I ticinesi si aspettano istituzioni efficenti, progettuali, all’altezza dei loro compiti, protese a garantire la coesione sociale: prima di tutto i Comuni e il Cantone, ma anche il sistema giudiziario e le forze dell’ordine. Realizzare questa aspettativa è un compito prioritario della politica.

1. Accelerare il processo aggregativo dei Comuni soprattutto negli agglomerati

Perché?

Una nuova ripartizione decisamente più efficiente delle competenze Cantone/Comuni e un aumento di efficacia dei Comuni nel rispondere ai bisogni della popolazione sono nell’interesse di tutti i cittadini.

Per evitare di cantonalizzare i problemi comunali, per evitare disparità importanti tra cittadini che vivono in Comuni ricchi e cittadini che vivono in Comuni poveri, per evitare squilibri maggiori nella gestione dei compiti comunali tra Comuni in grado di assumersi oneri e competenze e Comuni non in grado di farlo, per fare sparire gli enti intermedi e recuperare in democrazia sostanziale l’unica strada adeguata è quella delle aggregazioni, soprattutto negli agglomerati.

L’affettività dei cittadini verso i luoghi in cui sono nati o in cui vivono non va confusa con l’adeguatezza nella gestione amministrativa dei Comuni: Comuni più grandi permettono servizi più razionali, meno costosi e in definitiva migliori. Ma naturalmente questo processo deve accompagnarsi da un’adeguata considerazione delle varie componenti locali, delle comunità, del tessuto sociale espresso dal territorio.

Ecco alcuni ambiti dove con le aggregazioni l’efficienza dei Comuni potrebbe migliorare sensibilmente a favore dei cittadini:

  • piani regolatori: nel medio periodo si dovrebbe arrivare a pochi piani regolatori comunali, che sarebbero ottimamente coordinati con il Piano direttore cantonale. La gestione del territorio ne guadagnerebbe grandemente e la certezza del diritto edilizio sarebbe meno soggetta a strattonamenti tipici di comunità troppo piccole;
  • consorzi e enti: questi gremi intermedi, generalmente opachi nella loro gestione e piuttosto plutocratici, sarebbero destinati sostanzialmente a sparire e moltissimi compiti potrebbero essere ricomunalizzati (protezione civile, servizi, scuole, manutenzioni/arginature, sviluppo regionale ecc.). Ciò permetterebbe di ricondurre le attività oggi gestite da queste entità intermedie sotto un controllo democratico maggiore (Municipio e Consiglio comnale), con un vantaggio democratico evidente e minore burocrazia;
  • servizi pubblici comunali: anche in questo caso tutta una serie di enti e aziende potrebbero ritrovare nel Municipio e nel Consiglio comunale una direzione strategica meno complessa e sostanzialmente più democratica di quella attuale. I trasporti pubblici, le aziende industriali, la nanutenzione stradale, la raccolta dei rifiuti, ecc.;
  • scuole comunali: la creazione di pochi grandi comprensori permetterebbe una miglior organizzazione degli istituti scolastici comunali (scuole elementari e scuole dell’infanzia), una mobilità più semplice del personale insegnante, una burocrazia ridotta per la gestione del materiale ecc.;
  • servizi sociali: le strutture sociali come le case per anziani, i servizi Spitex, gli operatori comunali ecc. sarebbero ricondotti al territorio comunale e potrebbe essere sviluppata una partnership forte tra Cantone e Comuni, che oggi soffre del fatto che molti Comuni hanno risorse limitate.

2. Riformare il settore della giustizia e della polizia

Perché?

Diverse riforme dell’organizzazione giudiziaria sono rimaste inattuate ed è venuto il momento di procedervi, come la divisione del Tribunale d’Appello in tre tribunali distinti di seconda istanza (penale, pubblico, civile), il riordino delle Preture, la creazione di alcuni tribunali specifici (prima istanza penale, tribunale di famiglia, tribunale del lavoro e della locazione). Da verificare con cura anche la dotazione di personale nel settore della giustizia, perché una giustizia sotto dotata è lenta e una giustizia lenta è ingiusta.

Per quanto riguarda la polizia, le reticenze ancora manifestatesi di recente verso la polizia unica o eventualmente una polizia cantonale forte coadiuvata da pochi corpi regionali su base comunale è inspiegabile. Su questo terreno si sta consumando una lotta di potere che non serve alla causa della sicurezza dei cittadini e che la politica deve avere il coraggio di superare con scelte chiare e coraggiose, perché quando i cittadini chiedono aiuto alle forze dell’ordine a loro non interessa se si tratta di agenti cantonali o comunali.

3. Allargare l’impegno per l’integrazione degli stranieri

Perché?

Le persone che non hanno la nazionalità svizzera residenti in Ticino sono un quarto della popolazione. Tra loro molti italiani (15% del totale), portoghesi (2%), ma anche, seppure in percentuali minime, persone provenienti da etnie molto differenziate, che sono parte integrante del nostro tessuto sociale.

Accogliere queste persone al meglio è interesse di tutti. Interesse loro, naturalmente, per sentirsi più in consonanza con le nostre abitudini, ma anche interesse di chi da sempre o da molto vive in Ticino, per evitare che queste persone si auto ghettizzino, che si chiudano in clan con i quali comunicare diventa difficile.

Per questo il Ticino ha bisogno di una Legge sull’integrazione degli stranieri, che rafforzi le comunità spontanee esistenti, che promuova con esse un dialogo stabile e aperto, che promuova la reciproca conoscenza tra ticinesi e persone di nazionalità estera residenti in Ticino, che aiuti a combattere il razzismo e la xenofobia striscianti.

La convivenza e l’unione tra persone di origine diversa che si rispettano vicendevolmente è la realtà odierna e deve essere un obiettivo primario dell’azione politica. Ma questa politica ha bisogno di investimenti concreti e non solo di vuote parole di circostanza.