Manuele Bertoli Un modo si trova – Pensieri, appunti e proposte di politica e altro

Un salto nel passato

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Ho letto con curiosità il recente documento del Partito liberale radicale svizzero sulla scuola dell’obbligo, accolto dall’assemblea nazionale di sabato 22 giugno purtroppo con pochissime voci contrarie, perché le anticipazioni di stampa mi avevano incuriosito.

Mi chiedevo infatti se davvero, come dicevano i giornali,  i liberali radicali vogliono per il futuro del nostro Paese una scuola dell’obbligo ridotta al “leggere, scrivere e far di conto” di ottocentesca memoria. Davvero, come indicavano i media, i liberali radicali vogliono tornare alla separazione degli allievi? Davvero, come promettevano le informazioni, vogliono rinunciare all’insegnamento delle altre lingue nazionali per alleggerire i piani di studio, minando così la coesione nazionale?

Dalla lettura del documento devo purtroppo dire che sì, è sostanzialmente tutto vero.

A mio parere il documento è preoccupante per più ragioni, è confuso o almeno poco chiaro su alcuni temi e sostanzialmente sbagliato in alcuni punti, dove si danno per vere cose che non lo sono. Ma vediamo perché.

La scuolicchia di domani

Cominciamo da uno dei punti cardine di questa presa di posizione, che riguarda la scuola dell’obbligo nel suo assieme, quindi l’educazione fino ai 15 anni di età. Per questo pezzo fondamentale del percorso formativo degli svizzeri di domani il concetto centrale è il ritorno a quelle che vengono chiamate “competenze di base”, la lettura, la scrittura e l’aritmetica, un ritorno che permetterebbe di alleggerire il piano di studio. Per 11 anni, quelli che il concordato HarmoS definisce anni obbligatori, quindi dai 4 ai 15 anni, due di scuola dell’infanzia, cinque o sei di scuola elementare e quattro o tre di scuola secondaria, gli allievi e le allieve dovrebbero concentrarsi su questo. Il resto non conta.

Ma cos’è il resto? L’educazione fisica, per cominciare dalle cose più semplici, tra l’altro obbligatoria per 3 ore settimanali per legge federale; sarà da rivedere o abolire? L’educazione artistica (canto, musica, arti plastiche); sarà da abolire o da ridurre? La conoscenza del territorio, in termini di geografia fisica e di presenza sociale, e della storia; dovranno contare ancora qualcosa? L’approccio alle scienze naturali, ai principi della fisica e della chimica; saranno cose da buttare via o avranno ancora qualche spazio? Lasciando da parte la questione delle lingue seconde, su cui tornerò dopo, a me pare che la concentrazione sulla lingua e sulla logica matematica (che è un po’ di più dell’aritmetica) sganciata da altre competenze importanti per i cittadini di domani costituisca un netto impoverimento della scuola, una scuola non desiderabile, poco attrattiva, poco utile. Una scuolicchia. Se nei primi 11 anni gli allievi devono solo apprendere bene la lingua e l’aritmetica, quando si insegnerà loro il resto? Non credo che le scuole postobbligatorie di maturità o di cultura generale siano pronte ad accogliere degli allievi senza background culturale minimo, il cui insegnamento a questo punto dovrebbe essere trasferito proprio a queste scuole superiori. Non credo nemmeno che sia ragionevole immaginare che per gli apprendisti la cultura di base debba limitarsi alle poche ore di cultura generale insegnate nelle scuole duali. Con una scuola dell’obbligo di questo tipo il nostro Paese sprofonderebbe a livelli infimi nei confronti internazionali, con tanti saluti all’innovazione, alla dinamica e a tutti questi bei concetti, che per essere trasformati in qualcosa di serio hanno bisogno di un sistema educativo ricco, non povero, o peggio, autolimitato.

Va detto che la perentorietà del documento su questo primo punto è qua e là contraddetta. Oltre alla prevedibile eccezione al principio del ritorno alle competenze di base che riguarda l’insegnamento, questo sì auspicato, della storia svizzera e della civica, principio immancabile per un partito rossocrociato che si rispetti, e che diamine, nel testo si trovano infatti concetti più ordinari, per esempio l’accenno al fatto che, oltre a leggere, scrivere e contare, gli allievi dovrebbero comunque sviluppare Più competenze mediatiche e la capacità di formulare giudizi personali. Benissimo, ma sulla base di quali conoscenze di base ciò potrà avvenire, se la scuola dovrà concentrarsi sulla grammatica e sull’aritmetica? Dei giudizi personali si possono infatti esprimere per esempio sull’ambiente, sul modo in cui l’uomo lo sta trattando o maltrattando, se a scuola il tema è stato affrontato, sia in termini di conoscenze generali che di esperienze; ma se a scuola queste cose sono da ridurre al minimo, per alleggerire il piano di studio, che diavolo di giudizi personali potranno mai formulare gli allievi?

Sul ritorno al passato come nuovo pilastro del futuro della scuola, a mio avviso non ci siamo proprio. L’equilibrio tra i vari insegnamenti non è mai facile da trovare, ma il contenuto dell’insegnamento deve essere ampio, interessante, connesso alle esperienze personali e alle cose che succedono nel mondo degli allievi, quello locale e quello globale, per cui concentrarsi solo su alcune cose, pur importanti, è fondamentalmente sbagliato e sostanzialmente un impoverimento.

Inclusività, vade retro!

Un secondo punto cardine del documento è l’abbandono dell’inclusività, che a parere dei liberali radicali avrebbe fallito. Presentata come una standardizzazione artificiale e costosa (???), la scuola inclusiva, secondo i liberali radicali, ostacola gli allievi con svantaggi, ostacola l’istruzione tradizionale e non valorizza i talenti. Non è dato sapere su quale base scientifica, su quali parametri verificati, la scuola inclusiva avrebbe fallito e la scuola tradizionale potrebbe o avrebbe avuto maggior successo (quali sono gli “standard” della scuola inclusiva errati o non raggiunti? Quali quelli della scuola tradizionale? Dove sono i confronti economici?), ma in tempi di narrazioni preminenti sulla scienza poco conta: il concetto è chiaro, ognuno deve stare al suo posto. Gli allievi alloglotti, per esempio, devono andare in scuole separate e prima di entrare nelle classi ordinarie devono imparare la lingua del posto. Qualcosa che può forse andar bene per due o tre settimane, ma certamente non per mesi o anni, in cui questi allievi dovrebbero vivere in una bolla separata, tra l’altro sconnessa dal contesto nel quale la lingua da apprendere è proprio uno degli elementi fondamentali della vita. Il risultato prevedibile è un apprendimento più astratto della lingua, quindi meno efficace, nonché un invecchiamento degli allievi, che entrerebbero nella scuola ordinaria più “vecchi”, come i ripetenti di una volta. Una bella prospettiva, non c’è che dire.

Ma non solo. Che dire dell’inclusività degli allievi con problemi di varia natura, dalla dislessia alla disabilità motoria o sensoriale più grave, alla disabilità cognitiva? Su questo punto il documento non è chiaro, si parla solo di un sostegno individuale e mirato agli allievi svantaggiati, ma non si dice se dentro alle classi ordinarie o fuori da esse, anche se, alludendo al fatto che la scuola non dovrebbe affrontare ogni tipo di problema sociale, sembra abbastanza chiaro che fuori sarebbe meglio. Un concetto vecchio e tendenzialmente segregazionista, che contraddice una serie di capisaldi del nostro sistema democratico, quello che anche i liberali radicali chiedono di insegnare quanto al suo funzionamento ma poi vorrebbero ignorare quanto ai suoi contenuti, come il divieto costituzionale di discriminazione o i concetti dell’articolo dedicato alla scuola della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dalla Svizzera dieci anni fa. Un ritorno al passato anche su questo punto, un passato che era stato abbandonato perché le cose non funzionavano e perché le persone e le famiglie, anche quelle liberali radicali, hanno rivendicato per i bambini svantaggiati il sacrosanto diritto di stare nella società, di essere considerati cittadini a pieno titolo.

Un piccolo appunto merita poi l’accenno al fatto che l’inclusione sarebbe più costosa della segregazione. Da un lato perché, nella realtà dei fatti, inclusi o segregati gli allievi vanno comunque seguiti, per cui i costi per la collettività sono sostanzialmente paragonabili. Se si vuole risparmiare bisogna avere la “tolla” di ridurre le prestazioni agli allievi svantaggiati, siano essi inclusi o segregati, quindi meno ore di lingua agli alloglotti, meno ore di logopedia, ergoterapia, sostegno pedagogico ecc., , ma questo con l’inclusione o meno non ha nulla a che fare. D’altro canto perché il dato ticinese smentisce chiaramente il teorema + inclusione = + costi: il sistema della scuola dell’obbligo ticinese, riconosciuto tra i più inclusivi della Svizzera, se non il più inclusivo, costa meno di quello degli altri Cantoni ed ha risultati nei confronti intercantonali e internazionali, in termini di competenze raggiunte dagli allievi e di grado di equità, buoni, se non superiori o molto superiori. La battaglia per avere più mezzi per la scuola rimane sacrosanta, ma i dati concreti mostrano che il teorema dell’inclusione più cara è semplicemente falso.

Coesione nazionale addio

Da ex presidente del Forum per l’italiano in Svizzera non ho potuto non sobbalzare quando ho letto del terzo caposaldo del documento liberale radicale, quello che vorrebbe un sostanziale ritardo o ridimensionamento dell’insegnamento nella scuola dell’obbligo delle lingue seconde. Complimenti per l’importante apporto alla coesione del Paese, la quale poggia per una buona parte proprio sul fatto che gli svizzeri conoscano, almeno grossomodo, le lingue nazionali (almeno le prime due o tre) e il modo di pensare che ci sta dietro. Insegnare le lingue non è facile, trovare sempre docenti di lingua seconda nemmeno, ma abbandonare questo obiettivo è solo segno di pigrizia mentale e di disfattismo nazionale, poco dignitoso per un partito che ha contribuito a costruire il nostro Paese. L’insegnamento delle lingue va probabilmente adattato a tutte le possibilità offerte dai mezzi tecnologici attuali, ma non ridotto o abbandonato, anche se oggi traduttori automatici e i sistemi tecnologici possono aiutarci a tradurre e capire velocemente testi e discorsi da altre lingue. Sarebbe una perdita culturale secca per le prossime generazioni di connazionali, un ulteriore impoverimento dell’educazione, il segno di una scuolicchia che diventa ancora più scuolicchia.

Pedagogisti, razza grama

L’ultimo pilastro del documento liberale radicale consiste nella sostanziale negazione dell’apporto all’innovazione scolastica che possono portare gli esperti di pedagogia e di scienze dell’educazione, perché gli insegnanti, non i funzionari pubblici o i consulenti, saprebbero meglio di chiunque altro di cosa hanno bisogno gli alunni per raggiungere i loro obiettivi. Se fossi ricoverato in un ospedale nel quale fossero gli infermieri a decidere delle mie cure, non un sistema, che oltre all’importantissimo apporto degli infermieri per quanto riguarda le modalità di gestione dei pazienti, si basa su ricerche scientifiche per decidere quale sia la medicina migliore per me, io avrei paura. Molta paura. Ma per la scuola no, la pratica è sufficiente e tanti saluti alle facoltà universitarie che da decenni e decenni approfondiscono, comparano, cercano di trarre delle indicazioni sul miglior modo di insegnare, sulle strategie migliori, sugli elementi che impediscono o favoriscono l’apprendimento. Con queste idee di base mi chiedo ancora perché mai, per risparmiare, non aboliamo queste facoltà, che al contribuente non costano poco, visto che per alcuni la pedagogia e le scienze dell’educazione sono sostanzialmente paragonabili all’astrologia o alla cabala napoletana.

Questa negazione della pedagogia è semplicemente ridicola. Indubbiamente nelle innovazioni scolastiche i docenti vanno coinvolti, perché senza di loro le cose non possono avanzare, ma l’apporto alle innovazioni scolastiche (quelle vere, non i salti nel passato) degli esperti nelle scienze dell’educazione è e sarà anche in futuro rilevante. Queste persone meritano il rispetto che si deve ai docenti, ai genitori, agli allievi, perché sono anch’essi un pezzo del complesso sistema chiamato educazione, nel quale ognuno ha ruoli diversi e importanti.

Tralascio altre “perle” del documento approvato alla sostanziale unanimità, come la combinazione tra rivendicazione delle radici illuministiche e il disprezzo per le nuove idee attuali, tacciate di “politicamente corretto, senza rendersi conto che nel XVIII secolo l’illuminismo è nato nei salotti buoni e costituiva sostanzialmente il “politicamente corretto” di allora, ma non posso che ribadire la mia preoccupazione di fronte a questo salto nel passato da parte di un partito nazionale che ha due rappresentanti su sette nel Governo della nazione.

Per fortuna questi documenti di solito hanno vita breve e contano molto poco, ma leggere della nostalgia per una scuola più povera e segregata in uno dei Paesi più ricchi al mondo è più che deludente.

L’impegno nella resistenza contro queste visioni oscurantiste dovrà quindi aumentare in futuro, grazie ai tanti insegnanti che vogliono una scuola di qualità, alle famiglie che vogliono per i loro figli una scuola all’altezza e a tutti coloro che rifiutano una società di persone senza gli strumenti effettivi per essere veri cittadini, pensanti, competenti e, se necessario, anche dissenzienti.

Pubblicato su Naufraghi/e, giugno 2024

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