Manuele Bertoli Un modo si trova – Pensieri, appunti e proposte di politica e altro

Lavoratori residenti e frontalieri: parole e fatti

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Leggo sul Corriere del Ticino di sabato scorso che le differenze salariali tra lavoratori residenti e frontalieri sarebbero molto diminuite a seguito degli effetti fiscali del nuovo accordo italo-svizzero sul frontalierato, entrato in vigore solo quattro mesi fa, e che il numero dei lavoratori d’oltre confine che rifiutano un posto di lavoro perché giudicato non più conveniente dal punto di vista economico starebbe crescendo.

Siccome ho fatto parte del Governo che ha accompagnato le fasi di trattativa di quell’accordo nello scorso decennio, mi si permetta di esprimere soddisfazione per il fatto che, come previsto, uno degli elementi di distorsione del mercato del lavoro, di dumping, rimosso grazie al nuovo accordo fiscale, sta producendo conseguenze positive. Diminuiscono le differenze in materia di pretese salariali dei lavoratori residenti e non residenti, a tutto favore di chi oggi abita in Ticino e cerca un posto di lavoro pagato adeguatamente.

Il nuovo accordo fiscale è stato il frutto di un lungo lavoro, soprattutto durante la prima parte dello scorso decennio. L’allora consigliera federale Eveline Widmer-Sclumpf e i diversi negoziatori svizzeri hanno saputo portarlo a casa malgrado gli scetticismi di molti e gli sfottò di una parte consistente della destra nostrana, che ironizzava sulle trattative in inglese e che arrivò anche a fischiare la stessa Widmer-Schlumpf ad Agno, in occasione di una sua visita che aveva come tema principale proprio quella trattativa.

Coloro che a parole non hanno mai mancato di additare i frontalieri come rei del dumping salariale e dei conseguenti salari bassi ticinesi, naturalmente sempre dimenticando la responsabilità di chi il salario lo offre, nei fatti hanno invece sempre remato contro questo nuovo accordo e rifiutato di collaborare fattivamente affinché una parte dei problemi potesse davvero risolversi. Certamente non basta togliere il vantaggio fiscale al lavoratore italiano che lavora in Svizzera rispetto al suo connazionale che lavora in Italia (questo è il principale effetto del nuovo accordo), ma la misura è di un certo peso e i dati, che dovranno essere confermati, sembrano dare ragione a chi ha sempre creduto che dei margini di manovra per combattere il dumping ci siano e continuino a sussistere, senza isolare la Svizzera abbandonando i trattati bilaterali con l’Europa.

Un discorso analogo si può fare per salari minimi legali e convenzioni collettive con norme salariali da estendere e rafforzare. Da destra a parole si punta il dito contro i frontalieri, si dimentica il ruolo dei datori di lavoro e nei parlamenti ci si oppone a migliorare le cose. Fino a quando basteranno le parole vuote ad imbonire la cittadinanza o una parte consistente di essa?

Pubblicato sul Corriere del Ticino, novembre 2023

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