fotoceneri1Propongo il testo integrale del mio intervento alla Festa della sinistra al Monte Ceneri.

Care compagne e cari compagni,

il Ticino è un Cantone di successo dal profilo economico. Dal 2001 al 2012, gli anni degli accordi bilaterali, nel nostro Cantone le persone occupate sono passate da 188’000 a oltre 220’000, oltre 30’000 persone in più in 10 anni.

Vi ricordate dello slogan berlusconiano di qualche anno fa sulla creazione di un milione di posti di lavoro in Italia? Ebbene, se compariamo la nostra popolazione con quella della Repubblica italiana possiamo dire che in dieci anni in Ticino quello slogan è stato superato di parecchio, poiché 30’000 occupati in più da noi equivalgono a 5 milioni di occupati in più in Italia.

Questo successo economico, al quale non sono estranei gli effetti positivi degli accordi bilaterali, ha però un lato oscuro: oltre un quinto circa di questi posti di lavoro non sono occupati da lavoratori residenti. Si tratta di una quota importante, soprattutto se paragonata con il fenomeno del frontalierato in Europa. Da alcuni dati risulta infatti che nei 27 Paesi dell’Unione europea e in quelli in essa fisicamente inglobati, come la Svizzera, ci siano da 800’000 a 1’000’000 frontalieri, di cui la Svizzera ne accoglie ¼ e il Ticino tra il 5 e il 7%.

Cosa ci dicono questi dati? Ci dicono che la torta sta crescendo, ma che il lavoro non è distribuito correttamente. Il 5-7% del frontalierato di tutta Europa è un dato enorme, che segnala quanto il patto che dovrebbe legare l’economia di questo Cantone con la sua società, con i suoi cittadini, stia scricchiolando fortemente.

È vero, ci sono settori economici dove non abbiamo abbastanza manodopera indigena, che io stimo in circa 30’000 posti di lavoro.

Ma è anche vero che se il frontalierato rappresenta quasi il doppio di questa quota qualcuno sta approfittando della situazione e gioca sui salari, sulle condizioni di lavoro, sulla concorrenza tra lavoratori, sulla pace sociale.

Che la libera circolazione delle persone, uno dei tanti accordi bilaterali che legano la Svizzera all’Unione europea, avrebbe posto dei problemi lo si sapeva già dall’inizio. Negli anni ’90, ben prima della loro firma, la sinistra si mosse per chiedere misure di accompagnamento, sapendo che accanto alle opportunità economiche, puntualmente sfruttate, vi sarebbero stati problemi sul mercato del lavoro che andavano gestiti. In quell’occasione venne sostanzialmente stipulato un patto per la crescita: accesso ai mercati europei per l’economia in cambio di misure d’accompagnamento per il mercato del lavoro.

Quelle misure si sono rivelate purtroppo insufficienti, soprattutto da quando l’Unione europea è entrata in crisi dopo il 2008. Il loro rafforzamento è troppo lento. A Berna, dove stanno le principali leve politiche effettivamente attivabili, vi sono troppe reticenze ideologiche, si fatica a prendere misure incisive sul mercato del lavoro, sul mercato dell’alloggio. E, a causa di questo, il patto di Paese sta rischiando grosso.

A mio modo di vedere è determinante che questo accordo tra economia e lavoro venga ristabilito al più presto, che accanto alla crescita economica si assista a una ridistribuzione del lavoro a favore di chi vive sul nostro territorio. La politica cantonale, con i pochi strumenti a sua disposizione, sta facendo e farà tutto il possibile per sostenere questo indirizzo, ma le imprese ticinesi, con le loro scelte su salari e personale, e la politica federale, con il rafforzamento delle misure d’accompagnamento, possono e debbono fare di più.

Avremo sempre bisogno di una parte di manodopera estera, ma non possiamo accettare che una parte delle imprese faccia la furba a scapito della collettività ticinese tenendo i salari troppo bassi per i residenti, subappaltando i lavori a imprese estere per approfittare delle differenze sui costi, minacciando addirittura di non formare apprendisti.

Abbiamo bisogno dalla politica federale di salari minimi significativi, di stimoli alla conclusione di contratti collettivi con norme salariali, di parità di trattamento fiscale tra imprese indigene ed estere.

Da molto tempo il Ticino si esprime con maggioranze piuttosto larghe a favore della rescissione dei trattati bilaterali, un tema che tornerà d’attualità sia con l’allargamento dell’Unione europea alla Croazia, sia con l’iniziativa UDC sui contingenti per stranieri. Non vi è dubbio che nel nostro Cantone c’è stato chi ha saputo coltivare con successo l’idea profondamente errata secondo cui, rescissi i trattati bilaterali, ci sarà lavoro per tutti i lavoratori residenti e i nostri problemi sul mercato del lavoro saranno risolti.

Non è così. Qualora i trattati bilaterali dovessero cadere ci ritroveremmo isolati dai nostri mercati naturali, nel medio termine ci impoveriremmo e questo non sarebbe un bene per nessuno, né per l’economia, né per i lavoratori. Invece di pensare alla rescissione degli accordi con l’Europa, dobbiamo insistere sul rispetto del patto su crescita e lavoro di cui ho detto prima, indirizzare le richieste della nostra società verso chi ha avuto i principali benefici dall’integrazione europea e non li ha ridistribuiti a sufficienza.

“Quando il saggio indica la luna, lo stolto vede solo il dito” dice un antico adagio. Qui il dito è rappresentato dal falso problema tra bilaterali sì e bilaterali no, mentre la luna è una gestione virtuosa, ridistribuita e nell’interesse di tutti delle opportunità economiche di questo Cantone. Lavoriamo in questa direzione e continuiamo a spiegare ai ticinesi questi semplici concetti, perché dobbiamo evitare scelte politiche controproducenti e masochiste e perché dobbiamo mettere di fronte alle proprie responsabilità chi non sta operando nel segno della ridistribuzione del lavoro verso i lavoratori residenti.

Vi ringrazio e vi auguro un’ottima estate.