Pubblicato sulla Regione, novembre 2006

In tema di riforme sociali in Svizzera la classe politica manifesta sempre grande conservatorismo o prudenza, anche se poi, alla prova dei fatti, dopo la loro entrata in vigore nessuno è più disposto a rinunciarvi, nemmeno chi le ha combattute o osteggiate al momento della loro adozione. Non di rado accade che i politici più critici prima, a cose fatte tentino addirittura di far dimenticare la loro posizione precedente.

Non stupisce quindi che, anche sulla nuova legge sugli assegni familiari di base su cui voteremo il prossimo 26 novembre, una parte del mondo politico cerchi oggi qualche appiglio per osteggiare una riforma piuttosto minimalista, ma importante, in materia di sostegno alle famiglie.

Gli argomenti dei contrari non convincono.

Immancabile e del tutto prevedibile quello “finanziario”, secondo cui la riforma sarebbe troppo costosa. Ma a vete mai sentito dire alla destra del nostro Paese che una riforma sociale è finanziariamente sopportabile?

Piuttosto scontato quello “benaltrista”, secondo cui le priorità sociali sono sempre “ben altre”, salbo poi darsi da fare per segare le gambe anche ad esse (riforma AI, asili nido, flessibilità AVS, riforma LAMal ecc.).

Particolarmente fuori luogo in questa occasione l’argomento “federalista”, secondo cui sarebbe meglio mantenere gli attuali 26 sistemi cantonali diversi tra loro piuttosto che andare verso un’armonizzazione nazionale. Un discorso che potrebbe anche avere una sua dignità, se chi oggi lo sbandiera non avesse tentato nei fatti nei Cantoni di frenare qualsiasi riforma in questo settore.

L’esperienza ticinese in materia è emblematica. Il Cantone Ticino è a giusto titolo preso a modello a livello nazionale per la sua legge innovativa sugli assegni familiari, che oggi fa ormai l’unanimità della classe politica cantonale, ma che, in nome del conservatorismo o della prudenza di cui ho già detto, fece sudare anche alle nostre latitudini le proverbiali sette camice a chi la promosse oltre dieci anni or sono.

Presentato dal Consiglio di Stato nel gennaio 1994, il progetto di legge restò per oltre un anno nelle mani della Commissione della Gestione di allora che, il 20 febbraio 1995, alla vigilia delle elezioni cantonali, lo congelò fino al termine della legislatura. Per toglierlo dal freezer fù necessario il lancio da parte socialista di un’iniziativa popolare, che dopo un ulteriore anno di discussioni, permise finalmente di festeggiare il difficile parto. Oggi tutti si proclamano padri, madri o almeno parenti non troppo lontani di quella riforma, anche coloro che quando si trattò di vararla pendevano piuttosto per “l’interruzione di gravidanza”, ma così va la politica.

Chi non vuole avanzare sulla strada delle riforme sociali nazionali lo dica apertamente, senza nascondersi dietro la foglia di fico della presunta miglior efficacia della socialità cantonale che, se fosse per loro, non sarebbe affatto al punto in cui è.