Dieci mesi fa, in occasione della Festa nazionale, dissi che il voto del 9 febbraio 2014 andava applicato onestamente oppure superato da una nuova chiamata alle urne trasparente e democratica. Ora che l’ipotesi di una nuova votazione, allora secondo alcuni in Ticino impronunciabile, è divenuta la strada ormai accettata da quasi tutti (diversi Consiglieri federali, tutti i partiti svizzeri a eccezione dell’UDC), ora che comincia a far capolino anche la beffa per i ticinesi in caso di applicazione incompleta dei nuovi articoli costituzionali (l’USAM vorrebbe lasciar fuori dai contingenti i frontalieri perché l’economia ne ha bisogno), diventa ancor più d’attualità la necessità di costruire un patto tra centro e sinistra che permetta di affrontare il nuovo voto. Da un lato si manterrebbero le relazioni economiche con l’Unione europea, ma dall’altro dovranno essere concesse garanzie più importanti ai lavoratori residenti affinché gli effetti controproducenti della libera circolazione delle persone possano essere gestiti.
Ha ragione Giovanni Galli quando scrive oggi sul Corriere del Ticino che “se PS, PLR e PPD continueranno ad andare per conto proprio e non si metteranno d’accordo su che cosa votare per salvare i Bilaterali e dimostrare a loro volta di voler intervenire sull’immigrazione non si andrà molto lontano. Per i socialisti si tratta di un’occasione importante per chiedere le giuste concessioni a favore di chi vive e lavora in Svizzera e non può accettare salari troppo bassi per vivere in questo Paese. Un passaggio cruciale anche per l’economia, che senza concessioni arrischia di veder riconfermato il voto del 9 febbraio e assistere alla caduta dei bilaterali. Senza dimenticare che se i bilaterali dovessero cadere sarà per sempre e le uniche due opzioni che rimarranno aperte per un riavvicinamento all’Europa saranno l’adesione allo Spazio economico europeo o quella alla stessa Unione Europea”.