Anche il Cantone Ticino dovrà adeguare prima o poi la sua legislazione fiscale alla prossima scomparsa dei regimi tributari agevolati per le holding, le società di amministrazione e le società ausiliarie. Dovremo prima attendere che le decisioni sul piano federale divengano definitive, con ogni probabilità mediante un voto popolare previsto nella prima parte del prossimo anno, ma poi si dovrà procedere. La scomparsa di queste agevolazioni fiscali è un bene, perché riporta un po’ di giustizia in questo ambito, cancellando privilegi ingiustificabili e inopportuni elementi di opacità del sistema tributario. Si tratta ora di affrontare questa riforma con pragmatismo, facendo l’interesse generale dei ticinesi, che necessitano di uno Stato con risorse adeguate, ed evitando le insidie dell’insensata concorrenza fiscale tra i Cantoni che purtroppo la maggioranza delle forze politiche e del popolo non ha mai voluto arginare.
La riforma dovrà proporre una nuova aliquota unica cantonale sugli utili delle società a fronte degli attuali due regimi esistenti, quello ordinario e quello agevolato. La nuova aliquota unica chiederà meno alle società attualmente in regime ordinario, che pagano oggi al Cantone il 9% sugli utili, e chiederà di più alle società in regime agevolato, che oggi pagano al Cantone al massimo il 4,5%. Nella misura in cui il saldo finale per il Cantone sarà neutro o positivo, comprese le maggiori entrate che verranno da Berna, quest’operazione si potrà chiamare riforma, nel senso di un intervento che modifica la struttura del prelievo fiscale adeguandosi al diritto superiore e basta. Ma se a questa riforma si vorranno aggiungere dei regali, che non sono né necessari né connessi con il cambiamento di sistema, allora la riforma si trasforma in qualcosa di diverso, qualcosa di molto simile a quel che il Ticino ha già vissuto nella seconda parte degli anni 90 e dei primi anni 2000, anni durante i quali a raffica il Governo chiedeva di approvare pacchetti di sgravi fiscali per persone fisiche e persone giuridiche e poi, al contempo, proponeva misure di risanamento dei conti.
Il Preventivo dello Stato per il 2019 contiene l’indicazione secondo cui, tra le possibili nuove misure ancora non decise, vi sarebbe un’operazione fiscale da 60 milioni. Questa indicazione numerica ci dice due cose. La prima è che di per sé l’adattamento della legislazione tributaria ticinese alla soppressione dei regimi agevolati si può fare a costo zero, proponendo un’aliquota unica per le società interessante anche dal punto di vista della concorrenza fiscale. La seconda è che il ventilato abbassamento del moltiplicatore cantonale del 5% per persone giuridiche e fisiche (frontalieri compresi), che guarda caso costa oggi più di 60 milioni, è un’operazione posticcia rispetto alla riforma strutturale necessaria. Un’operazione che ci riporterebbe indietro di 20 anni anche nella modalità di costruzione del consenso, perché dopo l’esperienza della simmetria dei vantaggi del recente pacchetto fiscale e sociale, a mio modo di vedere positiva, che a fronte di sgravi cantonali per 22 milioni ha previsto un contributo dell’economia per 21 milioni a favore della socialità (i primi effetti sociali li abbiamo visti di recente con le misure sui nidi d’infanzia e le strutture extrascolastiche), ci fa tornare al meccanismo masoniano di “acquisto” del consenso attraverso gli sgravi a innaffiatoio, che costa moltissimo e sperpera il denaro, perché favorisce quasi solo chi non ne ha bisogno. A beneficiare maggiormente di uno sconto lineare sull’aliquota sarebbero infatti soprattutto i ceti alti, mentre alla grande maggioranza dei contribuenti toccherebbero le briciole.
La riforma fiscale, nel senso di adattamento al nuovo quadro federale che vieterà i regimi tributari agevolati, si dovrà fare, ma è importante farla senza costo per la collettività. Non avessimo un sistema nazionale che mette i Cantoni in esagerata concorrenza fiscale tra loro, almeno per quanto riguarda le società potenzialmente più mobili, come quelle che fino a oggi possono fruire del regime agevolato, avremmo anche potuto ricavare qualcosa da questa operazione da investire in altre politiche. Ma gli sgravi posticci non sono né necessari né opportuni.