Pubblicato sul Corriere del Ticino, dicembre 2010

Secondo l’interessante sondaggio d’opinioni pubblicato su questo giornale sabato scorso la disoccupazione è la prima preoccupazione dei ticinesi. Un dato che ovviamente non stupisce e che chiama la politica ad esprimersi su quello che concretamente si potrebbe fare per combatterla.
Pur nella brevità concessa da un articolo di giornale, per esprimere il mio pensiero su questo spinoso tema vorrei partire da due premesse fondamentali.

La prima riguarda il rapporto tra posti di lavoro e lavoratori residenti: in Ticino ci sono circa 200000 posti di lavoro a tempo pieno o parziale, di cui 47000 occupati da frontalieri, e 12000 residenti in cerca d’impiego, di cui 8000 disoccupati. Questo indica che, anche se tutti i cercatori di impiego trovassero lavoro, avremmo comunque bisogno di almeno 30000 frontalieri, o 30000 nuovi residenti, per fare funzionare la nostra economia, che offre più impieghi di quanti i residenti ne possano occupare.
La seconda premessa riguarda il nostro rapporto economico con l’Unione europea (UE): la Svizzera esporta beni e servizi per circa 25’000.- franchi per abitante e 2/3 delle sue esportazioni sono destinate all’UE. Questo indica che, in un mondo sempre più competitivo, senza relazioni economiche solide tra noi e l’Europa la nostra economia arrischia di perdere il suo principale cliente e quindi di andare verso la catastrofe. La Svizzera e l’UE hanno concluso oltre 100 accordi bilaterali, quelli più importanti sono una ventina e solo due di essi, richiesti dall’UE e non dalla Svizzera, pongono dei problemi interni, tra cui quello sulla libera circolazione delle persone (l’altro è quello sui trasporti terrestri di cui qui non dirò).
A partire da queste considerazioni due cose risultano chiare.

La prima: se non si vuole mettere in serio pericolo il nostro futuro economico, l’ipotesi della rinuncia ai bilaterali è insensata. E siccome i bilaterali sono un tutt’uno, da prendere o lasciare in blocco, non possiamo immaginare che l’Europa rinunci a pretendere dalla Svizzera la libera circolazione delle persone, visto che la pretende da tutti i suoi Stati membri. Le conseguenze di questo principio le dobbiamo quindi minimizzare con misure interne.
La seconda: visto che la scelta di chi assumere e di chi lasciare a casa dal lavoro è sostanzialmente dei datori di lavoro, se assumere frontalieri è più vantaggioso che assumere disoccupati residenti gli imprenditori non daranno una mano a comprimere il tasso di disoccupazione, ribadito – come già detto – che oggi abbiamo comunque bisogno di almeno 30000 frontalieri per far funzionare la nostra economia.
Cosa fare allora per ridurre la disoccupazione dei residenti?
Anche se non è l’unica pista da seguire, a mio parere è imperativo andare rapidamente verso la definizione di salari minimi e di salari per funzione tramite la legge o i contratti collettivi di obbligatorietà generale, in modo che, a parità di competenza, l’imprenditore non abbia un vantaggio ad assumere il lavoratore che proviene da oltre confine, solo perché lo può pagare meno.

Nel settore pubblico i salari sono largamente definiti, per legge o per contratto collettivo, e i casi in cui si fa capo al frontalierato sono sostanzialmente connessi con la mancanza di personale qualificato residente. Uno degli esempi massimi di questa situazione è il settore infermieristico, dove in Ticino scarseggia questo personale formato.
Nel settore privato solo alcuni rami economici hanno salari definiti per contratto collettivo, classicamente l’edilizia e i settori artigianali collegati con essa (falegnami, elettricisti ecc.). Nell’industria la contrattazione dei salari è molto più sparpagliata, quindi meno vincolante; qui il datore di lavoro che intende giocare al ribasso con i salari ha un bel margine di manovra e non per nulla il numero dei frontalieri in questo settore economico risulta piuttosto alto.
Ma è nel terziario, uffici, commerci, servizi, che le cose si fanno difficili. Da sempre in questi ambiti i salari sono poco o per nulla definiti, anche per scarsissima coscienza sindacale dei lavoratori, va detto, quindi gli spazi di compressione dei livelli salariali più aperti. Un bel esempio sono le banche, dove il salario è inddibiduale, quasi un segreto, dove mettere in concorrenza tra loro lavoratori frontalieri e lavoratori residenti è un giochetto facile facile per i dirigenti.
Dotarsi di regole più chiare sulla strutturazione dei salari è una priorità vera, a difesa dell’occupazione locale, una misura interna fattibile e concreta, ma la maggioranza politica attuale su questo punto non ci sente. Tra loro uniti, da un lato i sostenitori dei bilaterali così come sono (PLR, PPD, UDC nazionale, Economiesuisse) e dall’altra coloro che vorrebbero disdirli (Lega, UDC ticinese), tutti d’accordo ad evitare norme legali e contrattuali più severe e vincolanti sui salari. Al popolo viene dato in pasto il facile nemico da combattere, l’Europa, il frontaliere, in modo da distrarre l’attenzione dal problema vero, ossia la concorrenza salariale tra lavoratori di qua e di là dal confine che può e deve essere limitata con misure interne. Presto partirà l’iniziativa popolare sui salari minimi legali, ma è necessario che la popolazione prenda coscienza di quello che sta accadendo realmente sul mercato del lavoro, senza farsi distrarre da comodi specchietti per allodole, come l’idea economicamente suicidaria di isolarsi dall’Europa, affinché qualcosa cambi davvero.