Pubblicato su Area, settembre 2006

Sono ormai 12 anni che il PS combatte la politica masoniana, iniziata con l’entrata della ministra in Governo nel 1995.

Praticamente solo unitamente all’area progressista, abbiamo sempre messo in guardia il Ticino dalle conseguenze nefaste degli sgravi fiscali, che hanno favorito i ricchi e ci hanno portato ai tagli di bilancio, e lo abbiamo fatto quando questa posizione era ancora impopolare. Nel 1997, sul I pacchetto fiscale, nel 1999, sul II pacchetto, nel 2000, opponendoci alle due iniziative leghiste, nel 2001e 2003, quando si discussero rispettivamente il III e IV pacchetto, e nel 2004, quando il vento era già cambiato ed il popolo seppe dire NO agli sgravi fiscali federali.

Come previsto, agli sgravi ha fatto seguito la politica dei tagli, travestita da “revisione dei compiti dello Stato”, che pure ha trovato la nostra opposizione, questa volta con il sostegno della maggioranza della popolazione espressasi nell’urna il 16 maggio 2004 e il 12 marzo 2006.

L’opposizione del PS è stata chiara anche sul dossier delle privatizzazioni. Quella dell’Azienda elettrica ticinese innanzitutto, presentata in un messaggio governativo poi ritirato a seguito del successo del referendum lanciato dalla sinistra contro la Legge federale sul mercato dell’elettricità, ma anche quella ipotizzata per Bancastato e per fortuna mai giunta a “maturazione”.

Un indirizzo menostatista netto quello masoniano, testimoniato da molti fatti politici, tra cui ricorderemo l’ormai dimenticato (e mai rimpianto) “libro bianco” di Carlo Pelanda, che nel 1998 anticipava già su scala ticinese il “capitalismo compassionevole” di George W. Bush, e dal progetto di Legge sul freno alla spesa pubblica, finito molto opportunamente in fondo al congelatore della Commissione della gestione (2003) e lì ormai ibernato e dimenticato per buona pace di tutti.

In questi 12 anni la forza politica della ministra è stata ragguardevole, non tanto per la bontà delle sue idee, ma perché essa ha potuto contare via via sul sostegno di solide maggioranze in Governo e Parlamento. Liberali-radicali, pipidini, leghisti e democentristi hanno fatto a gara nel sostenere la sua visione, plaudendo agli sgravi ed ai risparmi finché il popolo ha detto “basta!”.

Poi sono arrivati gli “inciampi” politici e tutto è cambiato.

Per restare solo al fisco, sulla base di una gestione ideologica della carica la ministra ha compiuto errori gravi nelle nomine, scegliendo dirigenti che non facevano l’interesse dei contribuenti ed inaugurando deliberatamente il “laisser aller” sull’accertamento fiscale. Grazie a una parte della stampa, in piena bufera alla Divisione delle contribuzioni è saltata fuori anche la questione della fondazione di famiglia, che l’ha messa definitivamente in crisi di credibilità. Tutti fatti che hanno portato alla sua esautorazione dalla responsabilità del fisco ed hanno oscurato la sua buona stella. E i ferventi sostenitori di un tempo, come i topi in caso di naufragio, si sono affrettati ad abbandonarla.

Qualcuno mi ha fatto osservare di non attaccare a sufficienza la ministra, di essere troppo indulgente, se non addirittura di difenderla.

Non credo di dover provare a nessuno quanta sia la distanza tra la mia visione politica, che è quella del mio partito, e quella di Marina Masoni, perché troppi articoli, interventi e confronti diretti lo testimoniano eloquentemente. Tantomeno è mia intenzione difenderla, tesi fantasiosa frutto di menti piuttosto confuse.

Tutti i ticinesi si sono ormai fatti un’idea chiara sul cosiddetto “Fiscogate”, che per la ministra è stata una vera e propria “Caporetto”. Ma il declino politico di Marina Masoni non significa ancora che chi l’ha sostenuta abbia cambiato idea.

Alle prossime elezioni cantonali, dopo 12 anni di svolta a destra con l’entrata nel 1995 di Masoni e Borradori in Consiglio di Stato, per la prima volta è in gioco l’assetto del Governo, non solo il nome delle ministre e dei ministri. Il Consiglio di Stato potrebbe spostarsi verso sinistra, con l’entrata di due socialisti, tornare a quanto conosciuto prima del 1995, con il recupero di un seggio da parte del PPD, o rimanere come ora.

Di fronte a questa scelta cruciale, è bene che gli elettori sappiano che molti di quelli che ora si distanziano da Marina Masoni o ne rinnegano la vicinanza per anni hanno contribuito fattivamente a realizzare la sua politica. Parlo, oltre che del PLRT, del PPD, ardente sostenitore degli sgravi finché era di moda, della Lega, la mai dimenticata “costola” liberale come ebbe a definirla Giorgio Giudici in tempi non sospetti, dell’UDC dei tagli indiscriminati sul sociale.

 Oggi a molti fa comodo scaricare su di lei tutte le responsabilità, cercando di rifarsi un’improbabile verginità, ma nulla permette di dire che, appena se ne ripresenterà l’occasione, tutti costoro saranno prontissimi a farsi intruppare in un’altra avventura menostatista come quella che, dopo tre legislature, mi auguro stia finalmente per volgere definitivamente al termine.

Per questo credo che, in occasione delle prossime elezioni, l’unico cambiamento politico significativo, l’unica svolta chiara nel segno della coesione sociale e territoriale del Cantone, sia il raddoppio della presenza progressista in Governo.