In un suo articolo pubblicato il 20 aprile scorso, Giancarlo Dillena ricordava un suo incontro d’altri tempi nel quale un interlocutore sudafricano, raccontandogli del suo Paese che stava per smantellare l’apartheid, pronosticava che l’Europa avrebbe finito per introdurla.

Tristemente mi pare di dover constatare che l’interlocutore di Dillena abbia avuto purtroppo ragione. La negazione della tradizione umanitaria europea non è solo quella che possiamo vedere ogni sera al Telegiornale inerente a quel che succede nel Mediterraneo, quella che fa a pugni con i vari sbarramenti antimigranti e relativo corollario di eserciti schierati contro i disperati. È ormai entrata nella nostra quotidianità, come fino agli anni ’80 nelle città sudafricane lo era la segregazione formale.

Io la vedo dal mio osservatorio, quando passano sul tavolo del Governo cantonale i progetti di sentenza sui ricorsi contro i ricongiungimenti familiari, in specie quando si rimandano al loro Paese i genitori stranieri di figli svizzeri per il solo motivo che non hanno abbastanza soldi per vivere qui autonomamente.

In base all’art. 42 cpv.1 della Legge sugli stranieri, legge votata ed approvata dal popolo qualche anno fa, il coniuge straniero di un/a cittadino/a svizzero/a ha diritto al rilascio o alla proroga del permesso di dimora se coabita con esso/essa, a meno che il coniuge straniero o una persona a suo carico dipendano dall’aiuto sociale in maniera durevole e considerevole (art. 63 combinato con l’art. 51 cpv. 1 lett. b.). Traduzione per i non addetti ai lavori: se una svizzera si sposa con uno straniero e ha un figlio, caso tra l’altro molto frequente, qualora la famiglia non riesca a stare a galla finanziariamente e abbia bisogno dell’aiuto sociale, accade che il padre venga separato da questo figlio e rimandato al suo Paese.

Per chi ha a cuore il concetto di nazionalità, si noti che il figlio, che ha la madre svizzera, è a sua volta svizzero, ha il passaporto con la croce bianca in campo rosso, ma, pur essendo figlio d’Elvezia a pieno titolo, ha un diritto dimezzato ad avere attorno a sé i propri genitori.

Dettaglio raggelante, usualmente queste decisioni sono accompagnate da considerazioni del tipo: “Qualora il coniuge del ricorrente (ndr: nel nostro esempio la moglie svizzera) non volesse seguirlo all’estero, vi sono comunque molteplici possibilità, riconosciute da dottrina e giurisprudenza, per continuare a mantenere regolari contatti con la famiglia (visite regolari, internet, telefono, ecc.)”. Ma certo, la famiglia “Skype”, che “dottrina e giurisprudenza” approvano e che naturalmente tutti gli approfondimenti sociologici consigliano vivamente come modello ideale per accompagnare al meglio i propri figli verso la vita adulta.

Decisioni come queste vengono prese regolarmente qui da noi, adesso, giorno dopo giorno, in applicazione di una legge che discrimina in maniera molto severa chi ha soldi da chi non ne ha, chi ha qualche competenza da far valere sul mercato del lavoro da chi ne ha poche. Sono provvedimenti che colpiscono sia gli stranieri che gli svizzeri e le svizzere che li hanno sposati, ma soprattutto i loro figli, trattati così da cittadini di serie B.

Come diceva il conoscente di Dillena, l’apartheid è già qui. Viene esercitata in modo discreto, ha il vestito della festa dell’imprimatur legale, ma la sua natura è quella. Finché non ci sarà consapevolezza su quel che sta succedendo, finché non ci sarà resistenza, come quella che personalmente faccio contro questo genere di decisioni, diverrà la nostra triste realtà quotidiana.

Nel 1989 in tanti festeggiarono giustamente la caduta del muro di Berlino, l’emblema di una segregazione politica che finalmente veniva superata. Dopo 25 anni purtroppo, anche nella quieta Svizzera, pur sapendo bene quel che stiamo facendo, pezzo per pezzo, ne stiamo costruendo copie non di certo migliori. Non di cemento, ma muri di carta, timbri e protocolli, non per questo meno solidi e più facili da sopportare per chi sente dentro di sé il senso della giustizia come elemento che dovrebbe contraddistinguerci come comunità civile.