Pubblicato sulla Regione, luglio 2009

Nel corso dell’assemblea del 30 giugno dei lavoratori delle Officine Ffs è stato approvato il rapporto morale sull’attività del Comitato “giù le mani dalle Officine”, che in 5 dense pagine ripercorre sinteticamente ma efficacemente una vicenda straordinaria di casa nostra, il cui fatto saliente è stato lo sciopero di un mese del marzo 2008 e la grande mobilitazione popolare che lo ha sostenuto.

A mio modesto avviso, l’elemento alla base della forza unica di questo sciopero e di questo movimento è stata la capacità dei lavoratori di mettersi in gioco in prima persona per salvare questa azienda. Ricordo molto bene, prima ancora che lo sciopero venisse decretato, il momento in cui tutto il personale partecipò alla trasferta a Berna, presso la sede delle Ffs. Lo fece per tentare di fermare le decisioni che incombevano su Bellinzona. I lavoratori non riuscirono a evitarle, ma quella grande determinazione, che sorprese più di uno, fu uno degli elementi essenziali per arrivare con convinzione ad incrociare le braccia e per ottenere l’importante sostegno che quel movimento seppe guadagnarsi in pochissimo tempo. Naturalmente giocarono un ruolo anche altre condizioni su cui per brevità non mi soffermerò, ma sono convinto che una delle lezioni di questa bella storia di resistenza sta nell’aver saputo mostrare che in certe situazioni ribellarsi oltre che giusto, è anche necessario.

Mentre era in corso lo sciopero e si tenevano le grandi manifestazioni quasi settimanali a Bellinzona e Berna, molti sono stati quelli che hanno lavorato per ottenere il primo importantissimo risultato, ossia il sostanziale ritiro dello smantellamento delle Offs e l’apertura di una vera trattativa. Il Comitato di sciopero prima di tutto, con alla testa Gianni Frizzo, vera e propria figura emergente di questo movimento, ma ovviamente anche diversi politici, tra cui anche dei socialisti, perché allora era determinante ottenere dalla massima istanza politica del Paese, il Consiglio federale, almeno la possibilità di trattare davvero.

In quella fase tutti quelli che ebbero un ruolo da giocare fecero la propria parte e il risultato che interessava ai lavoratori fu ottenuto. Siccome la storia dello sciopero alle Officine ebbe anche a incrociarsi con le elezioni comunali, non rari furono i casi in cui dalla giusta attenzione di tutti per questa vicenda si giunse anche a episodi di vero e proprio sfruttamento dell’occasione da parte di alcuni, ma si sa che le elezioni a volte producono fenomeni curiosi e rispondono a logiche, anche solo d’immagine, tutte loro, su cui non mi dilungherò in questa sede.

Se in occasioni come quella delle Officine di Bellinzona la forza è venuta direttamente dal movimento spontaneo dei lavoratori e il sindacato ha potuto limitare la sua azione al supporto comunque importante ed esteso, in altre mille piccole storie di ingiustizia meno eclatanti, più individuali e probabilmente anche più anonime, la presenza di un sindacato ben organizzato è invece per i lavoratori un fatto determinante. Non tutti i confronti tra lavoratori e datori di lavoro si possono combattere con l’arma dello sciopero a oltranza, non tutte le battaglie di questo tipo hanno le condizioni oggettive per suscitare un vasto sostegno popolare e politico, non tutti i lavoratori, a torto o a ragione, sono pronti a lanciarsi in questo tipo di confronti anche duri. In tutti questi casi, oltre che nelle battaglie più eclatanti a sostegno dei movimenti di base, il sindacato è in grado di poter offrire ai lavoratori un sostegno fattivo, concreto, irrinunciabile. Esso svolge inoltre un’attività irrinunciabile nelle trattative sui contratti collettivi di lavoro, che per loro natura devono essere discussi tra rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro, che alla fine naturalmente devono dare il loro consenso o manifestare la loro scontentezza rispetto ai risultati ottenuti.

Per questa ragione non concordo con coloro che amano contrapporre i movimenti spontanei, di base, ai sindacati organizzati, come se fossero cose alternative e non complementari. Accanto al megafono, allo sfogo della rabbia contro l’ingiustizia, alla mobilitazione di piazza è necessario anche il lavoro dietro la scrivania, per preparare le proposte di contratto o per studiare il modo con il quale combattere efficacemente il subappalto selvaggio, per fare solo due esempi.

E’ probabilmente nel conflitto tra queste due visioni del sindacato che, a mio parere, può essere letta la recente vertenza tra Unia Bellinzona e Gianni Frizzo. Lo dico senza conoscere a fondo la vicenda, di cui ho appreso dalla stampa come tutti. Due visioni che debbono sapersi completare e rafforzare mutuamente, senza entrare in uno sterile antagonismo. Per questo, come tanti, auspico che il filo del dialogo possa essere ritrovato presto, nell’interesse di tutti i lavoratori: quelli difesi dal sindacato attraverso un lavoro capillare, quelli rappresentati dalla capacità di mobilitazione espressa dal Comitato presieduto da Gianni Frizzo e i tantissimi che, per fortuna loro, non hanno mai dovuto confrontarsi con certe durezze del nostro mondo del lavoro.