Anche il principio dell’art. 112, che garantisce rendite AVS/AI che coprano adeguatamente il fabbisogno vitale, è iscritto nella nostra carta fondamentale da molti anni, ma di fatto ancora oggi non è rispettato, tanto da dover far intervenire le prestazioni complementari, che sono altra cosa rispetto alle assicurazioni sociali. Su queste questioni nessuno di quelli che si scandalizzano oggi per una potenziale mancata applicazione dell’art. 121a si è però mai inalberato, né tanto meno sostiene l’iniziativa AVS plus che aiuterebbe ad applicare l’art. 112. Resta comunque il fatto che la proposta di venerdì della commissione del Nazionale non rispetta il mandato costituzionale votato nel febbraio 2014. Più corretto e trasparente, e lo sostengo da sempre, sarebbe rivedere quel mandato costituzionale (che nel concreto, come si vede, appare inapplicabile), proponendo una nuova regola da sottoporre a popolo e cantoni.

D’altro canto mi ha deluso pure il sostegno della sinistra alla soluzione commissionale, concesso senza pretendere in cambio un corretto rafforzamento delle misure di accompagnamento alla libera circolazione delle persone di cui avremmo bisogno. Misure che, guarda caso, la destra economica e quella nazionalista osteggiano da sempre. L’occasione invece è di quelle importanti, che devono essere colte per dotarci di strumenti validi contro il dumping salariale: salari minimi, contratti collettivi di obbligatorietà generale ecc. Le uniche armi che davvero potrebbero regolare l’eccedenza di afflussi di manodopera straniera.

Il dibattito entrerà presto nella fase più calda. Spero che non se ne esca con un brutto compromesso al ribasso, non risolutivo e poco trasparente. Il peggio che la politica potrebbe esprimere.

No insulti, no querele

­ 29 agosto 2016

Da qualche mese querelo sistematicamente gli insulti (non le critiche ovviamente) che mi vengono dispensati via social media. Querelati sono gli autori degli insulti e i responsabili dei siti in questione. È diritto di chiunque farlo, quindi anche mio.

Il Mattino di ieri sembra se ne sia stupito, ma è strano, visto che diversi insulti sono apparsi proprio sul sito mattinonline. Le querele mi portano via pochissimo tempo, ma farei volentieri a meno di inoltrarle al Ministero pubblico qualora gli insulti cessassero. Riprendendo un noto slogan pubblicitario “No insulti, no querele”. È tanto semplice.

Per quanto concerne le critiche rimango ovviamente sempre aperto al confronto.

Risposta pubblica al deputato Schnellmann

­ 8 agosto 2016

Il deputato Schnellmann cala lezioni di coerenza al sottoscritto perché nei ragionamenti sulle ristrutturazioni scolastiche nel comparto del liceo di Lugano 1 rientra anche quello sul mantenimento o meno della piscina.

Vorrei semplicemente ricordargli che quando i soldi a disposizione sono pochi le opzioni sono due: o si cercano nuove entrate o si risparmia. Io sono piuttosto per la prima soluzione, rimanendo spesso in minoranza, mentre il deputato si schiera in genere per la seconda, salvo poi reclamare quando i risparmi hanno degli effetti. Aggiungo che risparmiare non significa farlo dappertutto e non avere progetti, come mi insegna il partito al quale appartiene, ma essere costretti a fare delle scelte ben precise. Per esempio a favore di classi più piccole e quindi di una scuola migliore piuttosto che del rinnovamento delle vecchie piscine scolastiche, anche se io, come detto sopra, preferirei poter trovare le risorse per far l’una e l’altra cosa.

Ciao uomo!

­ 20 luglio 2016

Dimitri se ne è andato. In punta di piedi ma deciso. Come era nel suo carattere. È una grave perdita per tutti coloro che credono nelle cose belle della vita: nell’intelligenza, nell’arte, nella bontà, nella gentilezza e nell’attenzione agli altri.
Con lui se ne va un grande protagonista della vita. E il Ticino perde una luce intelligente, sincera e rassicurante.

Brexit: le incognite di una risposta nazionalista

­ 24 giugno 2016

Gli inglesi hanno ridato fiato ai nazionalismi europei. Dubito molto che questo possa tradursi in maggior benessere per chi non è benestante, in Inghilterra e in Europa, ma lo vedremo nei prossimi mesi e anni. Certamente il peso politico dell’Europa nei confronti di USA, Cina, Russia, India s’indebolisce e questa non è una bella prospettiva.
Il voto inglese è comprensibilmente in parte anche un voto contro un mercato unico europeo che ha favorito alcuni e non ha saputo ridistribuire benessere in maniera più larga, ma non credo che la risposta nazionalista porterà a migliorare le cose da questo punto di vista.

Pezzi di muro

­ 27 aprile 2016

In un suo articolo pubblicato il 20 aprile scorso, Giancarlo Dillena ricordava un suo incontro d’altri tempi nel quale un interlocutore sudafricano, raccontandogli del suo Paese che stava per smantellare l’apartheid, pronosticava che l’Europa avrebbe finito per introdurla.

Tristemente mi pare di dover constatare che l’interlocutore di Dillena abbia avuto purtroppo ragione. La negazione della tradizione umanitaria europea non è solo quella che possiamo vedere ogni sera al Telegiornale inerente a quel che succede nel Mediterraneo, quella che fa a pugni con i vari sbarramenti antimigranti e relativo corollario di eserciti schierati contro i disperati. È ormai entrata nella nostra quotidianità, come fino agli anni ’80 nelle città sudafricane lo era la segregazione formale.

Io la vedo dal mio osservatorio, quando passano sul tavolo del Governo cantonale i progetti di sentenza sui ricorsi contro i ricongiungimenti familiari, in specie quando si rimandano al loro Paese i genitori stranieri di figli svizzeri per il solo motivo che non hanno abbastanza soldi per vivere qui autonomamente.

In base all’art. 42 cpv.1 della Legge sugli stranieri, legge votata ed approvata dal popolo qualche anno fa, il coniuge straniero di un/a cittadino/a svizzero/a ha diritto al rilascio o alla proroga del permesso di dimora se coabita con esso/essa, a meno che il coniuge straniero o una persona a suo carico dipendano dall’aiuto sociale in maniera durevole e considerevole (art. 63 combinato con l’art. 51 cpv. 1 lett. b.). Traduzione per i non addetti ai lavori: se una svizzera si sposa con uno straniero e ha un figlio, caso tra l’altro molto frequente, qualora la famiglia non riesca a stare a galla finanziariamente e abbia bisogno dell’aiuto sociale, accade che il padre venga separato da questo figlio e rimandato al suo Paese.

Per chi ha a cuore il concetto di nazionalità, si noti che il figlio, che ha la madre svizzera, è a sua volta svizzero, ha il passaporto con la croce bianca in campo rosso, ma, pur essendo figlio d’Elvezia a pieno titolo, ha un diritto dimezzato ad avere attorno a sé i propri genitori.

Dettaglio raggelante, usualmente queste decisioni sono accompagnate da considerazioni del tipo: “Qualora il coniuge del ricorrente (ndr: nel nostro esempio la moglie svizzera) non volesse seguirlo all’estero, vi sono comunque molteplici possibilità, riconosciute da dottrina e giurisprudenza, per continuare a mantenere regolari contatti con la famiglia (visite regolari, internet, telefono, ecc.)”. Ma certo, la famiglia “Skype”, che “dottrina e giurisprudenza” approvano e che naturalmente tutti gli approfondimenti sociologici consigliano vivamente come modello ideale per accompagnare al meglio i propri figli verso la vita adulta.

Decisioni come queste vengono prese regolarmente qui da noi, adesso, giorno dopo giorno, in applicazione di una legge che discrimina in maniera molto severa chi ha soldi da chi non ne ha, chi ha qualche competenza da far valere sul mercato del lavoro da chi ne ha poche. Sono provvedimenti che colpiscono sia gli stranieri che gli svizzeri e le svizzere che li hanno sposati, ma soprattutto i loro figli, trattati così da cittadini di serie B.

Come diceva il conoscente di Dillena, l’apartheid è già qui. Viene esercitata in modo discreto, ha il vestito della festa dell’imprimatur legale, ma la sua natura è quella. Finché non ci sarà consapevolezza su quel che sta succedendo, finché non ci sarà resistenza, come quella che personalmente faccio contro questo genere di decisioni, diverrà la nostra triste realtà quotidiana.

Nel 1989 in tanti festeggiarono giustamente la caduta del muro di Berlino, l’emblema di una segregazione politica che finalmente veniva superata. Dopo 25 anni purtroppo, anche nella quieta Svizzera, pur sapendo bene quel che stiamo facendo, pezzo per pezzo, ne stiamo costruendo copie non di certo migliori. Non di cemento, ma muri di carta, timbri e protocolli, non per questo meno solidi e più facili da sopportare per chi sente dentro di sé il senso della giustizia come elemento che dovrebbe contraddistinguerci come comunità civile.

Ah, la comunicazione

­ 17 marzo 2016

In un’intervista pubblicata oggi sul Corriere del Ticino dico testualmente in un passaggio: “Quello che un poco mi delude è sentire risuonare il ritornello secondo cui i docenti non sarebbero sufficientemente ascoltati e coinvolti”. Da questa frase il giornale, in modo tendenzioso e poco professionale, lancia l’intervento in prima pagina con il titolo “Bertoli deluso risponde agli insegnanti” e titola l’intervista “Sono deluso dal ritornello dei docenti”.

Detto che il ritornello di cui sono un poco deluso è quello sul presunto mancato coinvolgimento, non su altre questioni, e detto che questo stereotipo viene espresso da alcuni rappresentanti dei docenti e molto poco dai docenti stessi, ancora una volta un media, attraverso una titolazione eccessiva e imprecisa, veicola messaggi sbagliati. Per chiarezza voglio quindi ribadire che non sono deluso dai docenti in termini generali, ho sempre detto e ribadito che sono la colonna portante della scuola e che il loro lavoro è prezioso e va rispettato.

bertoli 1

Per fortuna un NO al testo indegno

­ 28 febbraio 2016

Meno male che gli svizzeri hanno capito il grande pericolo dell’iniziativa UDC cosiddetta di attuazione e non hanno voluto sfregiare la Costituzione federale con un testo indegno. Purtroppo questo è accaduto senza il supporto della maggioranza dei votanti ticinesi, ma rimane un dato positivo.
Sul doppio tunnel del Gottardo e sulla nuova legge sui negozi bisognerà mantenere alta la sorveglianza, affinché il doppio tunnel non si trasformi in un raddoppio vero e proprio e affinché la legge negozi non entri in vigore senza una convenzione collettiva dignitosa.

La retorica stracca di Quadri

­ 27 gennaio 2016

In un contributo apparso oggi sul Corriere del Ticino il deputato Lorenzo Quadri si arrampica sui vetri in due occasioni a proposito di raddoppio del Gottardo.

Si meraviglia, e la cosa è direttamente riferita a me, del fatto che chi non ha una posizione isolazionista nei rapporti con l’Europa manifesti il timore che domani l’Unione europea, in caso di raddoppio, possa far pressione per aprire le 4 corsie. Ma come, dico io, questa Europa tanto negativa e tanto inaffidabile per chi la pensa come Quadri ora diventa improvvisamente degna di fiducia se dice che questo non accadrà?

Io ho grande rispetto per le autorità svizzere e credo che il nostro Paese debba avere rapporti saldi con l’Europa. Su queste due cose ho un atteggiamento profondamente diverso da quello del deputato al Nazionale, ma non sono ingenuo al punto di credere che entro i 10 anni che ci separano dall’apertura di un’eventuale seconda galleria sia a Berna che a Bruxelles le opinioni non cambieranno, andando chiaramente verso l’uso pieno del doppio tunnel. Sorprende semmai qui la grande fiducia leghista, ovviamente selettiva, sulla parola dei “balivi” bernesi e dei tanto vituperati organismi europei.

Sul fatto che l’Europa non insista ora per far saltare il sistema di regolamentazione degli autocarri detto del contagocce, beh la questione è semplice. Il tunnel unico è un impedimento fisico invalicabile e non permette di insistere in questa direzione. Qualora tale impedimento fisico saltasse, rimarrebbe solo quello politico. E in politica le cose possono cambiare velocemente.

Per questo oggi non è il momento per prendere questa decisione. Meglio attendere come andranno le cose con il nuovo tunnel di base ferroviario prima di decidere un eventuale raddoppio autostradale.

Un contributo al dibattito politico

­ 19 gennaio 2016

In occasione del Congresso ordinario del PS di sabato 23 gennaio, ma soprattutto perché una nuova legislatura piuttosto difficile è partita da meno di un anno, ho ritenuto utile raccogliere in un testo alcune riflessioni politiche e proposte riferite al momento che stiamo vivendo.

Spero possano essere utili al dibattito politico generale ticinese, a volte preso da mille dettagli non sempre significativi, almeno dal mio punto di vista.

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Buone feste

­ 24 dicembre 2015

“Il mondo è un gomitolo di strade e seguendole trovi tutto: vita e morte, miseria e felicità, lacrime e consolazione, avventure e amore. Tornò giu in strada; si rimise in cammino” (Sebastiano Vassali, La chimera)

Torniamo giù in strada. E insieme continuiamo il cammino. È il mio augurio sincero e profondo. Buone feste!

Prima i nostri? Risanare le finanze?

­ 19 dicembre 2015

Ieri a Berna la maggioranza PLR, UDC-Lega ha inferto un duro colpo ai costi sanitari ticinesi. In nome del tabù ideologico del non interventismo statale non ci saranno dal 2016 barriere all’apertura di nuovi studi medici specialistici, che naturalmente fattureranno allegramente a carico delle casse malati (qui il denaro anche se pubblico non fa schifo), le quali aumenteranno i premi. Risultato: avremo più medici esteri e dovremo erogare più sussidi alle persone che faticano a pagare tali premi.
Poi naturalmente a Bellinzona, con grande coerenza, gli stessi faranno battaglie fondamentali nel segno del “prima i nostri” e si chiederà di stringere la cinghia sui sussidi ai premi di cassa malati, magari contando sul fatto che i cittadini non si ricordino o non capiscano.
Tristi storie di ordinaria incoerenza
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Conoscere per deliberare

­ 11 dicembre 2015

Ho letto con interesse il documento del PLRT a proposito della situazione finanziaria del Cantone, ma non ho potuto che saltare sulla sedia quando ho trovato la seguente affermazione: “Il Ticino vive una situazione anomala in quanto scolarità obbligatoria, infatti prevede un anno supplementare di scolarizzazione rispetto al resto del paese, si potrebbe valutare se questa differenza è ancora giustificata, rispettivamente a cosa è dovuta e poi decidere se intervenire in qualche modo”.
Nella realtà il Ticino non prevede alcun anno supplementare di scolarità obbligatoria, 11 sono gli anni dell’obbligo secondo il concordato HarmoS, 11 sono gli anni in Ticino. L’unica differenza con gli altri Cantoni, allora strappata alla CDPE dal mio predecessore Gabriele Gendotti, consiste nella modulazione dei vari ordini scolastici, 2 di scuola dell’infanzia 5 di elementari e 4 di medie in Ticino, 2 di scuola dell’infanzia 6 di elementari e 3 di medie altrove.
I suggerimenti sono sempre benvenuti, ma le argomentazioni nel dibattito politico dovrebbero sempre partire da dati di fatto verificati. Conoscere per deliberare diceva il presidente della Repubblica italiana e liberale Luigi Einaudi, come dargli torto?

Contratto collettivo rinnovato

­ 10 dicembre 2015

È un’ottima notizia quella del contratto collettivo dell’edilizia rinnovato per tre anni. Il principale contratto collettivo di lavoro della Svizzera continua quindi a produrre i suoi frutti, grazie alla determinazione dei lavoratori e all’intelligenza della parte padronale che ne ha compreso il valore. Si tratta di un contratto che fissa salari minimi, una certa progressione delle retribuzioni, il pensionamento anticipato, insomma contenuti di peso che altri rami economici farebbero bene a imitare. Ma soprattutto è la Confederazione che farebbe bene ad agevolare e sostenere attivamente questo strumento, invece di stare a guardare con la scusa che sono i partner sociali a doversi mettere d’accordo tra loro.

No, così no!

­ 28 novembre 2015

Leggo oggi sul Corriere del Ticino che il presidente del Consiglio di Stato avrebbe sostenuto che la posizione del Governo sulla revisione dell’ordinanza radiotelevisiva, contenuta in una lettera principale e in un breve complemento, sarebbero partite verso Berna senza l’avallo della maggioranza governativa e che l’incarto non sarebbe passato sui tavoli del Governo.
Mi spiace farlo pubblicamente, non sono io ad aver scelto questa strada, ma si tratta di una menzogna bella e buona.
L’incarto (inc. DECS n. 92-15) ha seguito l’ordinaria procedura, è stato regolarmente messo all’ordine del giorno e discusso il 21 ottobre scorso, mentre il breve complemento è stato discusso in primo giro (la fase in cui settimanalmente i Dipartimenti presentano dei progetti di lettera a nome del Consiglio di Stato) il 18 novembre scorso.
Su questo dossier non c’è stato nessun problema di collegialità, non c’è stato alcun documento partito senza che il Governo si pronunciasse con cognizione di causa. Naturalmente bisogna che i documenti vengano letti prima delle sedute, cosa che fa parte delle incombenze della funzione di membro del Governo, ma questa è un’altra cosa.
Se si vuole discutere, anche a posteriori, nel merito della posizione del Consiglio di Stato su questo dossier va bene, va bene anche farlo con chi se n’è lamentato pubblicamente, ma non si possono raccontare fandonie sulla procedura adottata, che è stata quella usuale per tutti i dossier governativi.

Giornalisti… distratti

­ 25 novembre 2015

È possibile che, siccome in Gran Consiglio non leggo interventi scritti preparati dai miei servizi, possa verificarsi di tanto in tanto qualche fraintendimento da parte della stampa nel capire quel che dico. Ma ieri la RSI (Il quotidiano) e oggi il Corriere del Ticino riportano la notizia, falsa, secondo cui avrei chiesto ai promotori dell’iniziativa popolare sulla scuola media di ritirarla.

Non ho mai chiesto una cosa del genere, né mi permetterei di farlo per qualsiasi atto popolare. Ho detto che avrei preferito trattarla più in là, una volta disponibile il rapporto finale sul progetto “La scuola che verrà”, non di ritirarla.

Mi sembrava un messaggio semplice e chiaro. E infatti alcuni giornalisti di altre testate, forse più attenti, l’hanno riportato correttamente.

Restiamo umani!

­ 14 novembre 2015

La follia omicida, il fanatismo, l’odio sono mostri che aprono ferite giganti, strappando vite con una furia che non ha nulla di umano. Il mio pensiero e il mio dolore per le vittime degli attentati di Parigi e per i loro cari sono profondi, come lo sono quelli di milioni di persone in tutto il mondo. Il mio appello, disperato, è “restiamo umani”. Sempre. Nonostante tutto. La ragione alla fine saprà avere ragione della barbarie

Uno sciopero, i contratti e la giungla

­ 9 novembre 2015

Oggi gli edili sono in sciopero e rivendicano trattative sui contenuti del contratto nazionale mantello di lavoro del settore in scadenza per fine anno. Un contratto importante per la storia dell’arretrato diritto del lavoro svizzero; un contratto che tutte le parti avrebbero grande interesse a mantenere e adeguare, perché strumento e simbolo di una collettività nella quale gli interessi dei lavoratori e dell’economia sanno riconoscersi e rispettarsi.

La Svizzera ha grande bisogno di questo contratto e di molti altri contratti come questo, unico strumento civile per evitare la legge della giungla, una prospettiva nella quale il numero dei perdenti (lavoratori e imprese) è elevato, ripercuotendosi poi sul benessere generale del Paese.

Quelle risposte che infastidiscono

­ 2 novembre 2015

Da quando dirigo il Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport, e rispondo pubblicamente alle critiche più o meno fondate sui temi di mia competenza che leggo dai media, osservo che curiosamente spesso le mie risposte danno fastidio. La cosa è bizzarra, poiché mi pare naturale che rispondere faccia parte del mio mandato. Lo è ancor di più se il fastidio verso la risposta si fonda sulla rapidità di reazione, quasi come se rispondere subito sia sintomo di qualche problematicità.
Porre delle questioni pubblicamente è più che legittimo e rispondere mi pare il minimo, almeno per chi è interessato a un vero dibattito. Se poi le mie risposte infastidiscono, basta non leggerle.

Santa pazienza…

­ 24 settembre 2015

Sono rimasto stupito, anche se non più di quel tanto, dalle accuse che don Rolando Leo ha lanciato contro il mio dipartimento dalle colonne del Giornale del Popolo di mercoledì 23 settembre in merito al libro di educazione sessuale per il secondo ciclo di scuola media, allievi adolescenti di 14/16 anni. In estrema sintesi don Leo, che faceva parte del gruppo di consulenza che ha collaborato all’allestimento del testo in rappresentanza della Chiesa cattolica, accusa il DECS di essere stato sordo ad ogni sua proposta. Va detto che la Chiesa cattolica è l’unica componente del gruppo di consulenza che non ha accettato il nuovo testo (lo ha invece fatto quella evangelica), posizione ribadita pubblicamente tramite il proprio quotidiano. Detto questo, ho raccolto informazioni in proposito presso i miei servizi e chi ha seguito l’allestimento del libro e posso rispondere a don Leo come segue, riprendendo passo passo le sue affermazioni.

 

Don Leo: “Anzitutto preciso che noi eravamo stati chiamati a dire la nostra come consulenti, ma il testo è stato scritto da altri”.

Risposta: vero, ci mancherebbe altro che una quindicina di persone scrivessero assieme un testo. Il ruolo del gruppo di consulenza, come stabilito nella risoluzione governativa di pertinenza, era quello di fungere da supporto: il parere dei consulenti è sempre stato considerato anche se non sempre accolto pedissequamente in fase di redazione.

 

Don Leo: “Ricordo al Consigliere di Stato che, nel corso di questi due anni di lavoro, sono giunte sul tavolo della commissione diverse proposte puntuali, alcune aggiunte e molti arricchimenti al testo. E non solo da parte mia, ma suggerimenti sono arrivati anche da un altro consulente e cioè da uno specialista: un medico. In particolare questi ha proposto degli arricchimenti precisi su diversi punti delicati come la scoperta del corpo, la masturbazione, gli anticoncezionali o l’aborto. E cioè sui temi molto sensibili che toccano i nostri valori. Ma queste osservazioni alternative non sono state integrate nel testo finale da parte della commissione”.

Risposta: la quasi totalità delle proposte di modifica di stampo medico scientifico avanzate dal pediatra sono state accettate e integrate nel testo. Altre, per esempio sul tema della polluzione, sono state riprese ma in forma rielaborata. Altre ancora (mutilazioni genitali femminili, circoncisione) non sono state integrate, poiché non si è inteso allestire un trattato; sono state ritenute non prioritarie, ma potrebbero comunque venir elaborate dai docenti come pista di lavoro. Sul capitolo contenente temi come omosessualità e masturbazione, inviato al gruppo di consulenza il 18 luglio e discusso il 16 settembre 2014, Don Leo il 1. agosto ha scritto “ho apprezzato lo sforzo d’aver adottato un linguaggio neutrale, rispettoso e delicato. Ho notato pure come gli autori non abbiano dimenticato di citare almeno le varie posizioni e le convinzioni religiose da rispettare nel cammino di crescita dei giovani”. Ciononostante ha proposto di aggiungere un elenco di punti tratti dal Catechismo della Chiesa cattolica (CCC), in ciò appoggiato successivamente dal pediatra con un testo ricco anch’esso di riferimenti al CCC. Dopo lunga discussione il 16 settembre 2014 il gruppo di consulenza, tranne don Leo e il pediatra, ha convenuto che non era possibile inserire ogni volta la posizione della Chiesa cattolica (ciò avrebbe implicato l’aggiunta di quella di altre religioni e correnti di pensiero). Si è comunque cercato un compromesso per così dire laico, integrando alcune delle loro proposte, come il tema del pudore/tabù e cercando di formulare le questioni in modo che, pur non rappresentando il pensiero della Chiesa Cattolica, per lo meno non lo sconfessassero. Tutto sembrava risolto quando è spuntata, nel marzo scorso, l’accusa di voler far propria la cosiddetta “teoria del gender”, per cui si è dovuta convocare una nuova riunione per maggio sul tema dell’omosessualità. Quattro giorni prima della riunione, don Leo, richiesto di proporre modifiche al testo, ha invitato a eliminare tout court il paragrafo su questo tema, richiesta ovviamente respinta.

 

Don Leo: “Non siamo andati a picchiare i pugni sul tavolo per far passare le nostre idee. Infatti, per quasi un anno, non ci sono stati elementi sui quali mi sono trovato in disaccordo. L’opuscolo toccava aspetti fisiologici e anatomici e mi sembrava che su questi aspetti ci fosse uno sforzo da parte del DECS di trovare delle formule condivise. Ma in quest’ultimo anno di lavoro su alcuni temi, come la concezione dell’affettività o come la visione di genere noi abbiamo preso delle posizioni precise e le abbiamo esplicitate anche in commissione senza nessun successo”.

Risposta: sulle discussioni interne al gruppo abbiamo già detto nella risposta precedente. Il gruppo redazionale si è incaricato di inserire alcune modifiche concordate nella riunione di maggio, di concludere gli ultimi capitoli e di inviare il la bozza di testo definitivo al gruppo di consulenza per un avallo finale. Il testo definitivo è stato spedito il 20 agosto, dando tempo fino al 22 settembre per inviare proposte di modifica o di aggiunta. I membri del gruppo di consulenza hanno comunque avuto tempo da maggio a settembre per fare eventuali proposte alternative alle modifiche concordate. È in questo periodo che vengono pubblicati gli editoriali e gli articoli critici del Giornale del popolo e che arrivano le interrogazioni sul tema, atti del tutto legittimi, ci mancherebbe, ma volti ad accreditare l’idea che il DECS non voglia dialogare.

Don Leo: “Per chiudere la discussione su temi come il gender si è arrivati a negare che esista una teoria in proposito, quando ne sono pieni i trattati scientifici, che la promuovano o che la critichino”.

Risposta: la cosiddetta “teoria del gender” è assimilabile ormai a una leggenda metropolitana. A nostra conoscenza non esiste infatti un solo trattato scientifico che attesti una simile teoria. E comunque, qualora mai ne esistessero, nessuno di questi è mai stato consultato. Si è voluto artificialmente costruire un mostro per poterlo additare appunto come mostruoso e giustificare una battaglia ideologica. Il medesimo dibattito che stiamo avendo qui è in corso anche in Italia con analoghe modalità.

 

Don Leo: ”In definitiva credo sia mancato il dialogo con chi voleva andare un po’ più a fondo su alcune questioni. Traspare un’idea centrale e cioè che basta che ci sia l’amore e tutto va bene. Ma manca una cura nel proporre un cammino di verifica. È deficitario l’aspetto formativo. Si sarebbe potuto andare nella direzione di una materia facoltativa, oppure proporre visioni e testi alternativi da distribuire nella scuola. In definitiva il consigliere di Stato ha fatto lavorare una decina di persone per due anni senza poi recepire nulla delle proposte elaborate. Pensando soprattutto che tutte le famiglie del Cantone fossero d’accordo con questa impostazione. Mi dispiace, ma non è così”.

Risposta: chi ha lavorato a questo libro assicura che non è vero. Il gruppo ha discusso molto con i consulenti e ha accolto molte delle proposte elaborate. Ha inoltre discusso e anche parecchio con don Leo, per il quale era problematico in particolare il tema dell’omosessualità, e si è cercato di andargli incontro con delle modifiche. Ma a questo punto è lui ad aver chiuso il dialogo con una posizione del tutto nuova uscita all’ultimo minuto (settembre 2015). Citiamo: “Se la scuola eroga corsi di educazione sessuale, questi devono essere facoltativi o, nel caso in cui se ne stabilisse l’obbligatorietà, lo Stato dovrebbe mettere le famiglie e gli allievi nelle condizioni di poter scegliere il tipo di corso: a lato di uno facoltativo proposto dalla scuola, dovrebbero perciò essere parificati corsi offerti da enti pubblici o privati con esperti riconosciuti”.
La questione dell’inclusione o meno dell’educazione sessuale nei piani di studio della scuola media non è mai stata oggetto dei lavori del gruppo di consulenza ed è già stata decisa nel luglio di quest’anno dal Consiglio di Stato, non dal solo DECS, con l’approvazione del piano di studio della scuola dell’obbligo ticinese. Don Leo è quindi qui fuori tema.

In definitiva, come si evince dalle risposte preparate dopo aver consultato chi ha lavorato al testo, molte concessioni sono state fatte al rappresentante della Chiesa cattolica e ad altre posizioni, com’è normale in un dibattito nel quale si cerca il consenso più allargato possibile, ma ovviamente i veti non sono stati accolti. Il libro non può essere un trattato catechistico sulla sessualità. A elaborarlo hanno concorso molte componenti della nostra società: oltre all’esponente della Chiesa cattolica erano presenti nel gruppo di consulenza la Comunità evangelica, la Conferenza cantonale dei genitori, l’Ufficio del Medico cantonale, il Centro di salute sessuale e pianificazione familiare dell’Ente ospedaliero, l’Ufficio insegnamento medio, un pediatra ed una sessuologa. Tutti sono stati ascoltati, ma non è stato accettato da parte di nessuno di opporre degli aut aut.

Concludo dicendo che io ho ricevuto il testo il 10 giugno 2015, prima non avevo dato alcuna indicazione ai suoi autori, e che mi sono permesso solo di fare un’osservazione di dettaglio su un aggettivo a mio parere non opportuno.

Questo è quanto. Poi ognuno si faccia una propria idea delle cose.

Voglio qui cogliere l’occasione per ringraziare chi ha collaborato alla stesura del libro, per averci messo tempo, competenza e tanta… santa pazienza.

Il partito dei gattopardi

­ 17 settembre 2015

Dopo anni di trattativa e fiumi di inchiostro spesi (non sempre a proposito) per commentarne il difficile cammino, la conclusione dell’accordo fiscale tra Svizzera e Italia è a portata di mano. Ed ecco che improvvisamente qualcuno scopre che dal nuovo trattato l’Italia potrebbe guadagnare dei soldi, poiché avrà il diritto di imporre il reddito dei lavoratori frontalieri in base alle aliquote italiane, notoriamente molto più elevate delle nostre, invece di prendersi tramite i ristorni una fetta delle imposte calcolate in base alle aliquote svizzere.

Chiunque abbia seguito questo dossier anche solo distrattamente sa bene che uno degli obiettivi ticinesi nell’ambito di questa trattativa è sempre stato la soppressione dei vantaggi fiscali di cui godono i lavoratori che vivono in Italia e lavorano in Svizzera rispetto a quelli che vivono in Italia e lavorano in Italia. Oggi i primi pagano molte, ma molte minori imposte essendo sostanzialmente tassati in base alle aliquote svizzere, mentre gli altri sono tassati in base a quelle italiane notoriamente pesanti. E’ questo uno dei fattori che rende attrattivo il lavoro transfrontaliero e l’eliminazione di questo vantaggio costituisce una misura concreta contro il dumping salariale, poiché se il vantaggio fiscale sparirà, certi salari troppo bassi proposti in Ticino non potranno più essere accettati dai lavoratori d’oltre confine. E anche quelli medi non saranno più allettanti come adesso.

Ovviamente, qualora l’accordo fiscale andasse in porto, l’Italia incasserà più soldi, potendo imporre questi contribuenti in base alla propria pressione fiscale dopo aver dedotto quanto pagato in Svizzera (come ha visto aumentare l’importo dei ristorni con la decisione di portare il moltiplicatore comunale per i frontalieri al 100%), ma questo effetto era previsto fin dall’inizio, proprio perché si puntava a rendere fiscalmente meno attraente il lavoro frontaliero.

Di fronte alle strane uscite degli ultimi giorni di alcuni politici ticinesi che scoprono ora quello che era stabilito da tempo e si indignano perché l’Italia incasserà di più, quando siamo stati noi a far sì che ciò si producesse, credo vi siano due letture possibili. La prima, poco convincente, porta a dire che alcuni non hanno ancora capito la reale posta in gioco di questo dibattito e si perdono sui dettagli invece di guardare al cuore della questione. È una spiegazione che non voglio nemmeno prendere in considerazione, perché non posso pensare che sia la superficialità a determinare certe uscite pubbliche. La seconda, più logica ma più inquietante, porta invece a dire che sta facendo adepti il partito di chi, dopo aver gridato per anni alla necessità del cambiamento, sta lavorando, come vecchio Gattopardo, affinché le cose non cambino affatto e si rimanga all’accordo del 1974.

E’ chiaro infatti che la misura anti-dumping insita nell’accordo fiscale diventa un problema per una certa parte dell’economia, non certo la migliore, così come per essa è un problema la fissazione di salari minimi e tutti i provvedimenti che non permettono di avere mano libera nel definire le retribuzioni. Per queste imprese rimanere con il tanto criticato accordo del 1974 va bene anche se non hanno il coraggio di dirlo apertamente. Ma se va bene per loro, non va bene per il Cantone e non è nell’interesse di una corretta gestione del nostro mercato del lavoro, che chiede di sopprimere storture quali l’agevolazione fiscale del lavoro transfrontaliero, poiché generano concorrenza sleale e mettono i lavoratori gli uni contro gli altri.

Non facciamoci quindi ingannare dai fumogeni lanciati contro il nuovo trattato fiscale, senz’altro non perfetto ma decisamente migliore dell’attuale. Il tema centrale non è l’incasso per noi di pochi milioni in più o in meno, non è la percentuale di ripartizione delle quote fiscali tra Svizzera e Italia in ragione del 70/30% o dell’80/20%, bensì il principio secondo cui, non subito ma relativamente presto, l’agevolazione fiscale del lavoro frontaliero sarà un ostacolo superato.

Allocuzione del Primo agosto a Chiasso

­ 1 agosto 2015

Egregio signor Sindaco, Egregi municipali
Gentili signore ed egregi signori,

è con grande piacere che ho accolto l’invito dell’autorità comunale, che ringrazio, a tenere un’allocuzione pubblica in occasione della Festa nazionale svizzera in questo luogo, in questo distretto che è anche la regione dove sono nato e ho trascorso gran parte della mia gioventù. E affinché il piacere sia anche vostro, vi prometto di non rubarvi troppo tempo.

La Festa nazionale risponde a una ritualità consolidata, è una bella tradizione del nostro Paese ed è un’occasione privilegiata per riflettere sui valori profondi legati al concetto di Patria e di identità nazionale.
L’esperienza mi porta a dire che usualmente le riflessioni come quella che vi sto proponendo stasera sono di due tipi diversi. Da un lato i discorsi di natura celebrativa, piuttosto autoreferenziali, carichi di riferimenti ai valori fondamentali di appartenenza a questo Paese e al loro rispetto sempiterno. Dall’altro quelli più indagatori sullo stato attuale effettivo dei valori nazionali, nell’intento di capire come essi si coniughino o meno con la realtà odierna, per sua natura sempre mutevole e nuova
. Non sarà certamente per voi una novità scoprire che a me piacciono più i secondi, perché più inclini a riflettere su come stiamo o non stiamo applicando i buoni principi ai quali siamo tutti molto attaccati nel contesto del 2015, quindi nel tempo in cui stiamo vivendo e non in quello nel quale i valori nazionali sono stati posti a fondamento della Svizzera. E’ quindi su questo tema che mi concentrerò nei prossimi minuti, sperando che tra i valori praticati in questo Paese possa continuare a sussistere la libertà di espressione e che, se il mio dire non piacerà a tutti, in nome di questo principio profondamente democratico si possa evitare quel che è accaduto l’anno scorso dopo il mio discorso a Locarno.

Indipendenza e libertà, conquistata dai Cantoni primitivi affrancandosi dall’occupazione asburgica, multiculturalità e multireligiosità, delle quali la storia del nostro Paese narra come nel tempo siano divenute elemento integrante della Svizzera, solidarietà, come quella affermata nel patto del Rütli, democrazia, della quale la Svizzera può ergersi ad esempio. Ecco i valori che questa festa intende onorare anno dopo anno

Indipendenza e libertà sono concetti cari a tutti, e non potrebbe essere altrimenti. Ma in un mondo sempre più interconnesso, sempre più globale, anche per i Paesi indipendenti e liberi si pone la questione strategica a sapere se, per garantirsi sviluppo e benessere per il futuro, non sia necessario avere relazioni stabili con altri Paesi, con i quali si condividono valori e interessi. Anche gli uomini liberi decidono di quando in quando di scendere a patti con altri, per esempio vincolandosi a prestare un certo lavoro in cambio di un certo salario, vincolandosi a prendere alloggio per un certo periodo nella casa di qualcun altro e pagandone il relativo costo. Non vendono la loro anima o la loro indipendenza, ma si accordano con altri allo scopo di migliorare il proprio benessere, sapendo di fare al tempo stesso anche quello della controparte.

Quali sono i nostri interessi nel contesto attuale e come possiamo difenderli al meglio per consolidare la miglior prospettiva di benessere futuro? E’ questo il punto dal quale dobbiamo partire quando per il nostro Paese si pone la questione delle sue relazioni con gli altri. Siamo un Paese che vive di esportazione di prodotti di alta qualità, siamo un Paese che fornisce servizi globali, siamo un Paese dove ricerca e innovazione hanno un ruolo di tutto rilievo. Queste attività hanno però bisogno di forti connessioni con i loro mercati naturali, con le reti internazionali che possono valorizzarle. Senza queste forti connessioni esse arrischiano di non potersi sviluppare o addirittura di non poter sopravvivere.

Esattamente come noi, anche gli altri Paesi, o conglomerati di Paesi, fanno valere i loro interessi e cercano di tutelarli, pur sapendo anch’essi che in questo mondo così interconnesso vivere isolati risulta controproducente. La sfida per la Svizzera libera e indipendente è quindi quella di costruire rapporti forti con gli altri, primariamente con quell’Unione europea che fisicamente ci attornia, facendo valere il nostro interesse nazionale in armonia con le sue legittime aspirazioni, poiché solo il reciproco riconoscimento dei rispettivi interessi porta a una stabilità vera, durevole e fruttuosa per tutti. E’ un lavoro lungo, anche disseminato di ostacoli, ma necessario.

Oggi, soprattutto dopo il voto del 9 febbraio 2014, il valore assoluto della nostra indipendenza si traduce primariamente nella nostra totale libertà di scegliere che tipo di relazioni vogliamo con l’Europa. Se relazioni non ne vogliamo affatto possiamo isolarci, ma in questo caso gli economisti ci avvertono del fatto che le nostre prospettive economiche future arrischiano fortemente di essere difficili. Se immaginiamo di poter convincere l’Europa a stabilire con noi relazioni che siano solo nel nostro interesse possiamo provarci, ma è molto probabile che questo si scontrerà con la libertà dell’Europa di dirci semplicemente di no.
E allora, senza vendere la nostra anima e la nostra indipendenza, ma con il pragmatismo che ci ha sempre contraddistinto, dobbiamo saper trovare il giusto compromesso tra i nostri interessi nazionali e i principi ai quali non possiamo e non vogliamo rinunciare e quelli espressi dall’Europa, che possiamo anche non condividere, ma che nei negoziati in corso essa farà valere esattamente come noi facciamo valere i nostri. Tra questi sappiamo che c’è anche la libera circolazione delle persone, una delle 4 libertà fondamentali dell’Unione europea, che può anche non piacerci, ma sulla quale difficilmente l’Europa negozierà, come noi non intendiamo ad esempio negoziare sul principio della democrazia diretta. Tocca poi a noi semmai evitare con misure interne che la libera circolazione ponga i problemi che pone. E’ una cosa fattibile, se lo si vuole, ma su questo punto purtroppo le forze politiche a Berna sono divise e il significativo rafforzamento delle misure di accompagnamento di cui il Ticino ha grande bisogno non arriva. Non per colpa degli europei, ma perché una maggioranza politica svizzera non è pronta a sostenerlo.

Anche la solidarietà è un valore elvetico fortemente ancorato nella nostra storia. Solidarietà tra Cantoni e tra regioni, solidarietà tra le generazioni, ma anche solidarietà con chi purtroppo scappa dalla violenza e dalla fame in cerca di un futuro. Chiasso sa bene di cosa sto parlando, essendo una delle porte d’entrata in Svizzera per tanta gente disperata. Non possiamo accogliere tutti, è chiaro; a volte la convivenza con questa immigrazione può anche non essere facile, ma non possiamo chiudere gli occhi di fronte alle tragedie immani che si svolgono poco lontano da noi. Anche nel Comune dove abito, Losone, è stato recentemente aperto un centro per persone che chiedono asilo. Ci sono state molte discussioni, in parte generate da timori comprensibili e in parte montate ad arte, ma alla fine le cose funzionano bene, il centro fa la sua parte, problemi particolari non ve ne sono e credo si possa dire che è anche così che si concretizza il valore della solidarietà, che tutti riconosciamo come importante.

Tralascio qui, per brevità, di approfondire gli altri valori nazionali e avviandomi alla conclusione vorrei ribadire come la Svizzera che oggi festeggiamo, oltre a riaffermare questi valori, deve accettare la sfida di saperli coniugare con il contesto attuale, senza rifuggire nella nostalgia di un tempo passato, spesso abbellito dai ricordi e quindi poco realistico.
Nessuna sbandierata indipendenza ci metterà al riparo dal confronto con gli altri Paesi, dalla necessità di coniugare i nostri e i loro interessi, che dobbiamo saper riconoscere affinché essi riconoscano i nostri.
Nessuna sbandierata solidarietà nazionale ci deve impedire di essere solidali con chi scappa dalla guerra e dalla miseria in cerca di una prospettiva dignitosa per sé e per la propria famiglia
.

Oggi abbiamo buone ragioni per festeggiare il 1° agosto con orgoglio, ma con altrettanto realismo dobbiamo continuare ad aggiornare i nostri valori nazionali fondamentali, dobbiamo curarne l’effettiva realizzazione, perché questo piccolo grande Paese, un po’ complicato, rimane un modello unico di convivenza pacifica. A esso vadano i miei auguri di tanta prosperità futura e tanta saggezza nell’affrontare le sfide che ci riserveranno i prossimi anni.

A tutte e tutti voi i ringraziamenti per l’attenzione e gli auguri per una buona gioiosa fraterna Festa nazionale.

Chi fu davvero Guglielmo Canevascini

­ 20 luglio 2015

Oggi ricorrono i cinquant’anni esatti dalla sua morte. Pensare a Guglielmo Canevascini è però più di un atto dettato dalla ricorrenza. È un dovere per chi abbia a cuore il Ticino.

La figura di questo uomo politico, di questo statista, primo socialista a essere entrato nel Governo ticinese, ci racconta cose di una modernità assoluta e, al di là della cortina a tratti mitologica di cui è stata ammantata, di una verità quasi imbarazzante ai nostri giorni.

Autodidatta, sindacalista, grande polemista, certamente. Ma Guglielmo Canevascini è stato sopra tutto uomo e politico tutto d’un pezzo. Dalle idee chiare, dai principi saldi anche in momenti bui. Fu una persona di grande apertura, di solidarietà, di ferma opposizione al fascismo che aveva conquistato l’Italia e che, non dimentichiamolo, aveva non pochi sostenitori e ammiratori anche da noi. Scrisse di lui il sindacalista e politico italiano suo contemporaneo Fernando Santi: “Dire che molte migliaia di rifugiati politici, di profughi razziali, di sbandati militari, di partigiani feriti o ammalati, di prigionieri alleati fuggiaschi devono a Canevascini la vita è ancora dir poco. Perché Canevascini diede a tutta questa sconvolta umanità qualcosa di più. Diede un conforto più alto e persuasivo. Diede a ognuno e a tutti la certezza che la solidarietà e l’amore degli uomini non erano parole vane“.

Canevascini portò questa sua saldezza di principi dentro la propria attività di uomo di Stato. Contro quando era necessario, in totale solitudine quando le contingenze lo imposero, trovando invece alleanze e com­pro­mes­si se possibile e opportuno. Anche quando i venti gli furono contrari, seppe sempre lavorare e costruire nell’interesse del Ticino e dei suoi abitanti. Se il nostro Cantone ha una legge del lavoro, se ha un welfare ben strutturato è perché all’origine di tutto ciò ci fu proprio lui. Ed è sempre grazie al suo impegno e alle sue visioni che nacquero Radio Monte Ceneri (l’attuale RSI) o il Soccorso operaio luganese. Solo per citare alcune delle moltissime cose che Guglielmo Canevascini seppe costruire. Solo per ricordare a tutti chi davvero egli fu. Anche a chi oggi usa rivisitate costruzioni della sua immagine (“quello si che era un socialista”) per giustificare proprie scelte, politiche e umane, di natura addirittura contraria.

Un’intesa positiva anche per noi

­ 11 luglio 2015

Alla fine Grecia e Unione europea sembrano aver trovato l’intesa.
I greci con il loro NO e la volontà di trovare un compromesso hanno indicato all’Europa che se i conti devono tornare, questo non può essere fatto a tutti i costi. Il segnale è di quelli importanti. L’Europa dal canto suo salva la sua unità e le sue prospettive future, se saprà comprendere a fondo il segnale venuto da Atene.
L’accordo è positivo per la Grecia, per l’Unione e anche per noi. Permette di andare avanti nella difficile costruzione di un continente più unito, quel continente che solo 20 anni fa assisteva al dramma di Serebrenica, ultimo episodio della violenza che per secoli lo ha pervaso, di quel passato che non deve tornare.

Il NO greco non può non essere compreso

­ 5 luglio 2015

Il NO uscito dalle urne greche non può non essere compreso, venendo da un popolo alle prese con una difficile situazione economica. Non è un voto contro l’Europa, semmai per un’altra Europa, che sappia far coincidere le necessità finanziarie con quelle sociali e di prospettiva di benessere.
I greci non possono permettersi di uscire dall’euro, già solo perché il loro pesante debito è in euro e quindi con una moneta più debole esploderebbe, ma nemmeno l’Unione europea ha interesse a fare dei passi indietro. Dopo il voto di oggi, che ha spostato la discussione dal campo tecnocratico a quello democratico, è interesse di tutti trovare una soluzione praticabile ed equa. Speriamo che la classe politica sia all’altezza di questa scelta difficile ma necessaria.

In risposta alla presidente Mantegazza

­ 1 luglio 2015

La presidente dell’HCL si è lamentata oggi della mancata accettazione del progetto pilota di classi di scuola media sportiva/artistica a Lugano. Il progetto è stato approfondito dal DECS sulla base di alcune ipotesi, ma alla fine la decisione è stata purtroppo negativa.

Va detto innanzitutto che sul piano dei principi la creazione di classi speciali, composte unicamente da sportivi e in questo caso praticamente solo da maschi, è contraria agli scopi e alle finalità della scuola dell’obbligo. Ma soprattutto un progetto pilota ha senso se potenzialmente generalizzabile ad altre realtà simili, che in Ticino non mancano. In questo caso liberare gli allievi in alcune fasce orarie durante i giorni della settimana recuperando il mercoledì pomeriggio potrebbe funzionare per gli allievi nel primo biennio delle medie, ma diventa di difficile organizzazione nel secondo biennio (livelli, opzioni, laboratori, gruppi a effettivi ridotti ecc.), che necessitano di un rimescolamento delle classi che in questo caso non sarebbero rimescolabili. Diviene molto difficile per i docenti, che usano il mercoledì pomeriggio per la formazione continua, i gruppi di lavoro sui progetti scolastici ecc. Anche il costo del progetto pilota, valutato in 1 milione di franchi all’anno per 4 anni, non è poca cosa in periodi di vacche magre e praticamente impossibile da finanziare nell’ipotesi di una generalizzazione.

Per queste ragioni qui sommariamente riassunte il preavviso della Divisione della scuola e dei direttori di scuola media è stato negativo, quindi alla fine anche quello del DECS.

Naturalmente per chi vuol vedere solo gli interessi sportivi è facile dire che si poteva fare, che volere è potere ecc., ma non è così. Poi se si vuole polemizzare per forza, senza considerare i punti critici delle proprie idee lo si può sempre fare. Il Ticino è sempre terra fertile per le polemiche a buon mercato.

Un bel segnale

­ 14 giugno 2015

Il SI’ al principio del salario minimo è un bel segnale per la lotta al dumping, anche se il lavoro più difficile inizia adesso, con la sua traduzione in pratica, considerati anche i punti deboli del nuovo testo costituzionale. Invece di immaginare salari differenziati, come accaduto in altri Cantoni vale la pena di ragionare attorno ad un limite salariale unico, vicino a quello riconosciuto dalla politica sociale.
Siccome i parametri dell’aiuto sociale dipendono dal concetto di fabbisogno, quindi dal numero dei membri della famiglia, concetto diverso da quello di salario, che retribuisce una prestazione data indipendentemente dal fabbisogno dell’economia domestica, è bene sapere che i parametri dell’assistenza applicati alla famiglia media ticinese, formata da 2,2 persone, danno un limite mensile di fr. 3’740.25. L’assistenza pubblica riconosce infatti ad una simile famiglia fr. 19’920.- per fabbisogno generale annuo, fr. 15’000.- per costi d’alloggio annui e fr. 9’963.- per costi di cassa malati annui. La somma di questi importi divisa per 12 porta a fr. 3’740.25 mensili.
E’ attorno a questo concetto che io credo si debba lavorare per una vera implementazione della volontà popolare espressa oggi, affinché giocare sul differenziale salariale per scegliere lavoratori d’oltre confine non sia più possibile o sia un fenomeno ridotto ai minimi termini.

Meno caro e sempre solidale

­ 8 giugno 2015

Il nuovo canone previsto dalla legge radiotelevisiva sulla quale voteremo il prossimo 14 giugno sarà innanzitutto meno caro e più semplice. Meno caro perché permetterà di far pagare anche i furbi che oggi non lo pagano, meno burocratico perché sparirà la Billag che oggi ci costa una cinquantina di milioni all’anno, più semplice perché non più legato al possesso di un apparecchio radio o TV, considerato come i programmi radiotelevisivi siano oggi facilmente fruibili tramite telefonino, tablet, computer ecc. Restano ed anzi migliorano le esenzioni (persone al beneficio delle prestazioni complementari AVS/AI, case per anziani, case per studenti ecc.) e saranno chiamate a pagarlo anche circa un quarto delle aziende, solo le più grosse, sulla base di un criterio proporzionale alla loro dimensione.

Già solo per questi motivi la riforma va sostenuta.

Non farlo da parte della Svizzera italiana sarebbe poi molto pericoloso, perché un simile risultato porterebbe acqua al mulino di chi, dall’altra parte del Gottardo, vuole rimettere in discussione la ridistribuzione tra le regioni linguistiche del suo provento. Oggi circa un quinto di quanto raccolto in Svizzera annualmente dal canone arriva da noi, alla RSI, in nome di un concetto solidale e rispettoso delle minoranze linguistiche tipicamente svizzero. Sono parecchi soldi, che hanno ricadute importanti anche dal profilo economico, che permettono all’unico media nazionale di lingua italiana di vivere e di mantenere una presenza italofona di tutto rispetto nell’intera Svizzera. La strumentalizzazione di un eventuale voto negativo della Svizzera italiana sarebbe cosa semplice da parte delle maggioranze d’Oltralpe, che se già hanno la quantità dalla loro, non hanno però attualmente argomenti da far valere. Tocca a noi non dargliene di nuovi, arrischiando quindi di farci del male da soli, oltretutto per mantenere un sistema più caro e più burocratico.

Il canone è oggi e sarà anche in futuro una tariffa per un servizio pubblico che va mantenuto di buona qualità, solidale tra le regioni linguistiche, moderno. Approviamo questa revisione anche per ribadire il nostro sostegno alla ripartizione attuale del suo provento e non facciamo passi falsi di cui dovremmo pentirci in futuro.

Nodi al pettine

­ 5 giugno 2015

Dieci mesi fa, in occasione della Festa nazionale, dissi che il voto del 9 febbraio 2014 andava applicato onestamente oppure superato da una nuova chiamata alle urne trasparente e democratica. Ora che l’ipotesi di una nuova votazione, allora secondo alcuni in Ticino impronunciabile, è divenuta la strada ormai accettata da quasi tutti (diversi Consiglieri federali, tutti i partiti svizzeri a eccezione dell’UDC), ora che comincia a far capolino anche la beffa per i ticinesi in caso di applicazione incompleta dei nuovi articoli costituzionali (l’USAM vorrebbe lasciar fuori dai contingenti i frontalieri perché l’economia ne ha bisogno), diventa ancor più d’attualità la necessità di costruire un patto tra centro e sinistra che permetta di affrontare il nuovo voto. Da un lato si manterrebbero le relazioni economiche con l’Unione europea, ma dall’altro dovranno essere concesse garanzie più importanti ai lavoratori residenti affinché gli effetti controproducenti della libera circolazione delle persone possano essere gestiti.
Ha ragione Giovanni Galli quando scrive oggi sul Corriere del Ticino che “se PS, PLR e PPD continueranno ad andare per conto proprio e non si metteranno d’accordo su che cosa votare per salvare i Bilaterali e dimostrare a loro volta di voler intervenire sull’immigrazione non si andrà molto lontano. Per i socialisti si tratta di un’occasione importante per chiedere le giuste concessioni a favore di chi vive e lavora in Svizzera e non può accettare salari troppo bassi per vivere in questo Paese. Un passaggio cruciale anche per l’economia, che senza concessioni arrischia di veder riconfermato il voto del 9 febbraio e assistere alla caduta dei bilaterali. Senza dimenticare che se i bilaterali dovessero cadere sarà per sempre e le uniche due opzioni che rimarranno aperte per un riavvicinamento all’Europa saranno l’adesione allo Spazio economico europeo o quella alla stessa Unione Europea”.

Per gli inquilini, finalmente

­ 27 maggio 2015

Oggi il Consiglio federale ha deciso di proporre al Parlamento l’obbligo del locatore di informare gli inquilini sulla pigione pagata dal vecchio locatario al momento della conclusione di un nuovo contratto. Finalmente! Una richiesta in questo senso è stata proposta più e più volte a livello cantonale ma si era sempre fermata di fronte ad un muro. Con almeno 20 anni di ritardo si farà un poco di trasparenza in questo settore, permettendo a chi affitta di sapere quanto pagava l’inquilino precedente e quindi di discutere e contestare i troppi aumenti che avvengono in questi casi. Ancora una volta, sebbene tardivamente, qualcosa nella buona direzione si muove.

Che delusione…

­ 13 maggio 2015

Che in questo Cantone sia difficile confrontarsi sui temi politici senza cadere nella denigrazione personale è noto, ma che in questo gioco caschi anche Raoul Ghisletta (www.liberatv.ch di oggi) nei miei confronti è per me una grande delusione. Raoul, che qualche anno fa organizzò una manifestazione a Lugano anche contro la denigrazione personale in politica, ora usa toni da Mattino della domenica sul mio conto che nulla hanno a che fare con le differenze politiche, semplicemente perché abbiamo opinioni diverse sui rapporti tra Svizzera ed Europa.
Per 15 anni ho lavorato per l’Associazione Inquilini riempiendo armadi di incarti che raccontavano storie di ordinaria difficoltà delle persone che ho cercato di aiutare. Per 10 anni ho lavorato nel settore sociale, toccando con mano altre realtà non particolarmente semplici. Pure in Consiglio di Stato, dal 2011, le politiche che concernono chi vive nel precariato sono sempre per me una priorità, anche se ho una responsabilità diretta su educazione, cultura e sport. Per questo non posso accettare l’accusa di non conoscere la realtà di chi fatica in questo Cantone. Per questo le cadute di stile di questo genere mi deludono profondamente.

Non dimenticare. Mai

­ 8 maggio 2015

Settant’anni fa la Germania nazista si arrendeva e la guerra in Europa finiva. Da allora il nostro continente non ha più conosciuto confronti armati generalizzati, anche se purtroppo in Jugoslavia, oggi in Ucraina, oltre che in parte dell’ex blocco sovuietico, in Irlanda del Nord e nei Paesi baschi, la violenza è stata purtroppo ancora dolorosamente presente.
Non dimentichiamo quel che è successo, mai, perché la mancata consapevolezza di quel che è stato è una delle cose che permette che quel che non deve tornare ritorni.

Attribuiti i Dipartimenti si riparte. Ma prima il tempo per nuove letture

­ 23 aprile 2015

Il nuovo Governo si è insediato, i Dipartimenti sono stati attribuiti nel segno della continuità, cosa che è positiva per l’efficacia del lavoro, e ora non resta che ripartire. Con le tante cose da fare, con i progetti già messi in cantiere, per il bene di questo nostro Cantone. Dopo questa lunga maratona mi prenderò un paio di giorni di vacanza e approfitterò dell’occasione per leggere (o meglio ascoltare) dei libri. Oggi è la giornata che festeggia proprio questo straordinario mezzo di conoscenza, niente di meglio che onorarla proprio attingendo alla sapienza infinita e alle tantissime emozioni che da secoli proprio i libri sanno trasmetterci. Il libro rimane per l’uomo un vero spazio di libertà, necessario e insostituibile: e allora buona lettura a chi, come me, ne apprezza la straordinaria compagnia.

Una proposta concreta a vantaggio del Ticino e dei ticinesi: un unico polo cantonale dell’energia elettrica

­ 22 aprile 2015

Tra le cose che il Ticino uscito dalle urne potrebbe fare per mettere in valore una delle sue risorse più preziose c’è la costituzione di un polo cantonale dell’energia elettrica, visto che oggi Cantone e Comuni sono proprietari delle 11 aziende che si occupano di questo bene, escluse le PartnerWerke. Senza aver la pretesa di avere per forza ragione (di questi tempi è meglio sottolinearlo anche se dovrebbe essere scontato), a me la soluzione più pulita appare quella della costituzione di un ente cantonale della distribuzione di elettricità (ente pubblico ex art. 763 del Codice delle obbligazioni), ente partecipato dai Comuni, i quali farebbero confluire in questa nuova organizzazione le 10 aziende distributrici attuali, avendone in cambio una quota di partecipazione alla nuova azienda pari al valore apportato. Il nuovo ente si occuperebbe solo di distribuzione e dovrebbe essere collegato con l’AET, che potrebbe detenerne una quota minoritaria (20-30%). All’AET andrebbero trasferite tutte le concessioni inerenti alla produzione di elettricità e queste due aziende, due elementi di uno stesso polo, potrebbero meglio rappresentare il Ticino dell’elettricità e i suoi interessi.
Dopo le elezioni, che sono un momento durante il quale è naturale mettere in evidenza le differenze, tutti hanno espresso la volontà di trovare soluzioni condivise. E allora, in questo nuovo clima auspico che un ragionamento attorno a questa ipotesi come mezzo per valorizzare un bene prezioso dei ticinesi si possa fare seriamente. Nel futuro di medio e lungo termine avere a disposizione in casa energia rinnovabile in grande quantità sarà un fattore importante, anche se nella contingenza attuale l’idroelettrico soffre un poco. Ma per valorizzare questa risorsa è necessario sedersi ad un tavolo e superare le attuali divisioni, che sono quasi solo politiche o legate al piccolo potere.
Lo sapremo fare?

L’orrore senza fine

­ 21 aprile 2015

Mentre la politica ticinese era presa dalle elezioni cantonali, in pochi minuti sono morti annegati 800 disperati nel Mediterraneo. Sono poco meno di un terzo delle vittime dell’11 settembre 2001. Un orrore senza fine che non può non toccare le nostre coscienze, al quale deve essere trovata una soluzione politica, che non può che essere internazionale, europea prima di tutto.

L’alternativa a una Svizzera di destra

­ 12 aprile 2015

C’è un’alternativa a una Svizzera che tende a spostarsi verso destra, come abbiamo visto oggi con le elezioni di Zurigo? Sì che c’è! E in Ticino si chiama Partito Socialista. Nessuna conquista sociale arriva da sola, nessun miglioramento viene ottenuto senza una lotta insistente.
L’alternativa c’è, ma va sostenuta nelle votazioni popolari e alle elezioni.

Un forte NO al sogno inaccettabile della destra

­ 10 aprile 2015

Ripubblico e rilancio con piacere e gratitudine la lucida e appassionata presa di posizione di Pietro Martinelli sulle recenti dichiarazioni di Sergio Morisoli – M.B.


Fuori i socialisti dai governi?

di Pietro Martinelli, già consigliere di Stato

Dopo l’esempio di Basilea Campagna e il caso pendente di Lucerna questo invito è risuonato anche in Ticino, in modo esplicito da parte della Destra. Potrebbe apparire un invito folle tenuto conto dei successi fin qui ottenuti dall’ideologia della concertazione nel nostro Paese, ma bisogna pur ammettere che, come per Amleto, «c’è una logica in questa follia». Come per Amleto la follia potrebbe nascondere un progetto con una strategia e degli obiettivi. Questo progetto va combattuto in Ticino come altrove anche con il voto che, in democrazia, cristallizza i rapporti di forza. Di seguito cercherò di spiegare il perché.

Sarà che i vecchi, per evidenti motivi, sono portati a considerare migliori gli anni della propria gioventù, ma non è per nostalgia senile se i primi decenni del dopoguerra fino allo choc petrolifero del 1973 sono stati definiti dall’economista Jean Fourastié «les trente glorieuses» e se questa definizione è diventata di uso comune. Nei Paesi occidentali furono anni di grande crescita del Prodotto interno lordo (in media +4% all’anno per venti e più anni in Svizzera!), di disoccupazione inesistente, di sviluppo dello stato sociale, di modernizzazione dei costumi, di sviluppo dei diritti sociali e dei diritti della persona, della conquista dell’indipendenza da parte dei Paesi coloniali. Tutto sembrava possibile ed era lecito sognare nel contempo più giustizia e più libertà. Poi l’inflazione, la stagflazione, la crisi petrolifera, il neocolonialismo, l’ingerenza dell’Occidente soprattutto nei Paesi produttori di petrolio del Medio Oriente con colpi di Stato a ripetizione, cambiarono il clima.

In Svizzera già negli anni Sessanta si era assistito a fenomeni di surriscaldamento e di crescita dell’inflazione oltre il 4%, ma la vera crisi esplose nel 1973 con l’inflazione che salì all’8,7% (9,8% l’anno successivo), con un calo della produzione del 7,5% e con più di 300.000 lavoratori immigrati che persero il posto di lavoro e furono costretti a lasciare il Paese. Da quell’anno la Svizzera, e il mondo in generale, non saranno più quelli di prima anche se, per inerzia, lo spirito dei «trente glorieuses», pur affievolendosi progressivamente, continuò ad aleggiare per tutto il secolo scorso.

Il mondo si guastò per un motivo semplice: la politica non era stata capace di governare il progresso tecnico e la conseguente globalizzazione. Al mondo dell’economia e della finanza fu permesso di eliminare tutte le regole che intralciavano qualsiasi tipo di affare, incominciando nel 1971 con la denuncia da parte degli USA, inguaiati dai debiti generati dalla guerra in Vietnam, degli accordi di Bretton Woods che garantivano il controllo del tasso di cambio e della circolazione dei capitali. La libera fluttuazione delle monete favorì la speculazione e la libera circolazione dei capitali favorì le delocalizzazioni della produzione da una parte e determinò la fortuna dei paradisi fiscali dall’altra. La diffusione di nuovi strumenti di tecnica finanziaria estremamente strutturati e complessi mise infine nelle mani di una ristrettissima élite di manager e di finanzieri il controllo dell’economia. Non importava più cosa e dove producevi, ma dove spostavi il denaro in modo da massimizzare il profitto. Nel 1999 gli USA (con Clinton presidente) completarono la deregolamentazione eliminando la distinzione tra banca d’affari (che colloca le azioni e investe in proprio) e banca commerciale (istituto che offre depositi e prestiti), permettendo così tra l’altro ad alcune banche commerciali di ingannare i propri clienti consigliando loro azioni spazzatura conseguenza delle proprie speculazioni sbagliate.

La deregolamentazione e la finanziarizzazione dell’economia ottennero in un primo tempo qualche successo, ma pian piano ci si rese conto che la crescita economica si traduceva in un incontrollato arricchimento di pochi finanzieri e di pochi manager (tra l’altro vale la pena considerare al riguardo che fine ha fatto la volontà espressa dal popolo con l’approvazione dell’iniziativa Minder!), mentre la precarietà e l’impoverimento travolgevano il cosiddetto ceto medio, nel passato mito proprio della destra. L’avidità di accumulare ricchezza monetaria sembrava non avere limiti e molte delle violenze che oggi preoccupano l’Occidente nascono anche dalla sovrapposizione di questa nuova religione venale a vecchie religioni spirituali utilizzate strumentalmente.

Arriviamo così al 2008 quando le difficoltà di alcune grosse banche (il 15 settembre 2008 chiudeva la Lehman Brothers dopo di che per le grandi banche si inventava il too big to fail), l’indebitamento degli Stati e la crisi economica creano le premesse per convincere anche gli Stati Uniti a dar via libera ad alcune nuove regole globali che permettano di controllare la globalizzazione dell’economia.

Il primo bersaglio di questa nuova strategia globale ci interessa direttamente perché è stato il segreto bancario. Dopo un decennio (dal 2001 al 2009 quando era presidente G. W. Bush) durante il quale le fu impedito di agire, finalmente l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo (OCSE), della quale la Svizzera fa parte fin dalla fondazione nel 1948, nel corso del vertice del G20 a Cannes nel novembre 2011 riceve il mandato per condurre una battaglia a tutto campo contro il segreto bancario incominciando proprio dai Paesi più significativi: Svizzera, Lussemburgo, Hong Kong, Singapore, poi Austria, Belgio. A proposito della Svizzera il direttore del Centro di politica fiscale dell’OCSE Pascal Saint-Amans in una intervista a un settimanale francese dichiarò che «per la Svizzera il segreto bancario era un totem, ma oggi i banchieri svizzeri hanno cambiato radicalmente opinione e sono loro stessi i primi a chiedere lo scambio automatico di informazioni». Evidentemente i banchieri svizzeri sono persone pragmatiche che non se la prendono con il Consiglio federale e con Widmer-Schlumpf (anzi la ringraziano) perché capiscono che sei padrone a casa tua solo fin quando sei il più forte. Dopo il segreto bancario, se la lasceranno fare, l’OCSE, sempre secondo Saint-Amans, vorrebbe occuparsi della tassazione delle multinazionali. Staremo a vedere.

Alcuni ritengono che la finanziarizzazione dell’economia sia morta nel 2009. Non so fino a che punto ciò sia vero, ma è certo che si è aperta una fase nuova dove i colpi di coda del sistema economico-finanziario nato negli anni Settanta-Novanta del secolo scorso possono ancora fare molto male. I prossimi anni saranno anni di grandi sollecitazioni per le finanze degli enti pubblici. La povertà, la disoccupazione, la precarietà indotte dai guai del sistema economico che risalgono al fatidico 2008, unite all’invecchiamento della popolazione, provocheranno uscite crescenti per le assicurazioni sociali e per l’assistenza. La spesa sociale nei prossimi anni crescerà fatalmente più del PIL. Altri soldi pubblici saranno poi necessari se si vorrà contribuire al rilancio dell’economia, alla creazione di posti di lavoro. Il direttore dell’Amministrazione federale delle finanze Serge Gaillard ha ammonito la politica sulle difficoltà, già per il prossimo anno, a rispettare i criteri del freno all’indebitamento.

Il nostro debito pubblico è tra i più bassi al mondo, ma favorire un deficit annuo strutturale della spesa corrente è pericoloso. Restano allora due possibilità: ridurre la spesa, modificando soprattutto (da lì non si scappa) le leggi dello stato sociale, o aumentare le entrate. Come molti altri penso che il secondo obiettivo non debba necessariamente passare per un aumento generale della pressione fiscale, ma che possa essere raggiunto aumentando il substrato fiscale, per esempio facendo emergere capitali di residenti nascosti e/o trasferiti all’estero in (ex) paradisi fiscali. Un obiettivo che potrebbe essere raggiunto con un’amnistia fiscale federale equilibrata preceduta dall’abolizione del segreto bancario anche per i residenti.

Ma chi è stato privilegiato dal sistema economico oggi in crisi cercherà di opporsi con tutti i mezzi a una nuova equità fiscale e a una più equa ripartizione della ricchezza. Cercherà, ad esempio, di aumentare l’età di pensionamento per rispondere all’invecchiamento della popolazione come lascia intendere un recente studio di «Avenir Suisse». Cercherà di scaricare sui più deboli e indifesi le proprie contraddizioni e i propri problemi. Cercherà di impedire un mondo più trasparente e più solidale. Per tutti costoro la presenza dei socialisti nei Governi cantonali e nel Governo federale è un intralcio per cui, malgrado gli incontestabili meriti dei socialisti, malgrado il pragmatismo con il quale da quasi un secolo sappiamo lottare per realizzare i nostri ideali, cercano di escluderci, di marginalizzarci. Questo è il progetto, questi sono gli obiettivi da combattere in questi giorni anche con la scheda.

 (sottolineature nostre)

Guarda l’Incontro al Tra con Pietro Martinelli

Per un sistema ospedaliero non periferico

­ 10 aprile 2015

C’è un’alternativa al considerare il nostro sistema ospedaliero periferico rispetto a quelli di Zurigo, Berna, Losanna ecc.? Sì che c’è!

È il progetto di nuova Facoltà di scienze biomediche dell’Università della Svizzera italiana, del quale sono convinto sostenitore e che ho portato con successo in Gran Consiglio l’anno scorso. La nuova facoltà saprà collegare il nostro sistema ospedaliero alla formazione universitaria, uno degli elementi fondamentali per una piazza sanitaria di qualità e con un bel futuro davanti.

L’alternativa c’è, ma va sostenuta nelle votazioni popolari e alle elezioni.

Contro lo spreco di terreno industriale

­ 9 aprile 2015

C’è un’alternativa allo spreco di terreno industriale a favore di aziende non sempre interessanti per il nostro Cantone? Sì che c’è! Se lo Stato si proponesse attivamente per l’acquisto di queste superfici, da solo o in collaborazione con i privati, l’investimento potrebbe anche non costare (i canoni di occupazione pagati dalle aziende interessanti potrebbero almeno equivalere al costo del debito per l’acquisto) ma soprattutto potrebbe essere fatta una vera scelta a favore dell’installazione nel nostro Cantone di aziende che al Ticino apportano effettivo valore aggiunto (posti di lavoro con buoni salari, solida prospettiva di sviluppo ecc.). L’idea di attendere che sia il mercato ad autoregolarsi ha già mostrato i suoi grandi limiti ed è tempo di agire attivamente.

L’alternativa c’è, ma va sostenuta nelle votazioni popolari e alle elezioni.

Ciao Angelo

­ 8 aprile 2015

Uomo di terra. Uomo della terra. Uomo semplice ma che sapeva volare alto. Questo e tanto di più è stato Angelo Frigerio, a tutti noi noto come ul sciur maestru, spentosi ieri a pochi giorni dal suo 95esimo compleanno. La sua bontà, la sua umanità, la sua intelligenza però resteranno a lungo tra di noi. Non solo nelle sue parole, ma anche nel ricordo forte di un uomo che ha saputo stare tra le gente senza mai perdersi né perdere il bene che sapeva dispensare. Amava tanto, e sapeva a memoria, le poesie di Trilussa. In un bell’incontro con Giuseppe Zois su “il Caffè” l’anno scorso si congedò con questi versi, che oggi suonano come saluto giusto per un uomo giusto, per una vera colomba: “Incuriosita de sapé che c’era/ una Colomba scese in un pantano/ s’inzaccherò le penne e bonasera/. Un Rospo disse: – Commarella mia,/ vedo che, pure te, caschi ner fango…/ – Però nun ce rimango… -/ rispose la Colomba. E volò via”.sciur maestro

Ma quale opportunità persa?

­ 7 aprile 2015

La sentenza del Tribunale federale che seppellisce l’amnistia cantonale, oltre che impeccabile dal profilo del rispetto dei principi fondamentali sanciti dalla Costituzione, darà presto degli importanti frutti per le casse pubbliche. Lo scrive il Consiglio di Stato nel messaggio sul Consuntivo dell’anno scorso, ammettendo che le entrate inerenti all’autodenuncia del 2014 sono state calcolate in 81 milioni senza amnistia e 33 milioni con l’amnistia. I giudici di Losanna hanno quindi aggiunto 48 milioni di introiti nelle casse pubbliche con la loro decisione e non fatto il contrario, come qualche incauto si è affrettato a dire a caldo. Ampiamente superati i 20 milioni del fondo per il lavoro, messi lì a mo’ di contentino.

Ma vi è di più. Chiarito finalmente il fatto che non ci sono sconti, se non la rinuncia alle multe in caso di autodenuncia, diversi evasori rimasti ad attendere l’esito della vicenda si faranno avanti per regolarizzare la loro posizione, che diventa sempre più pericolosa. Dal 2010 sono già oltre 1’000 i contribuenti che l’hanno fatto, facendo riemergere 1,7 miliardi di franchi (cfr. sempre messaggio sul Consuntivo 2014).

L’amnistia era ingiusta, calpestava la Costituzione e quindi la volontà popolare, e nemmeno era interessante dal profilo finanziario per le casse della collettività. Chi l’ha proposta, invece di prendersela con i ricorrenti, dovrebbe solo scusarsi di aver fatto perdere tempo, soldi ed energie preziose a molti per questo progetto, figlio di una visione ideologica e piuttosto servile della politica.

Nessuna violenza mai in nome di una fede

­ 7 aprile 2015

C’è un’alternativa al cosiddetto “confronto tra culture” di cui si parla oggi, mentre in molti assistiamo sgomenti alle diverse barbarie perpetrate per sedicenti obiettivi religiosi in Medio Oriente e in Africa? Sì che c’è! Abbiamo urgente necessità di unire le forze di tutti, indipendentemente dal credo religioso o dalla lontananza da qualsiasi fede, attorno ai concetti di libertà, pace e reciproco rispetto. Cristiani, islamici, buddisti, induisti, atei, agnostici devono rimanere assieme per dire forte e chiaro che nessuna religione e nessun credo possono ammettere la violenza nel nome di una fede. E la politica deve lavorare attivamente per questa unione di intenti e per l’integrazione delle persone straniere nella nostra società.

L’alternativa c’è, ma va sostenuta nelle votazioni popolari e alle elezioni.

C’è un’alternativa al raddoppio catastrofico

­ 6 aprile 2015

C’è un’alternativa al raddoppio del tunnel autostradale del Gottardo? Sì che c’è! Si chiama Alptransit, è la ferrovia di pianura che attraverserà le Alpi dal 2016 e il perno di un vero trasferimento delle merci dalla strada alla rotaia. Quello su cui andremo a votare l’anno prossimo è un vero e proprio tunnel stradale a 4 corsie, altrimenti le due canne non sarebbero attivabili in breve tempo alternativamente come sostengono i favorevoli. Con un simile tunnel nei periodi caldi le colonne si trasferirebbero tra Chiasso e Lugano o tra Chiasso e Bellinzona, con i problemi che possiamo solo immaginare. Ci sarà un periodo non facile da gestire per il risanamento della galleria stradale attuale, ma il raddoppio per il traffico sarebbe catastrofico.

L’alternativa c’è, ma va sostenuta nelle votazioni popolari e alle elezioni.

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Amnistia serva dei poteri forti. Giustizia è fatta!

­ 2 aprile 2015

C’è un’alternativa a immaginare una politica serva di interessi forti e pronta a concedere a essi privilegi insostenibili? Sì che c’è!

Ho sempre sostenuto che l’amnistia fiscale era ingiusta e improponibile, da presidente del PS, da deputato in Gran Consiglio e da consigliere di Stato. Con il Partito Socialista, contro tutti e contro tutto. Oggi, finalmente, il Tribunale federale chiarisce con una sentenza limpida, senza se e senza ma, che quel progetto non avrebbe mai dovuto nemmeno essere immaginato. Mi spiace che sia dovuta intervenire la giustizia laddove avrebbe dovuto essere la politica a capire che oltre certi limiti non si può e non si deve andare.
Questa decisione farà guadagnare molti soldi al Cantone e ai Comuni, perché tutte le autodenunce degli evasori pentiti in attesa di sapere se pagare il 30% o il 100% saranno risolte con il pagamento del 100% di quanto evaso.
L’alternativa c’è, ma va sostenuta nelle votazioni e alle elezioni.