Lo scorso 18 ottobre l’economista Paolo Pamini ci ha offerto dalle colonne del Corriere del Ticino il paragone tra un’ipotetica ed inutile ristorazione monopolistica obbligatoria e la nostra scuola pubblica dell’obbligo e ha cercato di trarre da questo ipotetico confronto alcune conclusioni.

Mi permetto brevemente di riprendere qui alcuni concetti dell’articolo, sui quali esprimerò il mio totale dissenso, non senza iniziare dalla critica al bislacco esperimento mentale proposto ai lettori, come lo ha chiamato Pamini. Il confronto tra la scuola dell’obbligo e un’ipotetica e non auspicabile ristorazione monopolistica e obbligatoria non regge minimamente, semplicemente perché non c’è nessuna ragione logica per obbligare la popolazione a mangiare al ristorante e perché non esiste alcuna ragione logica per auspicare un menu uguale per tutti. Vi sono invece molte buone ragioni per imporre l’obbligo scolastico ai bambini e ai ragazzi, vero e proprio elemento necessario alla preparazione delle giovani generazioni di cittadini, membri delle future comunità e lavoratori, nonché per auspicare piani di studio strutturati che permettano a tutti di raggiungere il miglior livello formativo possibile.

I concetti da respingere sono tre.

Il primo si può riassumere nell’idea secondo cui chi si occupa di piani di studio e riforme pedagogiche per la scuola pubblica deve per forza essere incapace, solo perché la scuola è pubblica e obbligatoria. Una tesi tanto falsa quanto povera, senza alcun fondamento e spiegabile solo da un’avversione primaria e istintiva verso tutto quel che è pubblico. Semmai vero è che ogni tanto la politica, a torto, cerca di entrare in dettagli pedagogici, quando farebbe bene a limitarsi a dare alla scuola le condizioni quadro con cui poter operare al meglio, un concetto che non mi stanco mai di ripetere al Parlamento, purtroppo non sempre con successo.

Il secondo concetto è invece un vecchio pallino liberista e si riassume nell’idea di dare ai genitori la possibilità di scegliere il circondario di scolarizzazione dei propri figli, immaginando che, siccome le famiglie sceglieranno le scuole migliori e nessuna scuola vorrà restare indietro, tutto il sistema migliori. I conoscitori dei sistemi educativi ci dicono però che dove è stato sperimentato questo modello ha prodotto effetti disastrosi, scuole a più velocità, sperpero di risorse per l’organizzazione dell’anno scolastico senza sapere quanti allievi arriveranno, bassi punteggi nei confronti PISA.

Infine il terzo concetto è quello secondo cui, non avendo alternative, la qualità della scuola non si può confrontare o misurare. C’è una sterminata bibliografia e una corposa storia dell’educazione che dimostrano esattamente il contrario, ma soprattutto ci sono oggi i dati di confronto PISA, che non sono arrivati per imposizione o per fortuna, come sostiene Pamini, ma come scelta dei responsabili politici dell’educazione. A questo proposito va sottolineato che, mentre dei 26 Cantoni svizzeri 13 non hanno mai voluto confrontarsi nel quadro di questo progetto, il Ticino sarà l’unico Cantone della Svizzera che nel 2015 continuerà con l’inchiesta PISA a livello regionale, potendo quindi verificare il trend storico dei propri dati. Questo a dimostrazione di quanto la verifica della qualità della scuola sia centrale per il dipartimento che dirigo e che nessuno ha la seppur minima intenzione di non confrontarsi con i problemi veri che la ricerca ci segnala.

Se Pamini vuole davvero fare un esperimento interessante, venga con me una volta in un ristorante della scuola pubblica, cantonale o comunale. Nessuno di questi è obbligatorio, a parte per le sezioni di scuola dell’infanzia con refezione, e la qualità è da buona a ottima. Lo so, sono pubblici, ma se riuscirà a superare il difficile trauma di varcarne l’uscio ( e superare lo slogan reaganiano secondo cui “lo Stato non è la soluzione ma il problema”) potrà constatare come l’esperienza ne valga la pena.