apparso sul CdT – 31.1.2011

Finalmente la questione del salario minimo legale sarà al centro del dibattito grazie all’iniziativa popolare appena la nciata dalle forze politiche e sindacali di sinistra. Lo dico con la convinzione di chi da molto tempo è a favore di questo provvedimento per almeno tre ragioni principali.

Innanzitutto perché il salario, come l’introito da lavoro indipendente, è per la stragrande maggioranza della popolazione la fonte irrinunciabile di reddito che determina lo standard di vita proprio e della propria
famiglia. Un elemento essenziale dal quale dipendono la qualità dell’abitazione, della cura per i propri figli, del benessere di ognuno di noi, in una parola sola la dignità dei cittadini. Chi è costretto a lavorare
molto senza guadagnare abbastanza deve accontentarsi di case piccole o disagiate, deve sottrarre tempo prezioso alla cura dei propri figli e, se non ha parenti disponibili nelle vicinanze, non può permettersi di
affidare questo compito ad altri, fatica a permettersi delle vacanze e magari è pure obbligato a doversi rivolgere allo stato per avere aiuti finanziari complementari. Salari minimi obbligatori dignitosi, sufficienti
per vivere adeguatamente in Svizzera, sono quindi prima di tutto una questione di giustizia e di dignità.

In secondo luogo perché nel nostro sistema, tutto il reddito che non viene coperto dal salario deve essere sostenuto dallo stato sociale, quindi dai contribuenti, che paradossalmente in questo modo
sovvenzionano indirettamente le aziende che per insufficienza economica, o peggio per avidità, non sono in grado di pagare stipendi decenti. Anche dal profilo economico il salario minimo legale è quindi una necessità. Lo stato sociale non può e non deve trasformarsi in una stampella per un’economia malata e dal loro canto le imprese non possono e non devono essere autorizzate a sottrarsi alla loro responsabilità sociale, scaricando sulla collettività degli oneri che non possono o non vogliono assumersi.

Infine perché la determinazione di salari minimi decenti permetterebbe almeno parzialmente di ridurre i fenomeni negativi legati al frontalierato, in particolar modo il dumping, che mette assurdamente in
concorrenza lavoratori indigeni con lavoratori d’oltre confine disposti a lavorare per salari troppo bassi per vivere in Svizzera. Si tratta quindi di una misura centrale d’accompagnamento alla libera circolazione delle persone, che permette di evitare la concorrenza sleale sulle spalle dei lavoratori poveri.

Naturalmente passare dalla legge è una scorciatoia, l’ideale sarebbe trovare delle soluzioni convenute tra indacati e imprese fissando i minimi salariali nei contratti collettivi, ma purtroppo, dovendo constatare come i minimi contrattuali non costituiscono oggi una rete sufficiente per l’insieme della popolazione, il ricorso a salari minimi legali, quindi fissati dall’autorità politica, rimane l’unica strada praticabile.

L’iniziativa popolare appena lanciata, che per questioni giuridiche deve necessariamente essere affrontata a livello federale, permetterà di rimettere al centro del dibattito politico la questione del lavoro e
del salario dignitoso, una questione centrale per la coesione sociale mai risolta. In un’epoca nella quale i salari di alcuni alti dirigenti di azienda raggiungono livelli vergognosi, tali da coprire in un anno l’equivalente dei guadagni di una vita intera di diversi lavoratori, sapere porre con forza questa questione alla società è a mio avviso imperativo.

Il tema si presta ad uno scontro politico rude, paradossalmente proprio con chi grida di più contro i lavoratori provenienti dall’estero ma poi non muove un dito per sostenere questa misura centrale per
combattere il dumping salariale. Ai sostenitori dell’iniziativa  il compito di spiegare ai cittadini che la pressione al ribasso sui salari non si gioca mettendo gli uni contro gli altri i lavoratori di qua e di là del confine, ma nel confronto tra i lavoratori uniti e quelle imprese che non vogliono assumersi la loro responsabilità sociale di pagare stipendi dignitosi.