Ripubblico e rilancio con piacere e gratitudine la lucida e appassionata presa di posizione di Pietro Martinelli sulle recenti dichiarazioni di Sergio Morisoli – M.B.


Fuori i socialisti dai governi?

di Pietro Martinelli, già consigliere di Stato

Dopo l’esempio di Basilea Campagna e il caso pendente di Lucerna questo invito è risuonato anche in Ticino, in modo esplicito da parte della Destra. Potrebbe apparire un invito folle tenuto conto dei successi fin qui ottenuti dall’ideologia della concertazione nel nostro Paese, ma bisogna pur ammettere che, come per Amleto, «c’è una logica in questa follia». Come per Amleto la follia potrebbe nascondere un progetto con una strategia e degli obiettivi. Questo progetto va combattuto in Ticino come altrove anche con il voto che, in democrazia, cristallizza i rapporti di forza. Di seguito cercherò di spiegare il perché.

Sarà che i vecchi, per evidenti motivi, sono portati a considerare migliori gli anni della propria gioventù, ma non è per nostalgia senile se i primi decenni del dopoguerra fino allo choc petrolifero del 1973 sono stati definiti dall’economista Jean Fourastié «les trente glorieuses» e se questa definizione è diventata di uso comune. Nei Paesi occidentali furono anni di grande crescita del Prodotto interno lordo (in media +4% all’anno per venti e più anni in Svizzera!), di disoccupazione inesistente, di sviluppo dello stato sociale, di modernizzazione dei costumi, di sviluppo dei diritti sociali e dei diritti della persona, della conquista dell’indipendenza da parte dei Paesi coloniali. Tutto sembrava possibile ed era lecito sognare nel contempo più giustizia e più libertà. Poi l’inflazione, la stagflazione, la crisi petrolifera, il neocolonialismo, l’ingerenza dell’Occidente soprattutto nei Paesi produttori di petrolio del Medio Oriente con colpi di Stato a ripetizione, cambiarono il clima.

In Svizzera già negli anni Sessanta si era assistito a fenomeni di surriscaldamento e di crescita dell’inflazione oltre il 4%, ma la vera crisi esplose nel 1973 con l’inflazione che salì all’8,7% (9,8% l’anno successivo), con un calo della produzione del 7,5% e con più di 300.000 lavoratori immigrati che persero il posto di lavoro e furono costretti a lasciare il Paese. Da quell’anno la Svizzera, e il mondo in generale, non saranno più quelli di prima anche se, per inerzia, lo spirito dei «trente glorieuses», pur affievolendosi progressivamente, continuò ad aleggiare per tutto il secolo scorso.

Il mondo si guastò per un motivo semplice: la politica non era stata capace di governare il progresso tecnico e la conseguente globalizzazione. Al mondo dell’economia e della finanza fu permesso di eliminare tutte le regole che intralciavano qualsiasi tipo di affare, incominciando nel 1971 con la denuncia da parte degli USA, inguaiati dai debiti generati dalla guerra in Vietnam, degli accordi di Bretton Woods che garantivano il controllo del tasso di cambio e della circolazione dei capitali. La libera fluttuazione delle monete favorì la speculazione e la libera circolazione dei capitali favorì le delocalizzazioni della produzione da una parte e determinò la fortuna dei paradisi fiscali dall’altra. La diffusione di nuovi strumenti di tecnica finanziaria estremamente strutturati e complessi mise infine nelle mani di una ristrettissima élite di manager e di finanzieri il controllo dell’economia. Non importava più cosa e dove producevi, ma dove spostavi il denaro in modo da massimizzare il profitto. Nel 1999 gli USA (con Clinton presidente) completarono la deregolamentazione eliminando la distinzione tra banca d’affari (che colloca le azioni e investe in proprio) e banca commerciale (istituto che offre depositi e prestiti), permettendo così tra l’altro ad alcune banche commerciali di ingannare i propri clienti consigliando loro azioni spazzatura conseguenza delle proprie speculazioni sbagliate.

La deregolamentazione e la finanziarizzazione dell’economia ottennero in un primo tempo qualche successo, ma pian piano ci si rese conto che la crescita economica si traduceva in un incontrollato arricchimento di pochi finanzieri e di pochi manager (tra l’altro vale la pena considerare al riguardo che fine ha fatto la volontà espressa dal popolo con l’approvazione dell’iniziativa Minder!), mentre la precarietà e l’impoverimento travolgevano il cosiddetto ceto medio, nel passato mito proprio della destra. L’avidità di accumulare ricchezza monetaria sembrava non avere limiti e molte delle violenze che oggi preoccupano l’Occidente nascono anche dalla sovrapposizione di questa nuova religione venale a vecchie religioni spirituali utilizzate strumentalmente.

Arriviamo così al 2008 quando le difficoltà di alcune grosse banche (il 15 settembre 2008 chiudeva la Lehman Brothers dopo di che per le grandi banche si inventava il too big to fail), l’indebitamento degli Stati e la crisi economica creano le premesse per convincere anche gli Stati Uniti a dar via libera ad alcune nuove regole globali che permettano di controllare la globalizzazione dell’economia.

Il primo bersaglio di questa nuova strategia globale ci interessa direttamente perché è stato il segreto bancario. Dopo un decennio (dal 2001 al 2009 quando era presidente G. W. Bush) durante il quale le fu impedito di agire, finalmente l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo (OCSE), della quale la Svizzera fa parte fin dalla fondazione nel 1948, nel corso del vertice del G20 a Cannes nel novembre 2011 riceve il mandato per condurre una battaglia a tutto campo contro il segreto bancario incominciando proprio dai Paesi più significativi: Svizzera, Lussemburgo, Hong Kong, Singapore, poi Austria, Belgio. A proposito della Svizzera il direttore del Centro di politica fiscale dell’OCSE Pascal Saint-Amans in una intervista a un settimanale francese dichiarò che «per la Svizzera il segreto bancario era un totem, ma oggi i banchieri svizzeri hanno cambiato radicalmente opinione e sono loro stessi i primi a chiedere lo scambio automatico di informazioni». Evidentemente i banchieri svizzeri sono persone pragmatiche che non se la prendono con il Consiglio federale e con Widmer-Schlumpf (anzi la ringraziano) perché capiscono che sei padrone a casa tua solo fin quando sei il più forte. Dopo il segreto bancario, se la lasceranno fare, l’OCSE, sempre secondo Saint-Amans, vorrebbe occuparsi della tassazione delle multinazionali. Staremo a vedere.

Alcuni ritengono che la finanziarizzazione dell’economia sia morta nel 2009. Non so fino a che punto ciò sia vero, ma è certo che si è aperta una fase nuova dove i colpi di coda del sistema economico-finanziario nato negli anni Settanta-Novanta del secolo scorso possono ancora fare molto male. I prossimi anni saranno anni di grandi sollecitazioni per le finanze degli enti pubblici. La povertà, la disoccupazione, la precarietà indotte dai guai del sistema economico che risalgono al fatidico 2008, unite all’invecchiamento della popolazione, provocheranno uscite crescenti per le assicurazioni sociali e per l’assistenza. La spesa sociale nei prossimi anni crescerà fatalmente più del PIL. Altri soldi pubblici saranno poi necessari se si vorrà contribuire al rilancio dell’economia, alla creazione di posti di lavoro. Il direttore dell’Amministrazione federale delle finanze Serge Gaillard ha ammonito la politica sulle difficoltà, già per il prossimo anno, a rispettare i criteri del freno all’indebitamento.

Il nostro debito pubblico è tra i più bassi al mondo, ma favorire un deficit annuo strutturale della spesa corrente è pericoloso. Restano allora due possibilità: ridurre la spesa, modificando soprattutto (da lì non si scappa) le leggi dello stato sociale, o aumentare le entrate. Come molti altri penso che il secondo obiettivo non debba necessariamente passare per un aumento generale della pressione fiscale, ma che possa essere raggiunto aumentando il substrato fiscale, per esempio facendo emergere capitali di residenti nascosti e/o trasferiti all’estero in (ex) paradisi fiscali. Un obiettivo che potrebbe essere raggiunto con un’amnistia fiscale federale equilibrata preceduta dall’abolizione del segreto bancario anche per i residenti.

Ma chi è stato privilegiato dal sistema economico oggi in crisi cercherà di opporsi con tutti i mezzi a una nuova equità fiscale e a una più equa ripartizione della ricchezza. Cercherà, ad esempio, di aumentare l’età di pensionamento per rispondere all’invecchiamento della popolazione come lascia intendere un recente studio di «Avenir Suisse». Cercherà di scaricare sui più deboli e indifesi le proprie contraddizioni e i propri problemi. Cercherà di impedire un mondo più trasparente e più solidale. Per tutti costoro la presenza dei socialisti nei Governi cantonali e nel Governo federale è un intralcio per cui, malgrado gli incontestabili meriti dei socialisti, malgrado il pragmatismo con il quale da quasi un secolo sappiamo lottare per realizzare i nostri ideali, cercano di escluderci, di marginalizzarci. Questo è il progetto, questi sono gli obiettivi da combattere in questi giorni anche con la scheda.

 (sottolineature nostre)

Guarda l’Incontro al Tra con Pietro Martinelli