Dopo anni di trattativa e fiumi di inchiostro spesi (non sempre a proposito) per commentarne il difficile cammino, la conclusione dell’accordo fiscale tra Svizzera e Italia è a portata di mano. Ed ecco che improvvisamente qualcuno scopre che dal nuovo trattato l’Italia potrebbe guadagnare dei soldi, poiché avrà il diritto di imporre il reddito dei lavoratori frontalieri in base alle aliquote italiane, notoriamente molto più elevate delle nostre, invece di prendersi tramite i ristorni una fetta delle imposte calcolate in base alle aliquote svizzere.

Chiunque abbia seguito questo dossier anche solo distrattamente sa bene che uno degli obiettivi ticinesi nell’ambito di questa trattativa è sempre stato la soppressione dei vantaggi fiscali di cui godono i lavoratori che vivono in Italia e lavorano in Svizzera rispetto a quelli che vivono in Italia e lavorano in Italia. Oggi i primi pagano molte, ma molte minori imposte essendo sostanzialmente tassati in base alle aliquote svizzere, mentre gli altri sono tassati in base a quelle italiane notoriamente pesanti. E’ questo uno dei fattori che rende attrattivo il lavoro transfrontaliero e l’eliminazione di questo vantaggio costituisce una misura concreta contro il dumping salariale, poiché se il vantaggio fiscale sparirà, certi salari troppo bassi proposti in Ticino non potranno più essere accettati dai lavoratori d’oltre confine. E anche quelli medi non saranno più allettanti come adesso.

Ovviamente, qualora l’accordo fiscale andasse in porto, l’Italia incasserà più soldi, potendo imporre questi contribuenti in base alla propria pressione fiscale dopo aver dedotto quanto pagato in Svizzera (come ha visto aumentare l’importo dei ristorni con la decisione di portare il moltiplicatore comunale per i frontalieri al 100%), ma questo effetto era previsto fin dall’inizio, proprio perché si puntava a rendere fiscalmente meno attraente il lavoro frontaliero.

Di fronte alle strane uscite degli ultimi giorni di alcuni politici ticinesi che scoprono ora quello che era stabilito da tempo e si indignano perché l’Italia incasserà di più, quando siamo stati noi a far sì che ciò si producesse, credo vi siano due letture possibili. La prima, poco convincente, porta a dire che alcuni non hanno ancora capito la reale posta in gioco di questo dibattito e si perdono sui dettagli invece di guardare al cuore della questione. È una spiegazione che non voglio nemmeno prendere in considerazione, perché non posso pensare che sia la superficialità a determinare certe uscite pubbliche. La seconda, più logica ma più inquietante, porta invece a dire che sta facendo adepti il partito di chi, dopo aver gridato per anni alla necessità del cambiamento, sta lavorando, come vecchio Gattopardo, affinché le cose non cambino affatto e si rimanga all’accordo del 1974.

E’ chiaro infatti che la misura anti-dumping insita nell’accordo fiscale diventa un problema per una certa parte dell’economia, non certo la migliore, così come per essa è un problema la fissazione di salari minimi e tutti i provvedimenti che non permettono di avere mano libera nel definire le retribuzioni. Per queste imprese rimanere con il tanto criticato accordo del 1974 va bene anche se non hanno il coraggio di dirlo apertamente. Ma se va bene per loro, non va bene per il Cantone e non è nell’interesse di una corretta gestione del nostro mercato del lavoro, che chiede di sopprimere storture quali l’agevolazione fiscale del lavoro transfrontaliero, poiché generano concorrenza sleale e mettono i lavoratori gli uni contro gli altri.

Non facciamoci quindi ingannare dai fumogeni lanciati contro il nuovo trattato fiscale, senz’altro non perfetto ma decisamente migliore dell’attuale. Il tema centrale non è l’incasso per noi di pochi milioni in più o in meno, non è la percentuale di ripartizione delle quote fiscali tra Svizzera e Italia in ragione del 70/30% o dell’80/20%, bensì il principio secondo cui, non subito ma relativamente presto, l’agevolazione fiscale del lavoro frontaliero sarà un ostacolo superato.